martedì 13 aprile 2021

Paziente Diabetico: a cosa serve la Curva Glicemica?


Inquadrare la terapia insulinica in un paziente diabetico è di estrema importanza. Il raggiungimento della stabilità glicemica permette infatti il rientro del quadro sintomatologico del diabete. La terapia insulinica presuppone l’impostazione di un dosaggio di partenza che il veterinario deve modulare sulla base della risposta del paziente. Ma come valutare quest’ultima? Oltre al quadro clinico il veterinario deve affidarsi ad alcuni parametri di laboratorio che rendono oggettivi e comparabili i controlli.


È stato dimostrato che la misurazione della glicemia singola durante il corso della giornata non presenta alcuna attendibilità nella valutazione dell’andamento glicemico. La glicemia è infatti influenzata da un numero variabile di fattori ed è quindi impossibile ricondurre una singola valutazione a un quadro generale. Quello che è importante analizzare è come varia la glicemia durante il corso della giornata: a questo punto entra in gioco la curva glicemica.

Cosa si intende per curva glicemica? La curva glicemica è la valutazione dell’andamento della glicemia durante un normale giorno di vita dell’animale: prevede la misurazione seriale del glucosio nel sangue e permette di disegnare un vero e proprio grafico analizzabile. Tale esame ha un duplice scopo: controllare l’efficacia del dosaggio insulinico e studiare la durata dell’effetto dell’insulina. La terapia con l’insulina può infatti risultare non corretta per diversi motivi. La situazione più banale è quella in cui il dosaggio non è sufficiente: la curva presenterà dei valori di glicemia che non raggiungono mai il range di normalità. Al contrario, se il dosaggio è esagerato, la curva presenterà un picco glicemico fino a valori di ipoglicemia. Un ulteriore fattore, spesso sottovalutato, è la durata dell’insulina. Infatti, un paziente sottoposto a una terapia insulinica che non copre il tempo che intercorre tra una somministrazione e quella successiva presenterà sempre un lasso di tempo in cui la glicemia non sarà nei range accettabili (nonostante magari il dosaggio sia quello efficace per raggiungere i valori corretti).

Nell’iter di monitoraggio di un paziente con diabete la curva glicemica è sempre prevista dopo ogni cambio di terapia e, successivamente al raggiungimento del dosaggio corretto, alcune volte all’anno.

Idealmente una curva glicemica dovrebbe avere la durata di 24 ore e dovrebbe avvenire nelle condizioni che più rispecchiano la routine del paziente: spesso questo non è possibile in quanto la misurazione seriale della glicemia richiede manualità e strumentazioni specifiche e quindi il proprietario si affida al veterinario, ricorrendo al ricovero del paziente per una durata prefissata. Non è comunque escluso che proprietari volenterosi si impegnino a misurare a casa la glicemia in maniera seriale, permettendo dunque una valutazione dell’andamento glicemico più veritiera, in quanto improntata sulla routine dell’animale.

In ultima analisi, è da segnalare il sempre maggiore impiego di dispositivi di monitoraggio costante della glicemia: si tratta di sensori che vengono installati sulla cute del paziente e che permettono di misurare la glicemia sottocutanea durante tutto il tempo di applicazione, evitando al proprietario di dover ricorrere a prelievi seriali. Il limite di questi apparecchi, in medicina veterinaria, è il fatto che possono essere applicati solo ad animali complianti e prendendo le giuste precauzioni affinché l’animale non lo rimuova. Inoltre, si tratta di dispositivi utilizzati e validati solamente in medicina umana, le cui aziende produttrici non garantiscono un’attendibilità sugli animali da compagnia. 


Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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mercoledì 7 aprile 2021

Il Risveglio dal Letargo delle Tartarughe


Il risveglio dal letargo è una fase molto importante da monitorare per i proprietari di tartarughe.

