martedì 26 aprile 2016

Filariosi cardiopolmonare nel gatto

 
La filariosi cardiopolmonare  nel gatto (Feline Heartworm Disease) è meno “nota” rispetto  alla filariosi cardiopolmonare nel cane e la sua percezione in aree endemiche risulta sottostimata soprattutto a causa dei limiti dei mezzi diagnostici in grado di evidenziarla. I gatti, di fatto, risultano più resistenti all’infezione da Dirofilaria immitis rispetto ai cani, ma tendono a sviluppare una sintomatologia grave poiché il sistema circolatorio felino consta di vasi sanguigni di piccolo calibro mentre il parassita infettante, in forma adulta, ha dimensioni ragguardevoli.
 

La filariosi cardiopolmonare felina, analogamente a quella canina, è una patologia provocata dal verme nematode Dirofilaria immitis trasmesso tramite puntura di zanzara: si stima che nella patogenesi siano coinvolti pochi parassiti adulti, solitamente un paio, e spesso del medesimo sesso. Il cane rappresenta il serbatoio preferenziale: i vermi adulti albergano nelle arterie polmonari dei soggetti infetti e sono in grado di produrre forme immature chiamate microfilarie che diffondono nel circolo sanguigno. Le zanzare, durante il pasto di sangue, ingeriscono le forme immature che, al loro interno, subiscono una trasformazione in vari stadi larvali e nella forma L3 sono in grado di riinfettare i cani così come i gatti sempre tramite puntura di zanzare. Nei tessuti sottocutanei e nei vasi periferici dei mammiferi domestici, L3 evolve ulteriormente fino a maturazione: attraverso il torrente circolatorio, le larve vengono trasportate verso e attraverso i vasi cardiaci, fino a divenire forme adulte e risiedere a livello di arterie polmonari caudali.
 
 
Ci sono significative differenze tra la filariosi cardiopolmonare del gatto rispetto a quella del cane poiché la dirofilaria è solo parzialmente adatta a questa specie: i felini sono si suscettibili all'infezione, ma decisamente più resistenti rispetto ai canidi. Una volta infettati tramite puntura di zanzara, si ha un periodo di prepatenza che può durare 7-8 mesi in cui la presenza del parassita induce una risposta acuta a livello polmonare da parte dell'ospite definita “heartworm-associated respiatory disease”, caratterizzata da ipertrofia occlusiva delle piccole arterie polmonari. A questo punto la maggior parte dei soggetti è in grado di tollerare l'infezione, probabilmente grazie ad una depressione immunitaria indotta dalla filaria stessa che limita il processo infiammatorio, e pertanto rimane asintomatico fino a morte del nematode. Nel gatto, contrariamente al cane, la più parte delle forme giovani di filarie tende infatti a morire poco dopo l'insediamento a livello di arterie polmonari: per tale ragione i felini rappresentano di fatto un ospite “terminale” per i nematodi, spesso non in grado di raggiungere la forma adulta responsabile della produzione di microfilarie. Solo in una piccola percentuale di casi i nematodi riescono a evolvere in forma matura e possono vivere nell'ospite per 2-3 anni.
La morte di Dirofilaria immitis nelle arterie polmonari causa nel gatto una sintomatologia respiratoria grave dovuta ad un'imponente risposta infiammatoria vascolare e parenchimale. I gatti che albergano le forme adulte del verme vanno incontro ad alterazioni a livello polmonare dovute a intensa reazione tissutale, fibrosi, endoarterite eosinofilica e distruzione della lamina elastica interna. Le variazioni della parete vascolare determinano a loro volta ipertensione polmonare e conseguente distensione delle arterie. A peggiorare il quadro, secondo alcuni studi, ci sarebbe la concomitante presenza di un batterio intracellulare gram negativo che risiede nelle dirofilarie, chiamato Wolbachia pipientis, il cui ruolo però è ancora tutto da verificare nel gatto. Al di là dei i processi infiammatori fin qui descritti, è stato poi ipotizzato che la morte di Dirofilaria immitis possa determinare una reazione anafilattica acuta e tromboembolismo in grado di causare un'insufficienza polmonare fulminante con morte improvvisa del gatto.
 
I segni clinici di filariosi cardiopolmonare nel gatto variano da assenza di sintomi a forme respiratorie acute o croniche. Nella maggior parte dei casi le manifestazioni sono molto simili a quelle dovute ad asma felina o bronchite cronica con evidente dispnea e/o tosse. In alcuni casi sono stati descritti, in aggiunta ai segni respiratori, vomito e problemi neurologici.
La diagnosi di filariosi cardiopolmonare nel gatto non è così agevole come nel cane anche a causa della bassa percentuale di soggetti che albergano forme adulte del nematode e, di conseguenza, microfilarie nel sangue. Non esiste una singola analisi che sia in grado di rilevare la filaria in qualsiasi stadio del suo ciclo pertanto la scelta del percorso diagnostico da seguire è spesso ostica. I test sierologici sono fortemente indicativi di infezione quando risultano positivi, ma purtroppo spesso danno dei risultati falsi negativi. I test antigenici sono in grado di rilevare la presenza di filarie principalmente quando si hanno forme adulte femmine, il che non sempre risulta possibile, senza tralasciare il fatto che in molti soggetti la sintomatologia è dovuta a forme larvali e non mature. I test anticorpali rilevano la presenza di stadi larvali differenti, ma spesso questo non evolve in malattia conclamata. Uno studio radigrafico polmonare può far sorgere il sospetto di filariosi, ma da solo risulta inconsistente. L'esame ecografico, infine, può mostrare la presenza degli adulti di dirofilaria ma anch'esso dev'essere coadiuvato da altre indagini. Le linee guida dell' American Heartworm Society suggeriscono di ricorrere a test per dirofilariosi felina nei seguenti frangenti:
  1. se si ha un forte sospetto di patologia, avendo escluso altre forme respiratorie
  2. se si sta monitorando lo stato clinico di un soggetto con diagnosi certa di malattia
  3. per stabilire una linea guida prima di iniziare una profilassi
 
 

Non esiste una terapia definitiva e univoca per la filariosi cardiopolmonare felina. In soggetti asintomatici l'American Heartworm Society raccomanda di non eseguire alcun trattamento e monitorare i soggetti ogni 6-12 mesi: gli animali in grado di controllare l'infezione, infatti, vanno incontro a una regressione delle lesioni polmonari rilevabile radiograficamente e con esami sierologici che mostrano una sieroconversione e negatività per dirofilaria. L'utilizzo di una terapia adulticida è sconsigliata a causa del rischio potenziale di reazioni anafilattiche a cui il gatto potrebbe andare incontro in caso di morte del parassita. In questo caso risulta preferibile la rimozione chirurgica dei nematodi, solitamente presenti in numero limitato rispetto ai cani. Consigliabile, nelle zone endemiche, è la profilassi mediante utilizzo di ivermectina, milbemicina ossima, moxidectina o selamectina.

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