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La Rianimazione Cardiopolmonare nel Cane e nel Gatto

La rianimazione cardiopolmonare (RCP) è una serie di procedure d’emergenza volte a ripristinare e ottimizzare la perfusione cerebrale e cardiaca durante un periodo di arresto cardiopolmonare, nel tentativo di ottenere non solo il ripristino della circolazione spontanea ma, ancora più importante, di promuovere un esito neurologico favorevole per il paziente. Sebbene l'incidenza dell’arresto cardiopolmonare nei piccoli animali sia sconosciuta, la sopravvivenza alla dimissione è bassa, con gli esiti migliori che interessano i pazienti andati in arresto durante l’anestesia (1). Al contrario dell’uomo, l’arresto cardiopolmonare negli animali causa spesso ipossia e ossigenazione tissutale inadeguata, due condizioni che possono complicare le misure rianimatorie e spiegare la bassa incidenza della sopravvivenza alla dimissione ospedaliera.

rianimazione-cane

■ Riconoscimento dell’arresto cardiopolmonare

Il riconoscimento rapido dell’arresto cardiopolmonare è un passo essenziale per l'avvio della RCP. I segni comuni di arresto imminente comprendono cessazione della ventilazione spontanea, presenza di respiri agonici, pupille fisse e dilatate, o cambiamenti improvvisi nella frequenza o nel ritmo del cuore .
Si deve sospettare un arresto in ogni paziente che mostri mancanza di reattività, apnea, o ritmo respiratorio agonico.
Nei piccoli animali, i ritmi di arresto più comuni all’ECG includono l’asistolia o l’attività elettrica senza polso , anche se l’arresto cardiaco può essere preceduto dallo sviluppo improvviso di una bradiaritmia. Il monitoraggio ECG continuo nei pazienti "a rischio" è utile, e può consentire interventi salvavita prima ancora che la RCP si renda indispensabile. Il monitoraggio ECG continuo può inoltre aiutare a identificare le aritmie cardiache, il cui trattamento migliore è la defibrillazione elettrica, tra cui la tachicardia ventricolare senza polso e la fibrillazione ventricolare.

■ Supporto vitale di base

Il supporto vitale di base è il fondamento per il successo della RCP e nei casi di arresto cardiopolmonare i veterinari possono seguire l’espediente memonico "ABC" (Airway, Breathing, Compressions, vie aeree, respirazione, compressioni). La pervietà delle vie aeree deve essere garantita con l’intubazione endotracheale non appena possibile. In alcune circostanze, l’intubazione può essere complicata da qualcosa che ostruisce le vie aeree superiori. Si raccomanda la pronta disponibilità di tubi endotracheali di varie dimensioni, laringoscopi, mandrini e strumenti per l'aspirazione. Un laringoscopio può migliorare la visualizzazione della laringe, e l’operazione è facilitata se un assistente tiene aperta la bocca ed estende la lingua. Quando l'intubazione non è possibile per l’ostruzione completa delle vie aeree superiori, può essere necessario inserire un catetere tracheale percutaneo o eseguire una tracheostomia d’urgenza per scavalcare l'ostruzione e consentire la ventilazione e l'ossigenazione.
Il posizionamento corretto del tubo endotracheale può essere confermato mediante valutazione visiva, palpazione intraorale, o palpazione del tubo all'interno della trachea. Il veterinario può anche auscultare il torace per cercare di percepire i suoni respiratori. Il tubo deve essere fissato in sede e la cuffia gonfiata per impedire l’ingresso di fluidi o corpi estranei nelle vie aeree. Si preferisce l'intubazione in decubito laterale poiché consente di avviare allo stesso tem.Una volta garantite le vie aeree, si avvia la ventilazione con ossigeno al 100% alla velocità di 10-12 respiri/minuto (6). Questa può essere eseguita con un pallone Ambu, oppure con la sacca riserva di ossigeno su una macchina per anestesia. I palloni Ambu hanno una valvola di sovrappressione integrata per evitare il barotrauma durante la ventilazione.
Quando sono disponibili più soccorritori, può essere opportuno assegnare a uno di questi il compito di fornire un respiro ogni 6 secondi. Le compressioni toraciche devono iniziare il più presto possibile e vanno eseguite in decubito laterale, con il veterinario sopra il paziente che usa il peso del proprio corpo con le braccia tese per comprimere il petto. Per i pazienti che pesano meno di 15 kg, le mani sono poste direttamente sopra il cuore al 5° spazio intercostale, e comprimono direttamente i ventricoli cardiaci per promuovere il flusso ematico anterogrado nelle grandi arterie ("pompa cardiaca"). Per i pazienti che pesano più di 15 kg, le mani sono poste sopra la porzione più ampia del torace. La compressione diretta del torace aumenta la pressione intratoracica, spingendo il sangue in avanti ("pompa toracica") . Il torace deve essere compresso a circa 1/3-1/2 della sua larghezza e si raccomandano 100-120 compressioni/minuto.
Le compressioni toraciche esterne possono generare circa il 25% della gittata cardiaca normale. L’operatore addetto alle compressioni deve essere sostituito ogni due minuti per evitare la fatica e la breve pausa tra le compressioni diventa il momento opportuno per valutare il battito cardiaco o l'ECG. In ogni caso, le pause tra le compressioni devono essere minimizzate, poiché possono servire diversi minuti per ristabilire una perfusione coronarica adeguata dopo una pausa.

