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Malattia degli Occhi Gonfi Del Canarino

La Malattia degli occhi gonfi del canarino, chiamata anche Sinusite Infraorbitale del Canarino (SIC), si manifesta con una tumefazione a livello periorbitale mono o bilaterale che determina nei soggetti in avanzato stadio, una deformazione della testa.

Un piccolo accenno di anatomia può aiutare a comprendere il meccanismo di insorgenza della malattia. L'orbita degli uccelli, a differenza di quella dell'uomo, è incompleta e comunica direttamente con i seni paranasali (strutture ossee, di pertinenza dell'apparato respiratorio), quindi infezioni delle alte vie respiratorie, possono essere responsabili di patologie orbitali o oculari secondarie.

                                                                                sinusite-infraorbitale-del-canarino

La causa è da imputare a infezioni batteriche delle alte vie respiratorie che portano ad accumulo di pus denso oltre che nei seni paranasali anche sotto le palpebre superiore e inferiore determinandone un loro ispessimento.

I primi sintomi rilevabili sono rappresentati da una leggera congiuntivite mono o bilaterale, l’occhio leggermente socchiuso e le palpebre leggermente aumentate di volume.

Questa sintomatologia si rende maggiormente evidente nei giorni successivi attraverso l’imbrattamento delle piume presenti nella regione perioculare; in questa fase il soggetto si presenta in ottime condizioni generali, e presenta una intensa attività di strofinamento del capo sul posatoio.

dopo un periodo variabile tra i 7 e i 21 giorni, è possibile evidenziare una tumefazione turgida e arrossata  sotto orbitale. La lesione aumenta costantemente di volume e diviene dura, indolore e di colorito giallastro. In alcuni casi può circondare tutto l’occhio estendendosi anche alla regione sopra orbitale.

I soggetti colpiti possono avere difficoltà nella deglutizione e in rari casi possono andare incontro a morte per inanizione, a causa della ridotta capacità di assunzione di alimento.

Se noti uno di questi sintomi rivolgiti a un medico veterinario specializzato in animali non convenzionali.

Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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L’uveite nel cane e nel gatto

 

L’occhio è formato da tre strati principali: uno strato fibroso esterno, rappresentato dalla cornea e dalla sclera, uno più interno costituito dalla retina e dal nervo ottico e uno strato vascolare intermedio, composto dall’uvea. Quest’ultimo tratto è anatomicamente interposto tra la sclera e la retina. È a sua volta costituito da una porzione anteriore (iride e corpo ciliare), detta uvea anteriore, e una porzione postere (coroide o uvea posteriore). L’uvea anteriore oltre a provvedere all’apporto ematico dell’occhio, contribuisce anche a regolare la quantità di luce che penetra all’interno dell’occhio, alla produzione dell’umor acqueo, e ha anche un ruolo parziale nei fenomeni di tipo refrattivo dell’ occhio. Con uveite anteriore si intende una forma infiammatoria dell’uvea anteriore dei nostri animali che può causare gravi danni al globo oculare fino anche a perdita della vista.

uveite cane

I sintomi legati ad un’uveite anteriore possono colpire un solo occhio o entrambi, anche in momenti diversi. Il quadro clinico è estremamente variabile e indipendente dalle diverse cause che possono determinarla. I segni clinici più comuni sono la fotofobia ed il blefarospasmo, che possono manifestarsi con diversa intensità, anche non particolarmente marcati. La fotofobia è il disagio determinato dall’esposizione dell’occhio alla luce, mentre il blefarospasmo è la contrazione delle palpebre indipendentemente dall'esposizione alla luce. In alcuni soggetti può comparire dolore che si manifesta in diversi modi, da tendenza allo strofinamento dell’occhio colpito fino ad inappetenza e abbattimento. La cornea può infiammarsi diventando opaca (e si ha edema stromale), invece in caso di uveite posteriore essa può essere in minima parte interessata. La congiuntiva è solitamente colpita e si presenta iperemica (arrossata) e anche leggermente edematosa (situazione definita chemosi).

Solitamente le palpebre non sono coinvolte, tranne secondariamente ad autotraumatismo o in caso di alcune patologie come la Leishmaniosi o la sindrome di Vogt-Koyanagi-Harada (malattia immunomediata). Un aumento eccessivo della lacrimazione (detto epifora) può essere assente o moderata nelle forme di uveite posteriore, mentre moderata o marcata nelle forme anteriori.

Nella camera anteriore dell’occhio si possono accumulare proteine e cellule provenienti dal circolo sanguigno che la rendono opaca. Possono così essere visibili precipitati cheratinici, pus e sangue. L’iride infiammata può apparire alla visita oculistica ispessita e anche velata a causa di membrane fibro-vascolari; è possibile riscontrare aderenze anteriori dette sinechie, tra iride e cornea, o posteriori, tra iride e capsula anteriore del cristallino; il colore dell’iride può essere diverso da quello solito. La pupilla è più piccola e scarsamente reattiva alla luce, fino a diventare irregolare nelle uveiti ormai croniche.

Come conseguenza dell’uveite si può avere cataratta, altre volte ne è la causa. La pressione intraoculare solitamente è diminuita. Può però esserci glaucoma (per aumento della pressione oculare) secondario all’uveite stessa.

uveite gatto

Le cause di uveite anteriore nel cane e nel gatto sono molte e si possono classificare nell'ambito in infettive, immunomediate, metabolico-tossiche, traumatiche, idiopatiche, neoplastiche e anche paraneoplastiche .

Nel cane l’uveite anteriore su base infettiva/infestiva è riconducibile a svariate cause virali (Adenovirus, Paramixovirus ed Herpesvirus), batteriche (Brucella, Leptospira, Bartonella, Borrelia, metastatiche da forme settiche di altre parti del corpo), fungine (Aspergillosi, Blastomicosi, Criptococcosi, Coccidiomicosi, Candidiasi, Histoplasmosi), parassitarie (larve migranti di Angiostrongilus, Dirofilaria, Toxocara, Diptera), protozoarie (Leishmania, Toxoplasma, Neospora), Ehrlichiosi e Rickettsiosi. Le forme immunomediate sono rappresentate da uveite cristallino-indotta, sindrome uveo-dermatologica o malattia di Vogt-Koyanagi-Harada, trombocitopenie e vasculiti. Tra le altre cause di uveite anteriore ricordiamo le idiopatiche, le traumatiche (traumi acuti e smussi e presenza di corpi estranei di varia natura), quelle secondarie ad altre patologie oculari, ad esempio cheratiti e a molte forme neoplastiche primarie (melanoma) e metastatiche del segmento anteriore.

Le cause infettive/infestive di uveite anteriore nel gatto sono rappresentate da virus: Coronavirus (FIP), virus della leucemia felina (FeLV), virus dell’immunodeficienza felina (FIV) ed Herpesvirus; forme batteriche quali Bartonella e tutte le forme settiche che possono raggiungere l’uvea anteriore in modo metastatico da altri distretti, forme protozoarie (Toxoplasmosi) e fungine (Aspergillosi, Blastomicosi, Criptococcosi, Istoplasmosi, Candidiasi), forme parassitarie (Diptera, Toxocara e Cuterubra). Anche nel gatto esistono forme idiopatiche, traumatiche, secondarie ad altre patologie oculari e a molte forme neoplastiche primarie (melanomi, sarcomi) e metastatiche (linfosarcoma) del segmento anteriore. Anche in questa specie alcune forme di vasculite hanno un'origine immunomediata e possono determinare uveite anteriore. Cause comuni ad entrambe le specie animali sono le forme tossiche legate a somministrazione topica di alcuni farmaci. La radioterapia in prossimità della zona oculare può determinare infiammazione secondaria. Tra le patologie metaboliche causa di uveite nel cane e nel gatto: il diabete mellito, l’ipertensione sistemica, le coagulopatie e l’iperlipidemia.