Il letargo si può definire come un periodo di torpore in cui l’attività metabolica si riduce notevolmente. Questo ha un’importante azione benefica, ma nello stesso tempo, essendo ridotte le difese immunitarie, può risultare pericoloso per gli animali non in perfetta salute. Proprio per questo motivo è di assoluta importanza far visitare la propria tartaruga prima del letargo e far eseguire anche un esame coprologico.

Il letargo complessivamente non dovrebbe superare le 20 settimane. Il vantaggio del letargo controllato è rappresentato dal poterlo interrompere precocemente in caso di qualsiasi anomalia, come un’eccessiva perdita di peso dell’animale. Proprio per questo l’ideale sarebbe monitorare il peso almeno mensilmente.

Al suo risveglio la tartaruga necessita in particolare di calore e di acqua per potersi idratare. L’ideale sarebbe, infatti, appena risvegliata, porre la tartaruga (che sia di acqua o di terra) in un contenitore con acqua tiepida (che arrivi più o meno a livello del mento, in modo che la tartaruga possa immergere la testa per bere ma che non “affoghi” in caso di debilitazione).

Per quanto riguarda l’alimentazione, la maggior parte delle tartarughe riprendono a mangiare spontaneamente entro 1-2 settimane dal risveglio.

Se la tartaruga non beve, non mangia, appare debilitata o si è riscontrata una perdita di peso risulta fondamentale una visita clinica da un veterinario esperto in animali non convenzionali con eventuali ulteriori approfondimenti diagnostici.

La mancata ripresa dell’alimentazione prende comunemente il nome di “anoressia post-letargo”. Questo termine non indica una vera e propria malattia bensì una situazione anomala legata ad una qualsiasi patologia insorta durante il letargo e manifestatasi al risveglio.

Le possibili cause sono rappresentate da infezioni orali o respiratorie, parassitosi, patologie traumatiche, anche condizioni ambientali non ottimali, es. temperatura ed umidità inadeguate. Sarà il veterinario ad indagare la causa per poter intervenire tempestivamente con una terapia adeguata.


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martedì 23 marzo 2021

Starnuto nel Gatto

Lo starnuto è un segno clinico molto comune nel gatto e normalmente rappresenta il tentativo dell’animale di eliminare sostanze irritanti dal naso.
Le cause all’origine di uno o una serie di starnuti possono essere molte, per questo un’anamnesi accurata, cioè una raccolta di dati relativi al paziente molto precisa può aiutare il veterinario a scegliere il più corretto iter diagnostico.




E' importante segnalare se il gatto è regolarmente vaccinato, se ha accesso all’esterno, da quanto durano gli starnuti, se sono state già impostate terapie e se hanno avuto successo.


Tra le principali possibili cause di starnuto nel gatto troviamo:


- corpo estraneo/sostanza irritante (spesso si tratta di fili d’erba, nei gatti che hanno accesso all’esterno, o di sostanze fortemente irritanti quali detergenti e disinfettanti).

- trauma (investimenti o incidenti domestici possono causare fratture facciali con conseguente trauma dei turbinati nasali e sanguinamento).

- infezione (probabilmente la causa più comune di starnuto ad eziologia virale, batterica o fungina).

- infiammazione (soprattutto se cronica causa la distruzione dei turbinati con accumulo di muco che possono causare starnuti).

- neoplasia (più frequente nei gatti anziani).


Nei gattini e nei gatti giovani è frequente riscontrare scolo nasale e oculare causato da infezione virale delle prime vie respiratorie.
Altre cause di starnuti, meno comuni, possono essere: polipi naso-faringei, stenosi naso-faringea e corpi estranei per la diagnosi dei quali sarà necessario servirsi dell’endoscopia.


E’ molto importante perciò indagare la causa all’origine di questo sintomo all’apparenza comune per poter trattare efficacemente e con tempestività la patologia sottostante. 