L’arresto cardiopolmonare è un riscontro comune nei piccoli animali e deve generare sospetti in ogni paziente che mostri mancanza di reattività, apnea, o ritmo respiratorio agonico. Le misure di supporto vitale di base, tra cui l’istituzione di vie aeree per l'ossigenazione e la ventilazione, e l’esecuzione accurata delle compressioni toraciche, devono essere avviate immediatamente quando si sospetta un arresto cardiopolmonare. Idealmente, alla presenza di un ritmo cardiaco adeguato, la somministrazione di farmaci per la rianimazione e la defibrillazione dovrebbero avvenire precocemente nel corso della RCP, ma quando sono disponibili pochi soccorritori, la ventilazione e le compressioni toraciche hanno la priorità. Dopo il successo della RCP, molti pazienti sperimentano la recidiva dell’arresto. Per questa ragione, dopo la rianimazione, è necessaria la terapia intensiva per ottimizzare l'esito del paziente.

Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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La Frattura Del Bacino Nel Gatto

Le fratture del bacino sono comunemente riscontrate nel gatto e di solito sono il risultato di un grave trauma come un incidente automobilistico.

Il bacino nel gatto, come nel cane, è composto da tre principali parti ossee: l’ileo, il pube e l’ischio.

frattura del bacino 2 (2)

La frattura può interessare una di queste parti, due o tutte e tre, cambiando la gravità e la prognosi.

                                                                   frattura del bacino 3  

Quando ci troviamo davanti ad un animale fratturato la prima cosa da fare è assicurarsi che non ci siano lesioni a organi vitali che mettano a rischio la vita del gatto.

La valutazione della frattura dovrà avvenire solo dopo che il paziente è stato stabilizzato e valutato da un punto di vista generale.

Per questo motivo è molto importante eseguire anche radiografie del torace e dell’addome per escludere complicanze, legate al trauma e non, di entità più grave rispetto alla frattura del bacino.

La valutazione della frattura avviene mediante l’esecuzione di radiografie in proiezione VD (ventrodorsale, ad arti estesi quando si può) e LL (laterolaterale).

Importante eseguire anche un’accurata Visita Neurologica per verificare la permanenza delle funzionalità corporee fisiologiche come la deambulazione sugli arti posteriori, la sensibilità della coda, la capacità di minzione e defecazione; poiché nella regione del bacino vi sono strutture vascolo-nervose di vitale importanza come i Nervi del Plesso lombare, Arteria e Vena femorale.

La scelta del trattamento dipenderà dal tipo di frattura ma anche dall’indole ed età dell’animale, dalla presenza di malattie concomitanti che potrebbero interferire col processo di guarigione (diabete, malattie metaboliche…) e dalla collaborazione del proprietario.

Non potendo contare sulla collaborazione del paziente, i gatti andranno tenuti confinati ed il proprietario dovrà riferire qualunque problema al medico veterinario curante.

Nel caso in cui non venga interessata alcuna articolazione o non ci sia una completa alterazione dell’asse del bacino, la terapia sarà prettamente medica finalizzata alla guarigione spontanea della frattura mediante formazione di callo osseo.

In caso di coinvolgimento articolare e asse del bacino alterato il trattamento dovrà essere di tipo chirurgico per ottenere un riallineamento e una stabilizzazione dei monconi ossei mediante mezzi di sintesi (placche, viti, chiodi…) che porti ad una guarigione completa dell’osso nel minor tempo possibile.

A seconda del tipo di frattura e del metodo di fissazione utilizzato i tempi di guarigione sono di 8-12 settimane, durante le quali l’animale dovrà essere tenuto a riposo, evitando esercizio eccessivo. Nella maggior parte dei casi è sufficiente tenere i pazienti operati in una stanza o in un recinto, evitando che non corrano o saltino.

Solo in alcuni casi potrà essere necessario tenere gli animali confinati in gabbia per le prime settimane per assicurare una corretta guarigione.

Il processo di guarigione viene monitorato mediante la ripetizione dello studio radiografico ogni 3-4 settimane secondo la necessità ed il giudizio del Veterinario.

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Avvelenamento da cioccolata nel cane

L'avvelenamento da cioccolata nel cane è un evento abbastanza comune soprattutto in questo periodo dell'anno in cui le nostre case sono piene di leccornie a base di cacao.
La sostanza tossica contenuta nei semi di cacao è la teobromina ma la sua quantità nei comuni preparati alimentari è talmente ridotta da non costituire un pericolo per l'uomo.
Negli animali domestici invece il metabolismo della teobromina è molto più lento e questo ne fa una sostanza potenzialmente pericolosa.




Nel cane l'emivita della teobromina è di 17,5 ore e i segni clinici dell'intossicazione possono persistere per 72 ore. Sembra che circa 1,3 grammi di cacao per kg di peso corporeo sia in grado di provocare la comparsa di sintomi. Alcuni tipi di cioccolata  come quella al latte contengono quantità minori di teobromina e quindi danno sintomi a dosaggi maggiori.
I segni più evidenti e meno gravi sono nausea, vomito, diarrea fino ad arrivare ad aritmie, convulsioni e morte. 




Il trattamento medico che deve essere effettuato dal veterinario deve essere il più tempestivo possibile perché se le quantità di cacao ingerite sono rilevanti l'animale piò essere in pericolo di vita.
La prima pratica è l'induzione del vomito se sono passate meno di due ore dall'ingestione altrimenti il trattamento mira al controllo della sintomatologia comparsa attraverso reidratazione, farmaci anticonvulsivanti e antiaritmici.  