La visita oculistica con un attento e completo esame clinico serve ad osservare le tutte le strutture anatomiche oculari ed a testare la funzione visiva; infatti in corso di uveite la visione può risultare normale o assente, in base alla localizzazione dell’uveite e delle varie lesioni che il fenomeno infiammatorio determina. Generalmente l’uveite anteriore dà luogo meno frequentemente a fenomeni di cecità rispetto alla posteriore, ad eccezione di casi in cui si ha una importante reazione infiammatoria con opacità di cornea e/o umor acqueo e/o corpo vitreo. La localizzazione posteriore dell’uveite, che interessa coroide e retina, due strutture estremamente delicate ed essenziali alla vista, determina più facilmente cecità temporanea o permanente. La misurazione della pressione intraoculare frequentemente risulta diminuita, il test di Schirmer può risultare aumentato in seguito alla aumentata lacrimazione ed il test della fluoresceina può essere positivo se presenti lesioni ulcerative della cornea associate all’uveite. Molto spesso l’uveite è un sintomo di una malattia sistemica, perciò sono necessari esami del sangue completi e delle urine per poter arrivare ad una diagnosi, oltre eventualmente ad ecografia e/o radiografia.

La terapia dell’uveite negli animali da compagnia è di tipo locale e sistemico. La terapia sintomatica topica consiste nell’uso di colliri midriatici e cicloplegici per contrastare sintomi importanti quali lo spasmo dei muscoli ciliari dell’occhio, la miosi e il dolore. In caso di dolore intenso possono essere anche somministrati analgesici per via sistemica. Per ridurre l’infiammazione possono essere utilizzati antinfiammatori non steroidei oppure corticosteroidi topici eventualmente in associazione o meno ad antibiotici. L’uso di corticosteroidi sistemici è importante per il controllo dell’infiammazione soprattutto nelle uveiti immunomediate. In queste forme possono anche essere somministrati altri principi attivi immunosoppressori. L’antibioticoterapia sistemica può essere utilizzata sia per il trattamento di specifici agenti eziologici o come profilassi nel confronto di infezioni batteriche secondarie. Per combattere la causa diagnosticata di uveite si utilizzano antibiotici, antiparassitari, antimicotici o altri farmaci specifici per l’eziologia che determina l’infiammazione oculare.

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Utilizzo del Gel Piastrinico in Veterinaria

L’utilizzo del gel piastrinico in Medicina Veterinaria è una grandissima novità.

Il gel piastrinico è la forma tridimensionale ed attivata del concentrato piastrinico. Come spiegato più nel dettaglio nell’articolo “Concentrato piastrinico nel cane”, quest’ultimo è il prodotto che si può ottenere dal sangue intero trattato con anticoagulante e sottoposto ad una specifica lavorazione.

Gel piastrinico- 2

Il gel viene preparato a partire dal sangue dello stesso paziente su cui verrà utilizzato. Essendo quindi un trattamento di natura autologa viene eliminato il rischio di malattie infettive e di reazioni da parte del sistema immunitario.

Le piastrine, di cui è ricco il gel, in seguito al processo di degranulazione, liberano dei fattori di crescita che sono in grado di: richiamare cellule dai tessuti vicini; eliminare cellule morte; stimolare la formazione di nuovi vasi e cellule; attivare cellule vicine silenti. Attraverso queste attività viene stimolata la cicatrizzazione dei tessuti e vengono accelerati i processi riparativi.

Le indicazioni terapeutiche possono essere svariate, sia nel cane che nel gatto. Alcune sono ancora sconosciute od in via di sviluppo visto la novità del trattamento in campo veterinario. Per il momento, le applicazioni a cui si ricorre maggiormente riguardano l'ambito dermatologico (gravi ustioni, “degloving injuries”, ferite da investimento, piaghe di diversa origine, fistole) e oculistico (ulcere corneali).

Il gel assume la forma e le dimensioni del contenitore in cui è stato preparato (es. provetta, piastra petri, lente a contatto).

Gel piastrinico- 1

Il gel ottenuto viene applicato sulla zona interessata. Generalmente sono necessarie più applicazioni con un tempo tra l’una e l’altra variabile in base alla singola situazione.

Nella nostra Clinica è possibile ricorrere a questo tipo di trattamento davvero innovativo.

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Problemi di Vista nel Cane e nel Gatto Anziano