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martedì 9 marzo 2021

INSETTI E PET FOOD: IL CIBO DEL FUTURO E’ SEMPRE PIU’ SOSTENIBILE

 


L’utilizzo degli insetti nell’alimentazione del pet è sicuramente una soluzione valida dal punto di vista nutrizionale e sostenibile.
La crescita della popolazione nei prossimi anni comporterà una maggiore richiesta di cibo e soprattutto avrà un grande impatto sull’offerta mondiale delle proteine.
 Scegliere prodotti alimentari di origine animale più sostenibili  rappresenta il primo passo verso un’alimentazione più sostenibile.
Perché gli insetti nel petfood?


-sostenibilità ambientale
-valore nutrizionale
-sicurezza
-approccio  innovativo

Gli insetti edibili che possono essere utilizzati a scopo alimentare sono circa 1700, nello specifico nella produzione di mangimi per animali gli insetti più comuni sono le mosche, larve domestiche e vermi gialli.



Dal punto di vista nutrizionale sono ottime fonti proteiche, ricche di aminoacidi essenziali al pari della carne e del pesce.
Inoltre forniscono minerali, vitamine (del gruppo B), acidi grassi essenziali e omega 3 molto importanti per l’organismo.
Dal punto di vista della sicurezza alimentare è importante segnalare che gli insetti,essendo animali a sangue freddo, sono solo lontanamente imparentati con i mammiferi e questa importante differenza genetica rende difficile la trasmissione di infezione tra le due classi di animali.
Il rischio microbiologico è dunque  praticamente nullo rispetto alle fonti proteiche tradizionali.
Inoltre gli insetti utilizzati a scopo alimentare vengono allevati in ambienti controllati dove l’umidità e la temperatura sono monitorati costantemente.
Queste condizioni minimizzano il rischio di contaminazioni pericolose.


Gli alimenti commerciali che contengono come unica fonte proteica animale gli insetti sono un’eccellente soluzione per animali sani nei quali possono essere utilizzati  a vita ma sono assolutamente da consigliare anche a tutti quei soggetti che presentano sintomi gastroenterici o cutanei di presunta origine alimentare. Infine ,ma non per importanza, è doveroso sottolineare che l’utilizzo degli insetti nell’alimentazione dei nostri amici a 4 zampe riduce sia  le emissioni di gas ad effetto serra,di ammonica che l’uso del suolo e dell’acqua.


Quindi, considerando i vantaggi  ambientali, nutrizionale ed economici, le diete a base di insetti dovrebbero essere considerate con maggiore attenzione, non solo per i nostri animali ma anche per noi.

 

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martedì 2 marzo 2021

CHEYLETIELLOSI

 La Cheyletiellosi è una malattia dermatologica parassitaria e contagiosa causata dall’acaro Cheyletiella spp. Le specie di interesse dermatologico sono rappresentate da Cheyletiella blakei, Cheyletiella yasguri e Cheyletiella parasitivorax, morfologicamente molto simili.


ASPETTI ZOONOTICI E INFESTIVITA’

La Cheyletiellosi è una malattia altamente contagiosa e la trasmissione avviene in genere tramite contatto diretto, può inoltre essere veicolata da altri parassiti come pulci, pidocchi e mosche.

La malattia è più frequente negli animali giovani provenienti da negozi, allevamenti o colonie infestate mentre nei pazienti adulti la infestazione e lo sviluppo parassitario si manifesta principalmente in soggetti debilitati o affetti da malattie sistemiche.

La Cheyletiellosi è una zoonosi è l’uomo può essere infestato transitoriamente manifestando macule e papule localizzate soprattutto arti, tronco e natiche intensamente pruriginose.

ASPETTI CLINICI

I segni clinici variano di intensità da soggetto a soggetto, la maggior parte degli animali manifesta una dermatite desquamativa localizzata nella regione dorso-lombare caratterizzata dalla presenza di piccole scaglie biancastre, asciutte che si staccano facilmente dalla superficie cutanea.

Successivamente l’esfoliazione può diventare più importante fino a conferire al mantello un aspetto polveroso, alcuni autori utilizzano il termine “forfora che cammina” per descrivere i movimenti degli acari sulla superficie cutanea.