Nei casi dubbi e se si sospetta che il proprio animale possa aver ingerito cioccolata è sempre bene consultare il veterinario per capire se la dose potrebbe causare problemi.
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L'ipoglicemia nel gatto

L’ipoglicemia nel gatto è un’evenienza abbastanza rara e di solito è causata di una dose eccessiva di insulina anche se possono esserci altre cause.
I gatti con ipoglicemia presentano segni clinici quali debolezza, letargia, tremori, crisi convulsive fino alla morte.





Tra le principale diagnosi differenziali dell’ipoglicemia ci sono:
  •        errori di laboratorio quali errato utilizzo dei glucometri portatili o        separazione ritardata del siero dopo il prelievo del campione
  •        dosaggio eccesivo di insulina in corso di terapia per il diabete
  •        sepsi o gravi condizioni infiammatorie
  •        problemi epatici congeniti come shunt o acquisite come le neoplasie
  •        digiuno prolungato o grave malnutrizione

L’iter diagnostico di fronte ad un gatto con ipoglicemia inizia con l’esclusione degli errori di laboratorio.




Una volta stabilito che l’ipoglicemia è reale si procede con l’esecuzione dell’emocromocitometrico e del profilo biochimico compresi gli acidi biliari per mettere in evidenza un’eventuale disfunzione epatica o un processo settico.
Successivamente si dovrà eseguire un’ecografia addominale per rilevare un’eventuale neoplasia.
L’ipoglicemia, se sintomatica, richiede sempre un trattamento di emergenza per non mettere a rischio la vita del paziente. Se il paziente è a domicilio ed è cosciente, nell’attesa di istituire un’idonea terapia, si può somministrare zucchero o miele sulle mucose.




Soprattutto se il paziente è diabetico in terapia con insulina è bene che il proprietario abbia sempre a portata di mano un kit di emergenza.  
A seconda della gravità dell’ipoglicemia possono essere necessari trattamenti diversi:
-se l’ipoglicemia è lieve e il paziente è cosciente devono essere somministrati piccoli pasti molto frequenti controllando frequentemente il valori del glucosio nel sangue.






- nei casi più gravi la terapia prevedere la somministrazione endovenosa di destrosio che dovrebbe portare a un miglioramento nell’arco di 5-10 minuti

L'ipoglicemia rappresenta sempre un'emergenza e quindi in caso di sospetto o sintomi compatibili in un animale in trattamento con insulina è sempre bene rivolgersi tempestivamente ad una clinica veterinaria in grado di gestire in maniera idonea l'emergenza.



Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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Crisi A Grappolo nel Cane

L’epilessia è la patologia neurologica di più frequente riscontro in Medicina Veterinaria e, comprensibilmente, costituisce un evento drammatico per il proprietario.

epilessia-cane

Per queste ragioni in passato ci siamo già occupati di epilessia negli articoli epilessia nel cane il vademecum, epilessia nel cane, epilessia faq nel cane, a vostra disposizione a questi link per chi volesse approfondire o “rispolverare” l’argomento.

Una crisi convulsiva è la manifestazione clinica di un’attività elettrica eccessiva a livello della corteccia cerebrale.

Una crisi convulsiva singola, anche se di tipo generalizzato completo, caratterizzata ciò da perdita di coscienza, pedalamento, perdita di saliva, urine e, a volte, feci, pur costituendo sempre un evento drammatico per il proprietario, non pone mai il paziente a rischio di vita e quindi non costituisce un’emergenza.

Le crisi convulsive, viceversa, devono essere considerate pericolose per l’animale quando si ripetono a brevi intervalli: è il caso dello stato epilettico e delle crisi a grappolo o cluster.

Lo stato di male epilettico è attualmente definito come un’attività convulsiva di durata superiore a cinque minuti o come due o più crisi tra le quali il paziente non riacquista completamente la coscienza.

Le crisi a grappolo sono invece crisi convulsive che si ripetono nell’arco della stessa giornata.

Stato di male epilettico e crisi a grappolo costituiscono sempre un’emergenza clinica e devono essere trattate tempestivamente mediante protocolli d’urgenza per evitare danni cerebrali permanenti o morte per conseguenze sistemiche importanti.

Nell’arco della vita di un paziente epilettico può capitare che si verifichino crisi a grappolo: in questi casi bisogna affrontare prontamente l’emergenza.

Le crisi a grappolo rappresentavano fino a qualche tempo fa una sfida di non facile risoluzione a causa dell’assenza di farmaci dedicati. Si ricorreva infatti spesso all’aumento del dosaggio del fenobarbitale, con conseguente abbattimento e sedazione marcata. Nei casi peggiori, soprattutto quando il fenobarbitale era utilizzato a dosaggio elevato già come terapia di mantenimento, non si aveva risposta, e per riuscire a gestire le crisi bisognava ricorrere a protocolli farmacologici complessi che prevedevano l’ospedalizzazione dell’animale.

Presso la Clinica Borgarello stiamo applicando con successo nuovi protocolli per la gestione della terapia delle crisi convulsive a grappolo. L’utilizzo di un farmaco di recente introduzione ci sta infatti consentendo di gestire questa emergenza neurologica con ottimi risultati e scarsissimi effetti collaterali.

cane-epilessia

Nella maggior parte dei casi di crisi a grappolo, dopo un’approfondita visita clinica che comprende un’attenta valutazione neurologica ed un periodo di osservazione di qualche ora, riusciamo a gestire la patologia a casa, evitando così di aggiungere a questa situazione critica anche lo stress del ricovero prolungato.

Questo farmaco, utilizzato anche in Medicina Umana, si è dimostrato una delle molecole di nuova generazione più efficaci e meglio tollerate, risultando molto efficace anche nella gestione delle epilessie refrattarie ad altri farmaci.