“Non vedo bene..starò invecchiando!”..Chi di voi, teen-ager a parte, non ha mai detto, o pensato, questa frase?
Gli anziani sono infatti maggiormente predisposti rispetto ai giovani a vari problemi oculari per diverse ragioni: alcuni disturbi sono il risultato dell’invecchiamento cellulare, ed alcune malattie sono il risultato di condizioni sistemiche come il diabete, l’ipertensione, i tumori etc, la cui frequenza è maggiore in età avanzata.
Come per gli esseri umani, anche nei cani e nei gatti anziani le patologie oculari ed problemi di vista sono situazioni frequenti.
Quando un animale perde la vista, assume un comportamento molto particolare, che difficilmente sfugge all’occhio del proprietario attento: si dimostra timoroso, quando cammina avanza con cautela per paura di urtare contro qualche ostacolo e mantiene il naso rasente al suolo al fine di scoprire anticipatamente il sia pur minimo odore che gli permetta di guidare il proprio passo.
Questo influenza sensibilmente le abitudini quotidiane dell’animale, e fa sì che la cecità sia facilmente riconoscibile dalle persone che con lui convivono.
Spesso però, le modificazioni nel comportamento e nell’andatura sono molto evidenti solo fuori casa: i cani ed i gatti possiedono infatti un'elevata capacità adattativa che li porta a sviluppare maggiormente gli altri sensi (olfatto e udito) per compensare il calo di vista. Molti animali, seppur ciechi o ipovedenti, sono in grado di muoversi con assoluta disinvoltura nel proprio ambiente.
Inoltre alcune patologie iniziano con una difficoltà di visione in particolari momenti della giornata: in questi casi si noterà, ad esempio, maggiore difficoltà quando la luce è scarsa, come di notte.
Esistono malattie oculari talmente evidenti da essere notate con facilità dai proprietari, mentre altre sono più subdole, e possono passare inosservate a lungo: l’animale può addirittura arrivare alla cecità senza che il padrone se ne sia accorto.
L’esame dell’occhio permette di scoprire molte anomalie che possono far divenire cieco un animale.
Gli occhi “sani” devono essere luminosi, limpidi e privi di sporcizia, secrezioni anomale o infiammazioni. I principali sintomi di malattia oculare sono il rossore, l’infiammazione degli occhi o delle palpebre, l’aspetto appannato od opaco della superficie oculare, l’eccessiva lacrimazione o la presenza di secrezioni anomale, la sporgenza della cosiddetta “terza palpebra” e la presenza di macchie sul pelo che circonda gli occhi.
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Molto più complesso è risalire alla causa della cecità quando essa è secondaria ad una qualsiasi altra malattia: in tal caso occorre procedere per gradi partendo dall’esame clinico supportato da alcuni esami di laboratorio.
Molte sono le patologie che possono colpire le diverse strutture dell’occhio durante la terza età:
• Palpebre: neoformazioni, ectropion senile.
• Cornea: cheratite superficiale cronica, cheratocongiuntivite secca.
• Uvea: cisti iridee, neoplasie, uveiti, atrofia iridea.
• Cristallino: cataratte, lussazione della lente, atrofia senile del cristallino.
• Retina: atrofia progressiva della retina, emorragie retiniche, processi inifiammatori.
L’insorgenza delle neoformazioni palpebrali è in genere lenta e graduale.
Le neoplasie delle palpebre sono piuttosto comuni nei cani, mentre più raramente vengono osservate nel gatto.
Per fortuna, la maggior parte delle volte si tratta di forme benigne, e anche quelle maligne metastatizzano sporadicamente.
Dal punto di vista ottico, la cornea è la struttura più importante: essa deve apparire liscia e perfettamente trasparente per assicurare il passaggio della luce; la minima opacità può infatti compromettere la visione.
La cheratite superficiale cronica (CSK) è anche conosciuta come cheratite cronica immunomediata o panno corneale. I sintomi sono scolo mucoso lieve nell’angolo mediale dell’occhio, soprattutto al mattino, e l’ arrossamento.
La cheratocongiuntivite secca del cane è dovuta a un’insufficiente produzione della parte acquosa delle lacrime. Lesioni traumatiche ed infiammazioni croniche a carico delle ghiandole lacrimali ed alterazioni della loro innervazione possono causare una alterata lacrimazione. Tutto ciò, a lungo andare, può provocare un’infiammazione cronica sia della congiuntiva sia della cornea. I sintomi sono rappresentati da congiuntivite mucopurulenta in assenza di lacrimazione oppure presenza di pelo bagnato nell’area perioculare. La cornea e la congiuntiva perdono la lucentezza ed hanno aspetto opaco.
L’atrofia dell’iride è una lesione degenerativa che comporta uno spontaneo e progressivo assottigliamento dello stroma irideo o del margine pupillare.
L’uvea è uno degli strati di cui è composto l’occhio. Fanno parte dell’uvea l’iride, il “diaframma” dell’occhio, i corpi ciliari, che producono il liquido presente all’interno dell’occhio, e dalla coroide, che “nutre” la retina.
A causa del suo imponente afflusso sanguigno, l’uvea è un facile bersaglio di patologie che possono avere origine in altri distretti dell’organismo, facendo si che l’uveite, cioè l’infiammazione dell’uvea, possa essere uno dei primi segni di una malattia sistemica.
L’uveite non è quindi una malattia in sé, ma solo una infiammazione causata da una patologia.
I segni clinici possono essere molto variabili, da lievi (ammiccamento frequente, lacrimazione abbondante, occhio chiuso) ad estremamente gravi (emorragia intraoculare, intenso dolore, etc).
E' importante sapere che questa patologia può dare molto dolore al cane e può incidere sulla sua vista. In ogni caso l’animale tende a mostrare segni di fastidio localizzato agli occhi associato o meno a segni di nervosismo.
I tumori dell’uvea che colpiscono il gatto più frequentemente sono il melanoma dell’uvea, forma che colpisce l’iride specialmente sopra i 5 anni generalmente è maligno e rapidamente metastatizzante alle varie parti del globo, con una mortalità elevata.
Ci sono poi forme secondarie cioè derivanti da tumori in altro sito che si diffondono per via sanguigna, il più frequente è il linfoma intraoculare metastatico, generalmente colpisce la parte anteriore dell’occhio, di solito bilaterale.
Il cristallino, anche detto lente, è una struttura trasparente e biconvessa che permette la messa a fuoco delle immagini sul fondo dell’occhio.
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L’atrofia senile del cristallino, anche detta sclerosi nucleare o lenticolare è un disturbo legato all’invecchiamento, e consiste nell’indurimento del cristallino.
Con l’invecchiamento, il cristallino inizia a perdere la sua flessibilità, con conseguente difficoltà di mettere a fuoco.
Nei cani questo fenomeno è visibile, perché la pupilla appare come schiarita e appannata.
Questo processo inizia generalmente a circa 7 anni di età, ma non tende a diventare evidente fino ai 10 o 11 anni.
L’opacizzazione del cristallino è invece definita cataratta, mentre il suo spostamento è detto “lussazione”.
I sintomi della lussazione del cristallino dipendono da dove si è posizionato il cristallino dislocato e da quanto è grave la situazione.
La lussazione del cristallino provoca molto dolore, ed in alcuni casi viene considerata un'emergenza perché provoca un effetto diretto sui fenomeni ottici, nonché un considerevole aumento della pressione intraoculare, anche detto glaucoma.
Il glaucoma è spesso accompagnato da dolore e sintomi locali, tra cui l’edema della cornea e la compressione della papilla del nervo ottico, che impedisce la trasmissione al cervello delle informazioni ricevute tramite la retina.
La retina è lo strato sensibile dell’occhio. Essa deve essere perfettamente posizionata, poiché il suo spostamento dà origine ad uno scollamento retinico. Anche se gli scollamenti retinici non conducono necessariamente alla cecità, negli animali purtroppo, per ovvi motivi, la diagnosi risulta essere sempre tardiva, quando ormai l’ animale non vede più niente.
Il nervo ottico ha il compito di mettere in collegamento l’occhio con i centri visivi. Ogni affezione che si determini durante questo tragitto è in grado di compromettere la vista del cane. In tal caso ci si trova di fronte a lesioni infiammatorie od infettive del nervo ottico (nevrite ottica), oppure ad una compressione dello stesso causata da una frattura, o ancora da un tumore o da un ascesso che impediranno la trasmissione delle informazioni sensitive dall’ occhio al cervello.
Visite periodiche dal Veterinario possono consentire di individuare precocemente molte patologie legate all’invecchiamento, consentendo di mettere in atto misure terapeutiche che migliorano notevolmente la prognosi…come spesso si dice in Medicina “prevenire è meglio che curare”!
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La proptosi del globo oculare

 

La proptosi del globo oculare, o prolasso o lussazione dell’occhio, è considerata una vera e propria emergenza. Essa consiste nella fuoriuscita più o meno parziale del globo oculare dalla sua sede anatomica, l’orbita, con incarceramento al di sotto delle palpebre.

anatomia occhio cane

La causa di questo prolasso è sempre di origine traumatica, spesso in conseguenza ad un incidente automobilistico oppure in seguito a lotte e morsi tra cani, e più in generale qualsiasi evento che determini una compressione sull'arcata zigomatica, spingendo il globo oculare in avanti, anteriormente rispetto alla fessura palpebrale.

Tra i cani ci sono le razze maggiormente predisposte sono quelle brachicefale, tra cui il Carlino, il Pechinese e lo Shih-Tzu. Questi cani sono normalmente caratterizzati da un esoftalmo congenito più o meno marcato (occhi più sporgenti), in quanto il globo oculare è posizionato in un'orbita meno profonda e l'apertura palpebrale è più ampia rispetto ad altre razze. Ciò significa che in questa tipologia di cane la lussazione craniale dell’occhio si può verificare con maggiore facilità, anche in seguito a traumi minori.

 proptosi carlino

Nel gatto invece la proptosi del globo oculare è un evento più raro, causato solitamente da traumi forti e spesso associato a frattura delle ossa periorbitali del cranio.

Cosa succede all’occhio dopo un trauma che provoca proptosi? L'apporto ematico arterioso che arriva all’occhio rimane pressoché intatto, mentre il drenaggio venoso viene subito ostacolato. Di conseguenza la congiuntiva e gli altri tessuti dell’occhio assumono un aspetto congesto, diventando in poco tempo edematosi e arrossati. Il danno vascolare può portare anche ad un glaucoma congestizio dell’occhio e al distacco della retina. La cornea, non essendo più protetta dalle palpebre, può riportare gravi alterazioni per essiccamento (cheratite da esposizione, ulcere corneali, ecc.); il nervo ottico viene stirato fino ad essere irreversibilmente lesionato compromettendo la visione. Anche le strutture muscolari dell’occhio (muscoli estrinseci) deputate ai movimenti oculari possono venire stirate e addirittura avulse (strappate) dalla loro inserzione sull’occhio.

Per tutti questi motivi la proptosi oculare è una seria emergenza. La prognosi dipende dall'entità del trauma subìto e dalla rapidità con cui si interviene: bisogna infatti di agire il prima possibile e al massimo in 1-2 ore se si vuole salvare l'occhio, anche solo esteticamente. L’unica terapia è chirurgica.

La funzionalità visiva dopo il trattamento dipende dalla gravità del trauma e delle lesioni conseguenti: se è presente l'avulsione dei muscoli estrinseci mediali o del nervo ottico, il distacco della retina, la prognosi sarà infausta, con cecità e/o l'atrofia dell’occhio.

Lo stato della pupilla dopo il trauma può aiutare a capire la possibilità o meno del recupero della funzionalità visiva. Una pupilla dilatata che non risponde allo stimolo luminoso (cioè in midriasi fissa), può essere segnale di un grave danno del nervo ottico.

La terapia è prettamente chirurgica: la priorità è riposizionare il globo oculare nell’orbita nella sua posizione originaria. Nel frattempo, in attesa dell'intervento del veterinario, bisogna evitate che si producano ulteriori lesioni all'occhio proteggendolo da qualsiasi altro trauma, ad esempio tramite l'uso di un collare elisabettiano o una bendaggio di fortuna (si impedisce così che l'animale si ferisca grattandosi). Contro l’essiccamento della superfice dell’occhio può essere utile della soluzione fisiologica o delle lacrime artificiali. Bisogna comunque portare immediatamente l’animale dal veterinario.