Il prurito è variabile da assente a molto intenso e in relazione all’intensità può provocare lesioni da autotraumatismo.

DIAGNOSI

La diagnosi di Cheyletiellosi si effettua attraverso esame con nastro adesivo (scotch test) sull’animale o attraverso raschiato cutaneo superficiale e osservando il parassita o le sue uova al microscopio anche se talvolta date le dimensioni del parassita si può già rilevare con l’ausilio di una lente di ingrandimento direttamente sul corpo dell’animale.

 TERAPIA

In Italia per il trattamento della Cheyletiellosi del cane e del gatto sono stati utilizzati, con ottimi risultati, prodotti ad attività acaricida sia topici (fipronil spray) sia sistemici come la selamectina spot-on, l’ivermectina iniettabile e, nel cane, la moxidectina spot on disponibile in associazione con imidacloprid, in ultimo la milbemicina ossima (compresse).


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martedì 23 febbraio 2021

Ecografia Interventistica nel Cane e nel Gatto

L’aspirazione tramite ago sottile FNA ecoguidata è una tecnica semplice di prelievo di materiale per esame citologico, che comporta rischi minimi e può essere realizzata senza complicazioni nella maggior parte delle lesioni intraddominali e nella maggior parte dei pazienti.

Le FNA possono essere realizzate in regime ambulatoriale, dato che i rischi minimi non richiedono un periodo di osservazione, a meno che durante l’esecuzione del prelievo non sia rilevato un sanguinamento.

Se l’animale è tranquillo, non è necessaria sedazione. Se l’animale è agitato, una lieve sedazione è in genere sufficiente.

Non è necessaria nessuna anestesia locale a livello del sito. Negli animali non sospetti di patologie che alterino la coagulazione, per i prelievi citologici tramite ago sottile non è necessario un controllo dei fattori emocoagulativi.

I prelievi tramite FNA si realizzano con un ago sottile di calibro 21-25 G.

Gli aghi più comunemente utilizzati per prelievo di materiale citologico da organi parenchimatosi sono normali aghi senza mandrino di lunghezza da 1 a 3,5 cm.

Gli aghi spinali con mandrino di lunghezza da 9 a 12 cm sono invece utilizzati per il prelievo di lesioni profonde.
Una siringa da 10 cc è utilizzata per l’aspirazione. Per realizzare gli strisci sono necessari vetrini portaoggetto.

Prima di introdurre l’ago in addome, il sito deve essere scelto accuratamente: all’ecografia deve essere identificata la zona in cui la lesione è ben visibile sullo schermo, più vicina possibile alla cute, e in cui non esistano altri organi che si interpongano tra cute e organo bersaglio.

Una volta scelta la localizzazione migliore e dopo preparazione asettica della cute, la punta dell’ago, montato su una siringa, può essere introdotta fino alla lesione.

A questo punto, il materiale può essere prelevato usando tecniche diverse, con o senza aspirazione.
La tecnica senza aspirazione riduce il rischio di contaminazione ematica del campione ed è sicuramente più indicata in organi o masse che tendono al sanguinamento.
La tecnica di prelievo di materiale citologico tramite aspirazione può essere utile per ottenere materiale in quantità sufficiente in alcune masse solide.

L’ago è quindi introdotto in sito e mosso avanti e indietro ( da 3 a 10 volte ). Dopo aver ritirato rapidamente l’ago, il materiale presente al suo interno è “ spruzzato” su un vetrino.

In genere sono realizzati 3 prelievi in siti diversi dello stesso organo affetto in maniera diffusa o all’interno della stessa massa. 

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martedì 16 febbraio 2021

OSTEOCONDRODISPLASIA DEL GATTO SCOTTISH

L’osteocondrodisplasia del gatto è una patologia che colpisce le ossa (osteo) e le articolazioni (condro), alla base vi è una mutazione genetica caratteristica dei gatti di razza Scottish.

Tutti i gatti Scottish Fold hanno questa mutazione genetica, autosomica dominante, che si manifesta esteriormente con le caratteristiche orecchie piegate di tutti i gatti di questa razza.