Una volta controllate le crisi a grappolo è però necessario approfondire la situazione clinica dell’animale rivedendo il piano terapeutico e, a volte, ricorrendo ad esami del sangue o a indagini di diagnostica avanzata quali la Risonanza Magnetica per capirne la causa.

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La proptosi del globo oculare

 

La proptosi del globo oculare, o prolasso o lussazione dell’occhio, è considerata una vera e propria emergenza. Essa consiste nella fuoriuscita più o meno parziale del globo oculare dalla sua sede anatomica, l’orbita, con incarceramento al di sotto delle palpebre.

anatomia occhio cane

La causa di questo prolasso è sempre di origine traumatica, spesso in conseguenza ad un incidente automobilistico oppure in seguito a lotte e morsi tra cani, e più in generale qualsiasi evento che determini una compressione sull'arcata zigomatica, spingendo il globo oculare in avanti, anteriormente rispetto alla fessura palpebrale.

Tra i cani ci sono le razze maggiormente predisposte sono quelle brachicefale, tra cui il Carlino, il Pechinese e lo Shih-Tzu. Questi cani sono normalmente caratterizzati da un esoftalmo congenito più o meno marcato (occhi più sporgenti), in quanto il globo oculare è posizionato in un'orbita meno profonda e l'apertura palpebrale è più ampia rispetto ad altre razze. Ciò significa che in questa tipologia di cane la lussazione craniale dell’occhio si può verificare con maggiore facilità, anche in seguito a traumi minori.

 proptosi carlino

Nel gatto invece la proptosi del globo oculare è un evento più raro, causato solitamente da traumi forti e spesso associato a frattura delle ossa periorbitali del cranio.

Cosa succede all’occhio dopo un trauma che provoca proptosi? L'apporto ematico arterioso che arriva all’occhio rimane pressoché intatto, mentre il drenaggio venoso viene subito ostacolato. Di conseguenza la congiuntiva e gli altri tessuti dell’occhio assumono un aspetto congesto, diventando in poco tempo edematosi e arrossati. Il danno vascolare può portare anche ad un glaucoma congestizio dell’occhio e al distacco della retina. La cornea, non essendo più protetta dalle palpebre, può riportare gravi alterazioni per essiccamento (cheratite da esposizione, ulcere corneali, ecc.); il nervo ottico viene stirato fino ad essere irreversibilmente lesionato compromettendo la visione. Anche le strutture muscolari dell’occhio (muscoli estrinseci) deputate ai movimenti oculari possono venire stirate e addirittura avulse (strappate) dalla loro inserzione sull’occhio.

Per tutti questi motivi la proptosi oculare è una seria emergenza. La prognosi dipende dall'entità del trauma subìto e dalla rapidità con cui si interviene: bisogna infatti di agire il prima possibile e al massimo in 1-2 ore se si vuole salvare l'occhio, anche solo esteticamente. L’unica terapia è chirurgica.

La funzionalità visiva dopo il trattamento dipende dalla gravità del trauma e delle lesioni conseguenti: se è presente l'avulsione dei muscoli estrinseci mediali o del nervo ottico, il distacco della retina, la prognosi sarà infausta, con cecità e/o l'atrofia dell’occhio.

Lo stato della pupilla dopo il trauma può aiutare a capire la possibilità o meno del recupero della funzionalità visiva. Una pupilla dilatata che non risponde allo stimolo luminoso (cioè in midriasi fissa), può essere segnale di un grave danno del nervo ottico.

La terapia è prettamente chirurgica: la priorità è riposizionare il globo oculare nell’orbita nella sua posizione originaria. Nel frattempo, in attesa dell'intervento del veterinario, bisogna evitate che si producano ulteriori lesioni all'occhio proteggendolo da qualsiasi altro trauma, ad esempio tramite l'uso di un collare elisabettiano o una bendaggio di fortuna (si impedisce così che l'animale si ferisca grattandosi). Contro l’essiccamento della superfice dell’occhio può essere utile della soluzione fisiologica o delle lacrime artificiali. Bisogna comunque portare immediatamente l’animale dal veterinario.

Il medico veterinario si accerterà quindi dell'entità dei danni all’occhio, dell'integrità o meno delle strutture annesse, dei muscoli estrinseci dell'occhio e ovviamente del danno funzionale del nervo ottico e dalla retina, e provvederà alla chirurgia in anestesia generale. L’obiettivo dell’intervento è favorire la maggior contenzione possibile del globo oculare all'interno dell’orbita, ma a volte l’edema a livello dello spazio retrobulbare non lo permette. Inoltre a volte le condizioni dell'occhio sono talmente gravi che ogni tentativo di preservarlo risulta impossibile. In tal caso si dovrà ricorrere alla sua enucleazione. Se si riesce a riposizionare l’occhio nell’orbita verranno suturate temporaneamente le palpebre al di sopra dell’occhio (tarsorraffia temporanea) per evitare che esso fuoriesca di nuovo dalla sua sede. I punti verranno poi tolti dopo una quindicina di giorni.

tarsorrafia sutura occhio

Nel periodo postoperatorio verranno somministrati antibiotici per via topica e sistemica, per tenere sotto controllo le infezioni secondarie. E in taluni casi si impone anche una terapia antinfiammatoria per limitare il gonfiore.

In genere la prognosi è favorevole per quanto riguarda le strutture anatomiche; ma sempre estremamente riservata, se non addirittura infausta, per quanto riguarda il recupero della funzione visiva. Una volta rimossi i punti di sutura si potrà valutare quindi la capacità di vedere dall’occhio.