Il medico veterinario si accerterà quindi dell'entità dei danni all’occhio, dell'integrità o meno delle strutture annesse, dei muscoli estrinseci dell'occhio e ovviamente del danno funzionale del nervo ottico e dalla retina, e provvederà alla chirurgia in anestesia generale. L’obiettivo dell’intervento è favorire la maggior contenzione possibile del globo oculare all'interno dell’orbita, ma a volte l’edema a livello dello spazio retrobulbare non lo permette. Inoltre a volte le condizioni dell'occhio sono talmente gravi che ogni tentativo di preservarlo risulta impossibile. In tal caso si dovrà ricorrere alla sua enucleazione. Se si riesce a riposizionare l’occhio nell’orbita verranno suturate temporaneamente le palpebre al di sopra dell’occhio (tarsorraffia temporanea) per evitare che esso fuoriesca di nuovo dalla sua sede. I punti verranno poi tolti dopo una quindicina di giorni.

tarsorrafia sutura occhio

Nel periodo postoperatorio verranno somministrati antibiotici per via topica e sistemica, per tenere sotto controllo le infezioni secondarie. E in taluni casi si impone anche una terapia antinfiammatoria per limitare il gonfiore.

In genere la prognosi è favorevole per quanto riguarda le strutture anatomiche; ma sempre estremamente riservata, se non addirittura infausta, per quanto riguarda il recupero della funzione visiva. Una volta rimossi i punti di sutura si potrà valutare quindi la capacità di vedere dall’occhio.

Tra le complicanze, riscontrabili una volta rimossi i punti di sutura, è frequente che l’occhio presenti strabismo, soprattutto in direzione dorso-laterale che nella maggior parte dei casi si risolve spontaneamente in 6-9 mesi. Inoltre dopo la rimozione della sutura può verificarsi recidiva della lussazione, in questo caso a volte si deve poi ricorrere alla tarsorrafia permanente.

Articolo a cura della Dott.ssa Ilaria Dellacroce

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Crescita congiuntivale aberrante nel coniglio

La crescita congiuntivale aberrante del coniglio è nota anche come iperplasia congiuntivale circonferenziale, membrana congiuntivale o pseudopterigio. La condizione è in realtà poco conosciuta e sembra essere limitata al coniglio. La patologia si manifesta con la presenza di una membrana vascolare rosa e carnosa che origina dalla periferia della cornea e si estende verso il centro, fino a formare una membrana che ricopre l’occhio, lasciando scoperta solo una piccola apertura centrale. Generalmente questa membrana non aderisce alla cornea sottostante per cui può essere facilmente spostata utilizzando un bastoncino con la punta di cotone. Il tessuto rosa rappresenta una piega della congiuntiva che cresce in direzione centripeta dalla congiuntiva bulbare al limbo. All’esame oftalmologico spesso non sono presenti altre alterazioni per cui la vista è mantenuta, fino a che la progressione della membrana non occlude l’apertura centrale. Dal punto di vista istologico la lesione consiste di congiuntiva normale che riveste la superficie interna ed esterna della membrana e si pensa che derivi da un eccesso localizzato di collagene congiuntivale. Può essere colpita qualunque razza di conigli, ma i conigli nani e i loro incroci potrebbero essere predisposti.

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I proprietari sottopongono il coniglio alla visita per un cambiamento nel colore dell’occhio, che appare via via più arrossato. Normalmente questo cambiamento avviene nell’arco di alcune settimane, ma il coniglio non manifesta fastidio o dolore e non presenta altre alterazioni patologiche (come una diminuzione dell’appetito).

La terapia locale non è né efficace nel prevenire l’ulteriore crescita della membrana, né nel determinare la sua regressione. Se la condizione è monolaterale e la riduzione della vista nell’occhio colpito non causa alterazioni comportamentali nel coniglio, può rimanere non trattata. L’occhio dovrebbe essere lavato regolarmente per evitare l’accumulo di muco e di detriti che possono predisporre ad ulteriori infezioni.

Negli animali colpiti gravemente, che presentano problemi di vista, che mostrano alterazioni del comportamento o nei casi bilaterali, si consiglia l’intervento chirurgico. Non è sufficiente asportare la membrana, perché purtroppo questa tende a ricrescere nell’arco di poche settimane. E’ necessario invece asportare la membrana e quindi suturare il margine tagliato alla congiuntiva bulbare e alla sclera subito dietro al limbo. Dopo l’intervento è consigliata l’applicazione di una pomata locale di ciclosporina per ridurre l’ulteriore rischio di ricrescita.

A cura della Dott.ssa Valentina Declame

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Neoformazioni palpebrali

Le neoplasie delle palpebre sono piuttosto comuni nei cani mentre più raramente vengono osservate nel gatto. Per fortuna, il 75% delle forme che si manifestano nel cane sono benigne e anche le forme istologicamente maligne metastatizzano sporadicamente. Il problema principale di questo tipo di neoformazioni è rappresentato soprattutto dalla recidiva locale. Nel gatto invece i tumori palpebrali maligni sono più comuni che nel cane, e il carcinoma a cellule squamose è il più rappresentato: questi si osservano soprattutto in gatti a pelo bianco e sono aggravati dall’esposizione ai raggi UV. Il canto ventromediale è colpito più frequentemente e la maggior parte delle lesioni è erosiva, anziché presentarsi come una massa distinta.

neoformazioni palpebrali

L’insorgenza delle neoformazioni palpebrali è in genere lenta e graduale, in altri casi, invece, una lesione palpebrale che per mesi non ha subito cambiamenti improvvisamente cambia aspetto, cresce, si ulcera e causa fastidio all’animale che inizia a grattarsi e ad autotraumatizzarsi. La maggior parte dei pazienti sono anziani e non è evidente alcuna predisposizione di razza o sesso, ad eccezione del già menzionato carcinoma squamocellulare del gatto.

L’esame clinico generale di questi pazienti in genere non risulta significativo, anche se talvolta può riscontrarsi una linfadenopatia localizzata. All’esame oftalmologico può essere presente una grande massa sul margine palpebrale (sia superiore che inferiore). La cute periorbitale può essere infiammata e ispessita. La massa può apparire liscia o lobulata e può variare di colore dal rosa pallido al rosso, a una pigmentazione scura. La congiuntiva palpebrale risulterà anch’essa infiammata. Il margine palpebrale deve essere sollevato per poter meglio stabilire l’estensione della neoformazione: spesso ciò che si osserva esternamente è infatti solo la punta dell’iceberg. Normalmente è presente un lieve scolo oculare, sieroso ma anche mucopurulento. Occorre esaminare la cornea poiché spesso è presente una cheratite dove la massa viene a contatto con la cornea stessa durante l’ammiccamento e non è infrequente il riscontro di ulcere corneali.

Per le masse palpebrali semplici è necessaria l’asportazione chirurgica e la tipizzazione istologica. In caso di masse atipiche, ad esempio quelle con un rapido accrescimento o in caso di una recidiva, è necessario indagare ulteriormente prima dell’intervento chirurgico. Gli aghi aspirati sottili sono spesso diagnostici e possono essere eseguiti anche senza sedare il paziente. In sedazione è invece possibile ottenere biopsie utilizzando punch da 4-6 mm.

L’escissione chirurgica è il trattamento di scelta di tutte le neoformazioni palpebrali, ma nelle lesioni più ampie risulta più complesso: come già accennato, nei casi atipici si consiglia la tipizzazione citologica o istologica per avere informazioni riguardanti l’estensione necessaria per la pulizia dei margini e poiché le palpebre sono strutture fondamentali per la salute dell’occhio, esse non possono essere semplicemente asportate e potrebbe essere necessaria una blefaroplastica ricostruttiva. Per i tumori palpebrali benigni, anche se sono molto estesi, la prognosi è generalmente favorevole. Le complicanze che si verificano in seguito all’escissione chirurgica sono dovute di solito ad alterata funzionalità delle palpebre o alla trichiasi. La recidiva locale della massa potrebbe rappresentare un problema, soprattutto nei casi di neoplasie maligne.