Esistono due tipi di gatti Scottish: Scottish Fold, con le orecchie piegate e lo Scottish Straight, senza orecchie piegate.
Ma entrambi sono portatori di questa mutazione genetica.

Quest’anomalia comporta problemi nella calcificazione e nel corretto sviluppo cartilagineo (come appunto le orecchie dello Scottish), ed ha come conseguenza lo sviluppo di forme di artrite, talvolta anche molto severe. 

Segni clinici distintivi di questa patologia sono:
Orecchie piegate
Struttura piccola
Deformità degli arti
Parassitosi Auricolari
Sordità
Osteoartrite

La sintomatologia è caratterizzata da:
Letargia,
Riluttanza al movimento,
Obesità,
Zoppie ricorrenti,
Dolore alle zampe, alla schiena,
Ridotti movimenti della coda

La diagnosi dell’osteocondrodisplasia si basa sull’anamnesi, la sintomatologia clinica e la radiologia.
Durante la visita clinica il Medico Veterinario può osservare difficoltà nei movimenti, andatura incerta, alla palpazione della colonna e degli arti può evocare una risposta di forte dolore.

La radiologia conferma i sospetti diagnostici: deformità scheletriche, esostosi, artrosinoviti.
I gatti affetti da osteocondrodisplasia devono essere sottoposti a controlli periodici dal veterinario, per il monitoraggio dello stato di avanzamento della malattia. 





La terapia può essere di supporto e palliativa del dolore che insorge con l’avanzare della patologia.
Potranno essere trattati a vita con antinfiammatori non steroidei (FANS) e integratori per rafforzare e lubrificare la cartilagine.
La laserterapia ha sortito ottimi risultati nei casi di osteocondrodisplasia lieve.

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mercoledì 10 febbraio 2021

L' Emofilia A Nel Cane E Nel Gatto

L’emofilia A è la seconda malattia ereditaria più frequente dopo quella di von Willebrand ed è legata alla carenza di uno dei fattori della coagulazione, in particolare al fattore VIII. Vi è una predisposizione di razza sia nel cane (Pastore tedesco, Golden retriver), sia nel gatto ( gatto domestico a pelo corto, Siamese, Himalaiano) ed è di carattere ereditario ma può manifestarsi anche a seguito di una mutazione sporadica. Si manifesta più frequentemente nei maschi (XX) poiché il gene che codifica per la produzione del fattore VIII della coagulazione si trova sul cromosoma X: tutti i maschi con la mutazione sono sintomatici mentre solo le femmine omozigoti hanno deficit emostatici. Sono, invece, portatrici asintomatiche le femmine eterozigoti e rappresentano il primo meccanismo di trasmissione. La maggior parte dei pazienti affetti dalla forma più grave muore in età neonatale, oppure manifesta gravi emorragie entro i primi 6 mesi di vita. I pazienti affetti dalle forme più blande possono non manifestare mai la sintomatologia o mostrare una maggior tendenza al sanguinamento. 


I sintomi più frequenti nei pazienti affetti da emofilia A sono zoppia secondaria a emorragie intrarticolari e muscolari, frequenti ematomi sottocutanei, emorragie ombelicali, sanguinamenti prolungati in seguito a piccole ferite o eruzione dei denti e paraparesi secondarie a emorragie spinali. Un’altra manifestazione tipica è il fenomeno del risanguinamento, ovvero la tendenza di una ferita a risanguinare a distanza di ore dopo una iniziale interruzione dell’emorragia. 
 La diagnosi può essere fatta esclusivamente con esami di laboratorio specifici che mirano alla misurazione quantitativa del fattore VIII della coagulazione. 
 Il trattamento mira alla somministrazione di emocomponenti in grado di integrare velocemente il FVIII come plasma fresco o congelato, sangue intero fresco o crioprecipitato. Sono utili anche altri farmaci come acido tranexemico per permettere una maggior stabilità del coagulo.



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