Tra le complicanze, riscontrabili una volta rimossi i punti di sutura, è frequente che l’occhio presenti strabismo, soprattutto in direzione dorso-laterale che nella maggior parte dei casi si risolve spontaneamente in 6-9 mesi. Inoltre dopo la rimozione della sutura può verificarsi recidiva della lussazione, in questo caso a volte si deve poi ricorrere alla tarsorrafia permanente.

Articolo a cura della Dott.ssa Ilaria Dellacroce

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Trattamento della sindrome dilatazione-torsione gastrica

L'obiettivo più importante del trattamento della sindrome dilatazione-torsione gastrica è la correzione del collasso circolatorio.
Bisogna puntare sulla stabilizzazione cardiovascolare prima della chirurgia, poiché da ciò dipende il successo della pratica chirurgica stessa. Prima del 1983, il tasso di sopravvivenza post-chirurgica in caso di torsione gastrica era di circa il 50%. Da allora, è stato ideato un protocollo di correzione preoperatoria del collasso cardiovascolare e il tasso di sopravvivenza è salito all’85%.

trattamento della sindrome dilatazione torsione gastrica 1 (2)

Dopo aver corretto il collasso circolatorio, gli obiettivi del trattamento comprendono la decompressione dello stomaco, il riposizionamento e la pessi dello stomaco alla parete addominale.
Quando il paziente arriva in clinica, la prima cosa da fare è posizionare due grandi cateteri venosi nelle due vene cefaliche.
A questo punto è possibile somministrare fluidi cristalloidi isotonici (90 ml / kg nella prima ora), per migliorare la perfusione e stabilizzare il paziente prima della chirurgia.
Alcuni studi sperimentali suggeriscono l’utilizzo della Desferoxamina (farmaco chelante del ferro) per prevenire il danno tessutale causato dalla libera circolazione delle sostanze endotossiemiche dopo la ripresa della perfusione.
Prima della chirurgia deve essere eseguita la decompressione gastrica.
La decompressione può essere tentata con l’inserimento di un tubo di silicone in esofago. Se si incontra resistenza a livello dello sfintere esofageo craniale, l’avanzamento del tubo non deve essere forzato, in quanto ciò potrebbe causare la rottura dell'esofago caudale.
Se l’intubazione orogastrica non è riuscita, lo stomaco viene decompresso per via percutanea tramite un catetere di grosso calibro.
trattamento della sindrome dilatazione torsione gastrica 2 (2)
Una volta stabilizzato l’animale si passa alla chirurgia addominale.
Viene praticata una grande incisione mediana ventrale. Lo stomaco è ulteriormente decompresso con un catetere e poi ruotato nella sua posizione normale.
Per trovare il piloro, si deve individuare il duodeno (identificabile grazie al pancreas annesso) e si deve percorrerlo cranialmente. A questo punto delicatamente si può de-ruotare lo stomaco.
Una volta riportato nella sua posizione fisiologica si può valutarne la vitalità ed asportarne le parti necrotiche. Di solito la necrosi si verifica a livello della grande curvatura, e studi recenti dimostrano che il 70% dei cani che ha subito resezione gastrica può sopravvivere senza complicazioni.
E’ importante poi esaminare la milza che nella maggior parte dei casi viene asportata a causa dei danni irreparabili.
A questo punto si passa all’intervento di Gastropessi. Ne sono state descritte molte procedure, ma tutte hanno in comune lo stesso scopo: l’ancoraggio permanente della regione antrale pilorica dello stomaco alla parete addominale destra.
Le varie tecniche comprendono la Gastropessi con drenaggio, la Gastropessi incisionale, la Gastropessi con lembo muscolare, la Gastropessi circumcostale e varie modifiche delle stesse. Tutte hanno un’ottima percentuale di successo. Nella Clinica Veterinaria Borgarello preferiamo utilizzare la tecnica della Gastropessi incisionale.
Questa tecnica prevede l’esecuzione di un’ incisione sieromuscolare a livello del piloro e l’esecuzione di un’incisione simile a livello della parete addominale interna appena caudalmente all’ultima costa. Queste due incisioni vengono quindi suturate tra loro per dar luogo all'adesione permanente (pessi).
La gastropessi incisionale è una tecnica che permette di velocizzare i tempi della chirurgia e gli studi hanno dimostrato essere molto efficacie nel prevenire successivamente episodi di torsione gastrica nei cani.

trattamento della sindrome dilatazione torsione gastrica 4
Nonostante la buona riuscita di un intervento, spesso subentrano delle complicazioni. Per questo motivo quando si parla di torsione gastrica si sentono spesso le parole “prognosi riservata o infausta”.
Il trattamento della torsione dello stomaco potrebbe comunque essere insoddisfacente per due motivi. In primo luogo, la condizione si sviluppa così rapidamente che l'animale può venire a morte ancor prima del trattamento. In secondo luogo, non è possibile salvare tutti gli animali poiché alcuni mostrano danni irreparabili allo stomaco o al circolo e possono venire a morte anche dopo un intervento eseguito con la massima cura.
Pertanto, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alla prevenzione di questa condizione. Cliccando sul box “Prevenzione della torsione dello stomaco ” scoprirai come possiamo mettere per sempre al sicuro il tuo cane da questa grave patologia.

Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello

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Colpo di Calore nel Cane

Il colpo di calore nel cane: una delle maggiori emergenze della stagione estiva! 
Perché il colpo di calore accade spesso nel cane? 
Il Cane non può sudare e quindi ha difficoltà a far scendere la temperatura corporea!
Nel cane la temperatura normalmente è di circa 38 - 38,5°C, ma hanno estrema difficoltà a gestire temperature ambientali molto elevate: non sudano e possono abbassare la temperatura solo facendo passare l'aria molto velocemente sulla lingua. 
Questo significa che usano la lingua come il radiatore di un automobile, ma spesso non è sufficiente per far rientrare rapidamente la temperatura a valori normali sopratutto se le condizioni ambientali presentano temperature e umidità molto elevate.



Ma quando avviene il colpo di calore?
Le condizioni che predispongono maggiormente il Cane al colpo di calore sono tutte le esposizione a temperature alte per periodi più o meno lunghi (a volte bastano pochi minuti) in cui il cane non  può gestire il troppo calore ricevuto: 
- esercizio fisico nelle ore più calde
- dimenticarsi il cane il auto anche solo per pochi minuti
- in spiaggia al sole per ore
molto spesso sono situazioni banali che determinano un urgenza medica non per la situazione in sé ma per quel singolo cane o per problemi correlati già presenti.

Ma quali sono i Cani più a rischio?
Sebbene tutti i cani soffrano in modo particolare l'eccesso di caldo ci sono alcuni pazienti in cui bisogna fare moltissima attenzione:
- cuccioli
- razze brachicefale (tipo bulldog)
- cani anziani
- cani cardiopatici
- cani con problemi respiratori

Ma e una cosa grave?
Certo! Il colpo di calore è una vera emergenza ed è a rischio la vita del paziente, un intervento tardivo può rilevarsi vano.

Ma quali sono i sintomi del colpo di calore?
Se notate: irrequietezza e agitazione, aumento della frequenza respiratoria, respiro affannoso e a bocca aperta, tremori muscolari e crisi convulsive ed avete il dubbio di aver esposto il vostro cane ad una situazione rischiosa non esitate a contattare o a recarvi subito da un Medico Veterinario.

Si può fare qualcosa?
Come prima cosa cercate di mettere il cane in un ambiente fresco, magari davanti a un ventilatore, se respiro con affanno cercate di abbassare la temperatura bagnandolo con acqua fresca, sciaquategli la bocca, ma ricordatevi di contattare subito un centro veterinario e seguite le indicazioni che vi verranno date.

Ci sono altri materiali informativi?
Puoi leggere un altro articolo: "il colpo di calore"
Puoi guardare e stamparti la nostra infografia: scarica infografica del colpo di calore
Puoi guardare il nostro video sul colpo di calore: guarda il video

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Intossicazione da antiparassitari

L’intossicazione da antiparassitari nel cane e nel gatto è spesso legata alla convivenza sotto lo stesso tetto fra le due specie…questa promiscuità può indurre a commettere degli errori nella somministrazione di antiparassitari contro pulci, zecche e simili, rischiando di causare un avvelenamento da antiparassitari.

intossicazione-antiparassitari

E’ fondamentale guardare sempre bene le indicazioni, perché la maggior parte degli antiparassitari adatti al cane sono nocivi per il gatto. Tra questi il più frequentemente impiegato “a sproposito” è il piretro, che può essere applicato mediante spruzzatori o con le classiche pipette spot-on da impiegare sulla cute.
Le piretrine, esteri naturali dell'acido crisantemico e dell'acido piretrico, vengono di solito estratte per scopi commerciali dai fiori del piretro (Chrysanthemumcinerariaefolium). Insieme ai loro analoghi di sintesi, i piretroidi, sono attualmente gli insetticidi più comunemente utilizzati per il trattamento delle infestazioni da ectoparassiti quali pulci, zecche e pidocchi del cane e del gatto.
I piretroidi sono stati sintetizzati per migliorare la stabilità delle piretrine, ed il successo di questa modificazione chimica ha portato all'ampia diffusione di questi agenti come insetticidi per uso agricolo ed industriale. Permetrina, Deltametrina, Alletrina, Esbiotrina, Cipimetrina sono i nomi che spesso troverete tra i composti degli insetticidi disponibili nei banchi dei supermercati, dai normali spray alle piastrine e liquidi da collegare alla presa elettrica.
Si tratta di agenti molto diffusi per la loro rapida azione insetticida e per la relativamente bassa tossicità nei felini, soprattutto al confronto con altre classi di insetticidi (come gli organoclorurati e gli organofosfati).
Di conseguenza, essi sono ora usati frequentemente anche in ambiente domestico e vengono prodotti in diverse formulazioni quali spot-on, polveri, spray, collari e shampoo.
Attenzione..moltiantparassitari possono essere utilizzati solo per i cani, mentre non devono essere assolutamente somministrati ai gatti oppure a cani conviventi con gatti! Su questi prodotti è chiaramente indicato “non utilizzare sui gatti” ed è generalmente presente questo simbolo