A cura della Dott.ssa Valentina Declame

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Blefariti e blefarocongiuntiviti nelle tartarughe

Parleremo in questo articolo delle più comuni cause di blefariti (ovvero un processo infiammatorio a carico delle palpebre) e di blefarocongiuntiviti (cioè le infiammazioni che colpiscono sia le palpebre che la congiuntiva) nei cheloni.

Molte delle patologie che colpiscono le palpebre e la congiuntiva dei rettili, ed in particolare dei cheloni, derivano da una incorretta alimentazione e da condizioni ambientali non sempre ottimali. Per questo motivo in queste specie, la raccolta dell’anamnesi e di tutte le informazioni relative all’ambiente in cui vivono e al tipo di alimentazione, risultano fondamentali.

Hipovitaminosis A in Turtles

Schematizzando, le cause più comuni di blefarite e blefarocongiuntiviti sono le seguenti:

- Ipovitaminosi A: è la causa più comune tra le patologie a carico degli annessi oculari nei cheloni, soprattutto nelle specie acquatiche e semiacquatiche. Giovani soggetti, alimentati con diete troppo ricche di proteine (a base di carne ed insetti), sviluppano, a seguito delle carenze di vitamina A, metaplasia squamosa a carico delle ghiandole orbitali e dei loro dotti. Le cellule mucipare vengono sostituite da epitelio squamoso cheratinizzato che, non svolgendo più alcuna funzione protettiva, facilita lo sviluppo di infezioni batteriche secondarie. Le cellule desquamate ostruiscono i dotti ghiandolari, bloccando la secrezione e causando così un aumento di volume delle ghiandole stesse, edema palpebrale, blefarocongiuntivite secondaria e cecità temporanea (data dal gonfiore delle palpebre).La lesione oculare a volte può essere confusa con una congiuntivite primariamente batterica o micotica. La metaplasia dell’epitelio si verifica anche carico dell’apparato respiratorio con conseguenti problemi respiratori e possibili complicanze infettive. Oltre ai sintomi oculari si potranno quindi osservare anche altri sintomi, quali letargia e anoressia. La terapia si basa sulla somministrazione di vitamina A: nelle tartarughe può essere somministrata per via orale al dosaggio di 100000 UI/kg ogni 3 giorni oppure 1000-5000 UI settimanali per soggetto, per via parenterale. Pomate oftalmiche antibiotiche a largo spettro vengono utilizzate per controllare le infezioni batteriche secondarie.

- Batteriche: batteri quali Escherichia coli o Pseudomonas possono causare granulomi o ascessi che devono essere rimossi chirurgicamente. Anche in questo caso, deve essere sempre impostata una terapia antibiotica locale.

- Micotiche: spesso le micosi giungono a livello oculare da limitrofe aree cutanee infette. Spesso i traumi possono predisporre a questa tipologia di infezioni.

- Parassitarie: occasionalmente alcuni parassiti (soprattutto nematodi) possono causare blefarocongiuntiviti. La rimozione meccanica dei parassiti e una terapia topica a base di antibiotico ad ampio spettro spesso sono risolutivi.

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Blefarite nel cane e nel gatto

La blefarite, ovvero l’infiammazione delle palpebre, è una patologia che si osserva con una certa frequenza nei nostri amici a quattro zampe. Generalmente vengono colpiti con maggiore frequenza i cani rispetto ai gatti e l’interessamento delle palpebre è di solito bilaterale. Uno dei segni caratteristici della blefarite è il fastidio che l’animale avverte e che si manifesta tipicamente con uno strofinamento del muso con le zampe o su superfici ruvide. Spesso sono anche presenti scolo mucoso o muco purulento, iperemia congiuntivale, iperemia palpebrale associata o meno alla presenza di ulcere o ferite.

blefarite

L’anamnesi, come sempre, rappresenta uno step fondamentale della visita. Nel caso di blefarite stafilococcica può esservi un’anamnesi di lieve congiuntivite per qualche giorno, seguita da un marcato arrossamento e gonfiore palpebrale, associati a scolo oculare purulento. Oppure il soggetto potrebbe essere un cucciolo di 3-4 mesi che presenta tumefazione palpebrale che poi sviluppa ulcere e croste intorno a naso e palpebre, associate a malessere generale, piressia, inappetenza: in questo caso il tutto riconduce a una forma di piodermite giovanile. Un giovane Labrador Retriever potrebbe manifestare stagionalmente prurito a livello oculare e delle zampe, manifestazioni tipiche dell’atopia. Blefarite associata a lesioni crostose e uveite possono essere indicative di Leishmaniosi, per cui è molto importante ricercarla qualora il paziente viva o sia stato di recente in zone endemiche.

Poiché molte forme di blefarite fanno parte di una patologia dermatologica diffusa, è necessario un attento esame clinico generale, particolarmente focalizzato sull’apparato cutaneo ed è perciò fondamentale la collaborazione con un dermatologo. Le cause di blefarite possono essere tanto numerose quanto quelle di dermatite generalizzata e a volte i sintomi oculari rappresentano i primi segni di un coinvolgimento più ampio. L’infezione batterica secondaria è frequente e può nascondere la causa eziologica sottostante. L’esame oftalmologico evidenzierà tumefazione e iperemia delle palpebre, con la possibile presenza di croste o erosioni essudative vicino ai margini palpebrali. Alcune lesioni sono erosive e può essere presente uno scolo siero-emorragico. L’iperemia periorbitale o l’alopecia potrebbero rappresentare segni di autotraumatismo. L’esame delle palpebre stesse potrebbe rivelare tumefazioni multiple lungo il margine palpebrale, in corrispondenza della localizzazione delle ghiandole di Meibomio, elementi suggestivi di meibomite. L’iperemia congiuntivale si associa alla maggior parte delle infiammazioni delle palpebre e può essere erroneamente ritenuta il problema primario. Normalmente i casi di blefarite non coinvolgono le strutture intraoculari, ma nel caso sia presente un’uveite, per esempio, ciò potrebbe far sospettare una malattia immunologica, come la sindrome uveo-dermatologica, o un’infezione protozoaria, come la Leishmania. Una volta eseguito l’esame clinico generale e quello oftalmologico, si possono eseguire i test diagnostici. In molti casi devono essere eseguiti tamponi per colture batteriche e antibiogrammi (sia dello scolo oculare, sia degli essudati dei margini palpebrali). Devono essere considerati anche i campionamenti per l’isolamento dei parassiti, quindi sono necessari diversi tamponi, in differenti mezzi di trasporto.

Chiaramente il trattamento specifico dipenderà dalla causa determinante la blefarite. In tutti i casi devono essere applicate un’accurata igiene generale e la prevenzione di auto traumatismi. Nel caso di infezione batterica primaria delle palpebre si consiglia un antibiotico per via sistemica ad ampio spettro come la cefalessina. Ricordare che le palpebre fanno parte della cute e richiedono una terapia sistemica. Gli antibiotici locali non sono sempre necessari: alcuni pazienti possono beneficiarne, ma altri possono sviluppare una reazione da ipersensibilità, aggravando i segni clinici. Se un paziente peggiora durante la terapia, si dovrebbe prendere in considerazione un’ipersensibilità al farmaco: in questi casi occorre sospendere la terapia e rivalutare il paziente dopo 2-3 giorni. Se le palpebre sono particolarmente infiammate è necessario un antinfiammatorio sistemico. Si deve scegliere un farmaco non steroideo a meno che non si sospetti una componente immunomediata. Le blefariti parassitarie rispondono alle comuni terapie sistemiche e ai lavaggi. La chirurgia è raramente necessaria nei casi di blefarite. Occasionalmente possono essere asportate e raschiate le lesioni di tipo granulomatoso lungo le palpebre.

Generalmente la prognosi nei casi di blefarite è buona, anche se potrebbe essere necessaria una terapia protratta della durata di parecchie settimane. Se la blefarite è associata a una patologia dermatologica sistemica generale, come l’atopia o il pemfigo, la prognosi è allora meno favorevole nei confronti di una guarigione completa, ma si può ottenere un buon controllo a lungo termine.

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Leishmaniosi canina: segni oculari

La leishmaniosi è una malattia sostenuta da parassiti appartenenti ai protozoi. L'agente principale della leishmaniosi nelle aree mediterranee è la Leishmania infantum, un parassita in grado di colpire soprattutto il cane, ma spesso anche l’uomo. E’ veicolata da un insetto, il flebotomo e, proprio per questo motivo, la trasmissione del parassita avviene soprattutto in estate. Dopo che il parassita ha punto l’animale, gli amastigoti della Leishmania infettano i macrofagi del derma. Se l’ospite non attiva una risposta immunitaria protettiva nei suoi confronti, il microrganismo si moltiplica e si diffonde in tutto l’organismo, causando la patologia. La forma viscerale presenta un coinvolgimento multiorgano in seguito all’infezione del sistema reticolo endoteliale. Il microrganismo deprime l’immunità del sistema delle cellule T (utili nel contrastare la patologia), mentre aumenta l’attività delle cellule B (coinvolte nella manifestazione dei sintomi tipici della malattia). Dal momento che ogni cane reagisce in modo soggettivo all’infezione del parassita, il periodo di incubazione varia da pochi mesi ad alcuni anni.

leishmaniosi

La maggior parte dei pazienti con leishmaniosi viene sottoposta a visita clinica per la manifestazione di sintomi dermatologici, segni sistemici quali anoressia e dimagrimento, zoppie, linfoadenomegalia. Inoltre possono essere visibili alcuni segni oculari e, nel 15 % dei casi, questi rappresentano il solo segno della patologia. Si suppone che le manifestazioni oculari siano il risultato di una combinazione tra l’infiltrazione diretta del microrganismo e la risposta immunitaria dell’animale.

In questi pazienti il risultato dell'esame oftalmologico può essere molto variabile. In alcuni casi gli occhi si presentano nella norma (soprattutto nelle fasi iniziali della malattia), in altri pazienti è possibile osservare invece un ispessimento delle palpebre, associato a segni di infiammazione ed alopecia della zona perioculare. Altri presentano chemosi e congiuntivite marcata, con o senza lesioni corneali. Si possono notare noduli in corrispondenza del limbo corneale e occasionalmente si evidenziano ulcere e vascolarizzazione corneale. Sono invece reperti comuni l'uveite anteriore, con miosi, intorbidimento dell'umor acqueo ed edema irideo. I pazienti che presentano questi segni clinici spesso hanno anche dolore e possono essere ciechi. Se il fondo oculare è ispezionabile, è possibile riscontrare segni di corioretinite. Raramente è presente cellulite orbitale associata ad esoftalmo dolente. E' importante eseguire sempre il test di Schirmer per valutare la produzione di lacrime: alcuni cani hanno infatti anche cheratocongiuntivite secca. Anche la misurazione della pressione intraoculare rappresenta uno step fondamentale: il glaucoma secondario rappresenta infatti una delle complicazioni caratteristiche della malattia.

Oltre alla terapia specifica nei confronti della leishmaniosi è necessario effettuare anche un trattamento sintomatico nei confronti dei segni oculari: in caso di uveite si utilizza una combinazione di steroidi topici e atropina in collirio. Potrebbe essere necessaria la terapia specifica per la cheratocongiuntivite secca, oppure antibiotici topici in caso di ulcera corneale. Potrebbe essere necessario somministrare una terapia nei confronti del glaucoma o, in presenza di blefariti ulcerative, antibiotici sistemici come cefalessina o amoxicillina e acido clavulanico. Per ciò che riguarda il glaucoma occorre ricordare che, essendo una patologia dolorosa, se la terapia medica non riesce a controllarlo ed il paziente diventa cieco, può essere necessario procedere con l'enucleazione.

La prognosi di leishmaniosi deve essere riservata. Molti casi infatti rispondono bene al trattamento iniziale, ma sono frequenti le recidive. Talvolta con la recidiva cambia il quadro clinico: è in questa fase, ad esempio, che possono manifestarsi segni clinici oculari precedentemente assenti. La prognosi è generalmente migliore se le lesioni sono a livello degli annessi oculari (in particolar modo le palpebre), piuttosto che se coinvolgono i comparti interni dell'occhio come l'uveite o il glaucoma.

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Emorragia intraoculare: l’ifema

Con il termine ifema si intende la presenza di sangue nella camera anteriore dell’occhio. Questa raccolta ematica è spesso visibile senza l’utilizzo di strumenti o fonti di ingrandimento e l’occhio appare nel suo complesso arrossato. Normalmente l’insorgenza di questo fenomeno è acuta. Il paziente può presentarsi in buone condizioni generali oppure manifestare altri segni clinici, in base alla causa sottostante al sanguinamento. Possono essere colpiti uno o entrambi gli occhi e la visione risulta ovviamente ostacolata. Molti pazienti non manifestano particolari segni di fastidio oculare, ma alcuni mostrano i segni tipici del dolore oculare, vale a dire blefarospasmo, fotofobia e lacrimazione aumentata.

ifema

L’anamnesi dei pazienti colpiti da ifema può essere molto diversa in base alle cause sottostanti. Potrebbe essere noto un incidente traumatico (incidenti automobilistici o traumi contundenti). Il paziente può aver ingerito veleno per topi o tossine dello stesso genere ed aver perciò sviluppato una coagulopatia. Oppure potrebbe aver viaggiato recentemente in zone dove può essere venuto a contatto con particolari agenti infettivi (in particolare malattie trasmesse da zecche). Potrebbe esistere una diagnosi di malattia sistemica pregressa come un’insufficienza epatica o renale, oppure il paziente potrebbe essere affetto da una malattia neoplastica in qualche altra sede dell’organismo. Potrebbe essere in cura per l’ipertensione o soffrire di un problema cardiaco. Negli animali giovani può essere presente una anomalia congenita (ad esempio Collie Eye Anomaly – CEA), nel qual caso sarebbe utile esaminare i fratelli della cucciolata e i genitori. E’ quindi importante raccogliere un’anamnesi approfondita per qualunque paziente si presenti con ifema.

Su ogni paziente che si presenta con ifema deve essere eseguito un esame clinico generale. Si dovrebbe controllare l’eventuale presenza di emorragie in altre sedi del corpo, come ad esempio gengive, cute, tratto gastrointestinale. Si dovrebbe inoltre verificare l’eventuale presenza di segni dovuti a traumi, quali ecchimosi sul muso, ferite o fratture. L’esame oftalmologico comprende un’attenta valutazione del globo per cercare eventuali segni di traumi, ottusi o penetranti (lesioni corneali o emorragie sottocongiuntivali). Se si riesce a osservare la pupilla, devono essere controllati i riflessi. In caso non sia possibile evidenziarla, è importante la risposta indiretta dell’altra pupilla, poiché può indicare se nell’occhio colpito il fondo e il nervo ottico rispondano agli stimoli luminosi. E’ necessario controllare l’occhio controlaterale. Se la causa dell’ifema non è un trauma, potrebbe essere presente una malattia sistemica: in questo caso è molto probabile un coinvolgimento di entrambi gli occhi, anche se non in modo simmetrico. E’ importante anche la misurazione della pressione intraoculare (IOP) che in caso di ifema può essere nella norma, ridotta o elevata: dal risultato ottenuto dipenderanno le scelte terapeutiche. In caso di ifema totale, che rende impossibile l’esame intraoculare, dovrebbe essere eseguito l’esame ecografico. Questo si rivela particolarmente utile in caso di traumi ottusi o forme neoplastiche. Se vi sono segni di trauma del globo, bisogna far ricorso a radiografie del cranio. Spesso si rende anche necessaria l’esecuzione di alcuni esami di laboratorio, quali esame emocromocitometrico ed ematobiochimico, profilo coagulativo e test specifici per la ricerca di alcuni agenti infettivi.