antiparassitari

I prodotti per la prevenzione dell’infestazione da pulci costituiscono la principale fonte di esposizione dei piccoli animali, i quali si intossicano per via cutanea quando vengono utilizzate dosi eccessive, per ingestione attraverso la toelettatura oppure per via inalatoria quando i composti vengono nebulizzati in ambienti poco aerati.Tra i mammiferi domestici il gatto manifesta una sensibilità più elevata rispetto a d altre specie a causa di un deficit nei sistemi di detossificazione.
Anche se l'intossicazione sembra più probabile nei gatti giovani, non sono state individuate spiegazioni evidenti per una tale predisposizione di età.
La formulazione dei prodotti commerciali a base di piretrine e piretroidi destinati all'applicazione sulla cute varia notevolmente: le caratteristiche che possono risultare diverse sono rappresentate dal tipo e dalla concentrazione del composto utilizzato, dal solvente, dal tipo e dalla concentrazione dei prodotti sinergici, dal confezionamento e dalle modalità di somministrazione (spray a pompette manuali, spray sotto pressione, shampoo e prodotti per spugnature). Queste differenze, insieme alla prevedibile variabilità delle modalità di somministrazione da parte del proprietario, rendono estremamente difficile calcolare o anche solo stimare le relazioni tra dose somministrata ed effetto.
I veterinari devono raccomandare ai clienti di attenersi scrupolosamente alle indicazioni riportate su ogni specifico prodotto.
La diagnosi dell'intossicazione da piretrine e piretroidi è difficile perché ci si può basare solo su indicazione anamnestica di esposizione a questi composti, segni clinici ed esclusione delle altre possibili diagnosi differenziali. Attualmente, non sono disponibili test diagnostici pratici che consentano di confermare o escludere il sospetto.
Nei gatti la permetrina causa convulsioni e difficoltà respiratorie entro poche ore anche dal semplice contatto. La complicazione più grave è rappresentata dalle convulsioni, che possono causare un danno cerebrale irreversibile o la morte per ipertermia, acidosi lattica, shock ed ipossia. L’inizio dei sintomi si verifica in genere entro poche ore dall’esposizione, ma può essere ritardato a seconda della via di assunzione.
Non è noto alcun trattamento specifico per l'intossicazione da piretrine e piretroidi, per cui si devono applicare i principi generali di terapia delle intossicazioni.
Le piretrine ed i piretroidi sono sostanze lipofile e rapidamente assorbite per via orale, cutanea ed inalatoria che si distribuiscono ai tessuti ad elevato contenuto lipidico quali grasso, tessuto nervoso, fegato, rene e latte.
Se l'esposizione è avvenuta per via orale ed è molto recente e solo ed esclusivamente se non sono ancora presenti sintomi nervosi, è appropriata l'induzione del vomito seguita dalla somministrazione di carbone attivo. Si devono inoltre evitare i pasti ad elevato tenore lipidico, che potrebbero favorire l'assorbimento gastroenterico.
Gli animali esposti per via topica devono essere lavati con acqua tiepida ed un blando detergente. L'impiego di acqua molto calda è controindicato perché aumenta la perfusione del derma e, quindi, può incrementare la velocità di assorbimento transdermico dell'insetticida. Poiché piretrine e piretroidi non sono idrosolubili, per assicurare l'asportazione dell'insetticida residuo è necessario un abbondante lavaggio, sempre con un blando detergente.
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I segni clinici vanno controllati dal Medico Veterinario secondo necessità: sono state suggerite la somministrazione di atropina per via sottocutanea per ridurre l'eccesso di salivazione e di secrezioni respiratorie, l'iniezione endovenosa di diazepam per il controllo delle convulsioni e dell’ipereccitabilità e/o l'infusione endovenosa di metocarbamolo da ripetere fino ad effetto per il controllo delle convulsioni e delle fascicolazioni. Sono invece controindicati i tranquillanti fenotiazinici, quali clorpromazina o acepromazina, a causa del rischio di induzione di effetti extrapiramidali.
È necessario prestare particolare attenzione alla temperatura corporea del paziente: l'aumento di quella interna, conseguente all'eccessiva attività muscolare, può infatti portare ad edema cerebrale e convulsioni continue, mentre l'ipotermia che si ha quando il paziente va incontro a depressione (o in seguito ad un bagno freddo) può aggravare la depressione stessa. Inoltre, la riduzione della temperatura corporea può portare ad un incremento della tossicità delle piretrine e dei piretroidi.
Occorre inoltre eliminare ogni possibile ulteriore esposizione del paziente alla sostanza tossica; ciò comporta anche l'adozione di alcune misure precauzionali in vista del ritorno al suo ambiente naturale dopo la remissione delle manifestazioni cliniche. Di conseguenza, occorre eliminare gli eventuali residui di questi composti dalle superfici della casa mediante opportuni interventi di pulizia per impedire ogni ulteriore assorbimento delle sostanze tossiche da parte dell'animale.
È prevedibile che, con un adeguato trattamento, gli animali colpiti da una moderata intossicazione da piretrine e piretroidi si riprendano senza eccessive difficoltà. Inoltre, poiché non vengono indotte lesioni tissutali residue, ci si può aspettare un superamento completo dell'intossicazione.
Tuttavia, purtroppo si possono avere casi di morte, soprattutto nel gatto.
In genere, si ritiene che nei felini non esista alcuna alternativa soddisfacente alle piretrine ed ai piretroidi come insetticidi; di conseguenza questi composti continuano ad essere usati per il controllo delle ectoparassitosi di questi animali. È necessario però fornire caso per caso al proprietario le opportune indicazioni sull'uso di questi prodotti, dopo aver attentamente considerato la formulazione di quello che si intende impiegare, l'età e lo stato di salute del paziente e le probabilità che il cliente rispetti gli appropriati protocolli terapeutici prescritti.
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.