Gli obiettivi generali della terapia sono: identificare la causa, evitare emorragie ricorrenti, tenere sotto controllo l’uveite e limitarne le conseguenze. La maggior parte delle opzioni terapeutiche per l’ifema è medica. Se esiste una malattia sistemica sottostante è chiaramente di estrema importanza trattarla. Per esempio, un caso di ehrlichiosi richiede un trattamento a base di doxiciclina, così come un avvelenamento da dicumarolo necessita della somministrazione di vitamina K o una trombocitopenia immunomediata una terapia immunosoppressiva a base di corticosteroidi, ecc. Il trattamento specifico per l’ifema è generalmente sintomatico e, una volta esclusa la presenza di ulcere corneali, risulta efficace la somministrazione di corticosteroidi topici. I FANS dovrebbero essere evitati a causa dei loro effetti sulla funzionalità delle piastrine e sulla coagulazione. L’atropina dovrebbe essere somministrata con cautela per il potenziale rischio di sviluppo di glaucoma. Gli agenti fibrinolitici possono sciogliere i coaguli di sangue, ma, dal momento che per questo farmaco è necessaria l’iniezione nella camera anteriore dell’occhio, se ne consiglia l’utilizzo solo in alcuni casi specifici.

Se i danni oculari dati dal trauma sono troppo estesi o se l’ifema ha comportato lo sviluppo di grave uveite cronica e/o glaucoma secondario, l’enucleazione rappresenta purtroppo la procedura chirurgica più indicata. L’enucleazione è indicata anche se l’ifema è causata da neoplasie intraoculari.

La prognosi dei casi di ifema dipende dalla causa e dal grado dell’emorragia. Nei casi affetti da una malattia sistemica, questa deve essere confermata prima di poter formulare una prognosi. I pazienti con malattie infettive possono essere curati, quelli affetti da ipertensione possono essere tenuti sotto controllo e la visione può essere preservata, mentre quelli con malattie immunomediate o neoplasie potrebbero avere come prospettiva una prognosi infausta.

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Cecità acuta di origine retinica nel cane (SARD)

La patologia più frequente di origine retinica che causa cecità acuta nel cane è una sindrome chiamata “sudden acquired retinal degeneration” o SARD. Tutte le razze, compresi i meticci, possono essere colpiti da questa patologia e l’età media di insorgenza è di circa 8 anni. Il segno clinico più frequente è la comparsa improvvisa di cecità, perdita di orientamento, incapacità di evitare gli ostacoli anche in ambiente famigliare e depressione. Spesso si riscontrano anche aumento dell’appetito, della sete e poliuria come sintomi precedenti la perdita di visione. L’esame obiettivo generale di solito è normale, le analisi ematobiochimiche spesso mostrano un aumento dei livelli degli enzimi epatici, del colesterolo, delle proteine sieriche e del cortisolo.

 sard - sudden acquired retinal degeneration

Per quanto riguarda la visita oculistica, i pazienti colpiti da SARD presentano assenza di visione e mancanza di reazione alla minaccia. Il riflesso fotomotore (PLR) e la risposta all’abbagliamento (Dazzle) sono presenti, rallentati o assenti. La valutazione del fondo di solito non rileva importanti alterazioni nelle fasi iniziali della patologia, in alcuni casi viene riportato un pallore del disco ottico secondario ad attenuazione della vascolarizzazione del nervo ottico. Spots iper-riflettenti multifocali si osservano in area tappetale dopo circa due mesi dalla perdita della visione. Dopo circa un anno dalla comparsa della patologia, si possono riscontrare segni oftalmoscopici riferibili a degenerazione retinica avanzata. Nonostante l’alto numero di animali affetti, l’eziopatogenesi alla base della patologia non è ancora chiara.

La cecità acuta bilaterale nel cane, in assenza di apparenti lesioni oculari, include, come diagnosi differenziali più frequenti, oltre alla SARD, le neuriti ottiche retrobulbari, le neoplasie chiasmatiche e la cecità di origine centrale.

Il test diagnostico migliore per distinguere la SARD da patologie del sistema nervoso centrale che causano cecità improvvisa è l’elettroretinografia (ERG). Nella SARD il tracciato ERG è piatto, mentre nelle altre patologie è normale o leggermente diminuito.

La SARD è considerata una patologia irreversibile e non responsiva alle terapie antinfiammatorie, antibiotiche e immunosoppressive.

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Atrofia progressiva della retina

L’atrofia progressiva generalizzata della retina (PRA) è una malattia degenerativa molto grave a carico della retina il cui esito finale è purtroppo la cecità. E’ una patologia considerata ereditaria in molte razze di cani. Esistono diverse tipologie di PRA, in base al tipo di fotorecettori coinvolti dal processo degenerativo, in base ai tempi di progressione della malattia e all’età di insorgenza.

atrofia progressiva retina

Spesso la patologia viene diagnosticata in fasi piuttosto avanzate, quando la degenerazione retinica determina già deficit visivi. L’esame clinico generale di questi pazienti risulta spesso nella norma, ma la visita oculistica evidenzierà riflessi pupillari rallentati o assenti, così come la risposta alla reazione della minaccia. Le pupille appaiono spesso dilatate ed il fondo oculare è iperriflettente e con vasi retinici atrofici o addirittura assenti. Il disco del nervo ottico può essere piccolo e atrofico. Le modificazioni retiniche sono bilaterali e simmetriche.

Una PRA generalizzata non è una singola malattia ma un gruppo di differenti alterazioni. Alcuni tipi di PRA generalizzata sono dovuti a una displasia dei fotorecettori retinici, in cui i bastoncelli (e in alcuni casi anche i coni) non sono in grado di svilupparsi normalmente e si atrofizzano rapidamente. Di solito, questa condizione si manifesta in animali giovani. La degenerazione di coni e bastoncelli è più comune e colpisce solitamente animali più anziani, generalmente dai 5 anni di età in avanti, sebbene i segni oftalmoscopici possano essere già visibili prima. L’aspetto clinico e oftalmoscopico è in realtà lo stesso, indipendentemente dall’alterazione fotorecettoriale e dal difetto genetico. Quest’ultimo varia tra le razze ed è, di solito, una forma autosomica recessiva. La retina degenera a velocità differenti nelle diverse razze, e anche nella stessa razza o addirittura all’interno di una stessa cucciolata, i tempi di insorgenza e progressione possono essere diversi. Questa grande variabilità rende molto complesso determinare quanto tempo sarà necessario per arrivare alla cecità totale. Non appena la retina degenera, libera delle sostanze anomali che innescano la formazione di una cataratta, che nelle fasi iniziali è a carico soprattutto della capsula posteriore, ma con il tempo progredisce fino a coinvolgere l’intera lente. Questo fenomeno complica molto il quadro, dal momento che nelle fasi avanzate risulta difficile capire quale dei due eventi si sia innescato per primo. Un esame diagnostico molto importante in questi casi è rappresentato dall’elettroretinografia (ERG). L’ERG valuta la funzionalità della retina, perciò nei casi in cui sia presente la sola cataratta, la funzionalità della retina risulterà nella norma, ma nei casi in cui la cataratta sia insorta come conseguenza di una PRA, la funzionalità retinica sarà assente.

Data la gravità della malattia e dato soprattutto il fatto che ad oggi non esistono terapie di alcun tipo, risulta di fondamentale importanza la selezione e la riproduzione di soggetti sani. Come accennato prima infatti, la PRA è una malattia ereditaria, per cui l’unica possibilità per prevenirla è quella di agire sui soggetti riproduttori. Tuttavia, poiché la condizione molto spesso si manifesta in animali adulti o anziani, al momento della diagnosi essi possono già essere stati utilizzati come riproduttori. L’introduzione del test del DNA è un esame estremamente utile per gli allevatori, dal momento che il test del DNA permette di differenziare i cani portatori, quelli esenti e i cani affetti. In particolare, permette l’identificazione di soggetti affetti quando ancora non manifestano i sintomi della malattia e rappresenta uno strumento molto efficace nella prevenzione di questa patologia.