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Intossicazione da paracetamolo nel cane e nel gatto

L’intossicazione da Paracetamolo nel cane e nel gatto è generalmente legata all’ingestione accidentale di farmaci ad uso umano lasciati incustoditi oppure alla somministrazione impropria da parte dei proprietari.
paracetamolo
Il Paracetamolo è un FANS (Farmaco Antinfiammatorio Non Steroideo) molto utilizzato in Medicina umana e quindi ampiamente diffuso nelle nostre case, soprattutto nel periodo invernale, a causa delle sue spiccate proprietà antipiretiche ed analgesiche: si trova infatti da solo (Tachipirina®, Efferalgan) oppure in associazione ad altri principi attivi (BronchenoloAntiflu, Neocibalgina, Cebion Febbre e Dolore, Tachidol, Tachifludec, Zerinol, Saridon e Neo-optalidon) in numerose preparazioni senza obbligo di ricetta utilizzate per curare i “malanni di stagione”.
In Medicina Veterinaria il Paracetamolo è invece poco utilizzato a causa della maneggevolezza relativamente bassa rispetto ad altri principi attivi: la dose tossica per il gatto è infatti 50-120 mg/kg, nel cane 200 mg/kg.
intossicazione-paracetamolo
In seguito ad assunzione per via orale il Paracetamolo viene rapidamente assorbito a livello intestinale, metabolizzato a livello epatico attraverso vari processi (glucuronidazione, solfatazione, idrossilazione) ed eliminato per via urinaria sotto forma di coniugati, principalmente coniugato all’acido glucuronico.
In alcuni casi il Paracetamolo può subire un processo di ossidazione che dà luogo alla formazione di un composto intermedio instabile, reattivo e potenzialmente tossico chiamato NAPQI (N-Acetil-Parabenzochinon-Immina).
Nell’arco di 2-4 ore i metaboliti tossiciossidano l’emoglobina, una proteina con la funzione di trasportatore di ossigenocontenuta nei globuli rossi, a metemoglobina, una forma di emoglobina non in grado di trasportare ossigeno; provocano inoltre la formazione di corpi di Heinz, inclusioni citoplasmatiche costituite da metemoglobina che deformano i globuli rossi e ne causanol’emolisi, cioè la rottura.
I metaboliti tossici si legano inoltre ad alcune macromolecole epatiche determinando necrosi epatica acuta.
Nel canequesto processo “tossico” si verifica solitamente in caso di sovradosaggio; nel gatto, invece, a causa di un difetto di genetico nel metabolismo epatico, si verifica anche in seguito all’assunzione di dosi molto basse di Paracetamolo: per questa ragione il suo utilizzo in questa specie è sconsigliato a qualunque dosaggio.
I sintomi dell’intossicazione da Paracetamolo nel cane sono prevalentemente di tipo epatico e comprendono anoressia (riduzione dell’assunzione di cibo), dolorabilità addominale, vomito, ittero (colorazione giallastra delle mucose), debolezza, coma e morte.
Nel gatto, per cause ancora sconosciute, i sintomi clinici sono invece simili a quelli provocati da una reazione allergica e comprendono cianosi (colorazione bluastra delle mucose), dispnea (difficoltà respiratorie), edema (gonfiore) del capo e delle zampe, emolisi (rottura dei globuli rossi), emoglobinuria (perdita di emoglobina con le urine, a cui consegue una colorazione bruna delle stesse), ittero (colorazione giallastra delle mucose), coma e morte.
Se l’intossicazione è recente il Medico Veterinario può valutare la possibilità di ricorrere a farmaci che inducano il vomito associati alla somministrazione di carbone attivato per ridurre il più possibile l’assorbimento del farmaco ingerito.
Quando il Veterinario viene consultato a distanza di qualche ora dall’ingestione e si ha il sospetto che il farmaco possagià essere stato assorbito, l’obiettivo della terapia è invece quello di inibire la formazione dei metabolitireattivi.
A tale scopo si possono utilizzare:
· Cimetidina al dosaggio 10 mg/kg per via endovenosa o per bocca nel cane ogni 6-12 ore.
· N-acetilcisteina alla dose d’attacco di 140 mg/kg per via endovenosa lenta e quindi 70 mg/kg per bocca ogni sei ore per tre giorni.
· Acido ascorbico 20 mg/kg per bocca per ridurre la metaemoglobinemia.
· Apportare ossigeno e promuovere l’escrezione del farmaco mediante l’utilizzo di fluidoterapia ed agenti alcalinizzanti urinari che riducono il riassorbimento.
Secondo alcune statistiche pubblicate negli Stati Uniti,il 40% delle intossicazioni di animali domestici è causato da comuni farmaci per uso umano, soprattutto quelli di libera vendita, mentre un altro 20% è causato da intossicazione per ingestione di piante o fiori (giglio, oleandro, stella di Natale, finte palmette etc.).
Per quanto riguarda i farmaci, talvolta gioca un ruolo la distrazione (il classico blister di compresse lasciate sul tavolo), ma molto più di frequente è il proprietario stesso che, pensando alla somiglianza degli organismi, somministra il «suo» medicinale al cane, gatto o coniglio nano. E magari lo condanna a morte. È scontato che un ruolo importante gioca anche il peso diverso tra una persona e un gatto o un piccolo cane, per cui una compressa assunta da un uomo di 80 Kg, raggiunge un picco, nel sangue, ben diverso in un cane di 20 chili o in un gatto che ne pesa quattro. Al di là di questa ovvietà, come abbiamo visto poco fa, ci sono però molte molecole che, anche a dosi estremamente basse, possono essere addirittura letali per gli animali, in quanto il loro fegato o i loro reni non sono in grado di metabolizzarle adeguatamente.
Il consiglio è quindi sicuramente quello di rivolgersi sempre al proprio Veterinario prima di somministrare un farmaco, soprattutto se ad uso umano, al proprio amico a quattro zampe!
Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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