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Il distacco della retina (II°parte)

In questo articolo continueremo a parlare del distacco retinico, approfondendo in particolar modo le cause più comuni di distacco e le possibilità terapeutiche.
Comprendere la causa eziologica che porta ad un distacco retinico, richiede un accertamento diagnostico piuttosto approfondito, in particolare nei pazienti adulti che presentano distacchi sierosi. Innanzitutto si devono eseguire esami del sangue completi (emocromocitometrico ed ematobiochimici). Gli esami potrebbero evidenziare, ad esempio, una neutrofilia, suggestiva di malattia infettiva o una sindrome da iperviscosità. Può anche essere presente una malattia renale o epatica. Si deve prendere in considerazione l’esame delle urine per poter avere un quadro completo. La pressione sanguigna sistemica deve essere sempre misurata poiché l’ipertensione è una causa comune di distacco retinico sia nei cani che nei gatti: in caso di distacco retinico rappresenta perciò uno step fondamentale. Se si sospetta una corioretinite, si devono effettuare test sierologici specifici per prendere in esame le varie cause (soprattutto quelli volti alla ricerca di specifici agenti infettivi). Se il fondo dell’occhio non può essere visualizzato direttamente, per esempio per la presenza di una cataratta matura completa, l’unica indagine diagnostica in grado di evidenziare la presenza di un distacco retinico è rappresentata dall’ecografia oculare. Anche l’ecografia generale addominale e cardiaca possono essere indicate, a seconda dei risultati dell’indagine preliminare, per esempio, per cercare una malattia cardiaca o una massa surrenalica nei casi di ipertensione sistemica, o per localizzare un tumore primario nelle sindromi da iperviscosità. Sfortunatamente, in alcun casi, l’eziologia sottostante può non essere individuata nonostante un accertamento diagnostico approfondito. I casi di distacco retinico regmatogeno non sempre richiedono ulteriori accertamenti diagnostici poiché la causa il più delle volte è oftalmologica piuttosto che sistemica. Un precedente intervento chirurgico per la cataratta o per la lussazione della lente e una degenerazione del vitreo predispongono grandi lacerazioni retiniche e in queste situazioni le indagini richieste saranno minime.
distacco retinico
Per il distacco retinico regmatogeno totale non esiste alcun trattamento e l’occhio rimane purtroppo cieco. Un distacco sieroso, invece, può rispondere al trattamento. Questo è per prima cosa diretto alla correzione della condizione sistemica sottostante, per esempio il trattamento dell’ipertensione o di una corioretinite infettiva. Se non viene identificata alcuna causa sottostante, si inizia un trattamento empirico con dosi immunosoppressive di steroidi. I distacchi parziali frequentemente si possono risolvere, come anche alcuni distacchi bollosi totali. Gli steroidi vengono gradatamente ridotti non appena il paziente migliora, ma una terapia a basse dosi, a giorni alterni, può essere necessaria per molti mesi.
In medicina veterinaria , l’intervento chirurgico per “riattaccare” la retina viene eseguito raramente, anche dagli stessi specialisti e in pochi centri molto specializzati. Tuttavia, alcuni centri sono attrezzati per la chirurgia laser, che delimita piccoli distacchi nel tentativo di impedire il loro diffondersi. Sfortunatamente , la maggior parte dei paziente viene portato alla visita in stadi troppo avanzati per poter eseguire un qualsiasi intervento chirurgico.
La prognosi per il distacco della retina è riservata. I distacchi regmatogeni e da trazione non sono idonei al trattamento e la cecità è permanente. Tuttavia, questi occhi di solito non sono dolenti e, purché l’animale sia complessivamente in buona salute, può essere mantenuta una buona qualità della vita. I distacchi bollosi possono risolversi una volta trattata la malattia sistemica sottostante. Tuttavia, le aree riattaccate possono non essere funzionali e, molto spesso, si manifestano segni di degenerazione con iperriflettività e anomalie di pigmento di aree colpite.
Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
Vuoi maggiori informazioni? Clicca e contatta la Clinica Borgarello oppure compila il modulo sottostante. Se ti è piaciuto l'articolo condividilo con i tuoi amici e/o posta un commento, grazie.  
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Il distacco della retina (I° parte)

Il distacco retinico è una patologia dell’occhio che si presenta in seguito al sollevamento della neuroretina dall’epitelio pigmentato sottostante.

La neuroretina (costituita dai fotorecettori -coni e bastoncelli- e tutte le cellule nervose che permettono la trasmissione del segnale visivo) aderisce allo strato dell'epitelio pigmentato, struttura che permette il passaggio degli elementi nutritivi dalla sottostante coroide (ovvero lo strato vascolare del fondo dell’occhio) e la degradazione degli elementi esterni prodotti dai fotorecettori. Difficilmente, invece, si verifica un completo distacco dell’intera retina dalla coroide sottostante.

I distacchi possono svilupparsi in uno dei seguenti modi:

  • Distacchi essudativi: versamenti, essudati, o raramente accumuli solidi di cellule sollevano la neuroretina;

  • Distacchi regmatogeni: una lacerazione o una porzione mancante di retina ne provoca una sua disinserzione, consentendo al vitreo liquefatto di accumularsi sotto la lacerazione;

  • Distacchi da trazione: la proliferazione di membrane preretiniche esercita una trazione sulla retina distaccandola dall’epitelio pigmentato sottostante.

Spesso, il reale meccanismo del distacco non è completamente compreso, sebbene siano coinvolti microtraumi, alterazioni vascolari e tensione sulla retina periferica. Una volta persa l’integrità strutturale della retina, si verifica una rapida degenerazione dei fotorecettori nell’area colpita; essi non possono funzionare quando non in stretta associazione con l’epitelio pigmentato retinico. Quindi, anche se un trattamento ha successo nel determinare il riattacamento della retina, non necessariamente ne consegue il ripristino della funzionalità visiva.

Alla visita clinica l’anamnesi di solito è piuttosto breve e poco indicativa, poiché la presentazione è spesso acuta. Tuttavia alcuni animali possono avere un’anamnesi di malattia recente, ad esempio renale o cardiaca, oppure possono aver effettuato dei viaggi ed avere così contratto delle infezioni esotiche. L’animale si presenta alla visita cieco in uno o entrambi gli occhi se il distacco è molto esteso, ma se solo parziale in un occhio, può essere asintomatico. Queste fasi “intermedie” di distacco retinico spesso non vengono diagnosticate, proprio perché l’animale non presenta deficit visivi o è comunque in grado di compensarli.

La pupilla colpita appare dilatata e poco o nulla responsiva agli stimoli luminosi. Il paziente può presentare una midriasi bilaterale o monolaterale. In questo caso la pupilla normale si restringe quando illuminata, mentre l’occhio anormale rimane dilatato se illuminato direttamente, ma la sua pupilla si restringe se la luce è diretta nell’occhio normale. La maggior parte degli occhi non si presenta né arrossata né dolente. Alcuni possono avere una cataratta che ostacola l’esame del fondo: in questi casi un utile ausilio diagnostico è rappresentato dall’ecografia oculare. L’occhio può anche essere opaco a causa del distacco stesso: può essere osservato anche senza l’utilizzo di strumenti sotto forma di velo grigio che fluttua subito dietro la lente. Se il paziente presenta un distacco retinico monolaterale, si deve valutare attentamente il fondo dell’occhio controlaterale per riscontrare segni precoci di patologie retiniche come ad esempio la CEA (Collie Eye Anomaly),la displasia della retina, una corioretinite o delle alterazioni vascolari.

Le anomalie congenite, come appunto la CEA, il coloboma e la displasia della retina, sono molto spesso ereditarie e i cuccioli possono essere ciechi anche a pochi mesi di età poiché la retina anormale si distacca.

In altri casi, invece, le cause di distacco di retina hanno una patologia sistemica sottostante (ipertensione, sindrome da iperviscosità,..)e i fattori predisponenti relativi a queste eziologie specifiche andrebbero indagati in modo appropriato. In altri casi casi ancora, ad esempio pazienti affetti da alcune tipologie di distacco bolloso, non presentano un’eziologia specifica e vengono perciò classificati come idiopatici.

Nel prossimo articolo approfondiremo le varie cause di distacco retinico e le possibilità terapeutiche.

A cura della Dott.ssa Valentina Declame

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