martedì 17 ottobre 2017

Pancreatite nel Cane

La pancreatite nel cane è una patologia relativamente comune anche se sicuramente sottodiagnosticata a causa dell’aspecificità dei sintomi clinici e della mancanza di test clinico-patologici specifici e sensibili. La reale prevalenza della pancreatite canina è sconosciuta: spesso vengono diagnosticati i casi gravi, mentre, a causa dei sintomi clinici piuttosto sfumati ed altalenanti, sfuggono alla diagnosi i pazienti affetti da forme croniche. La pancreatite cronica sembra essere infatti eccezionalmente comune nel cane: un recente studio post mortem ha documentato che il 25% dei cani anziani sottoposti ad eutanasia per una varietà di malattie del ‘cane anziano’ in strutture di base, aveva una pancreatite cronica istologicamente confermata (Watson PJ, 2007)

Nel cane, il pancreas è un organo scarsamente circoscritto, con importanti funzioni esocrine ed endocrine, che risiede nell'addome craniale, caudalmente allo stomaco.

Le razze maggiormente predisposte sono Schnauzer nano, Cavalier King Charles Spaniel, Cocker e Boxer. Esiste anche una predisposizione di genere ed età: la pancreatite è infatti più frequente nelle femmine sovrappeso di mezza età.

Per la pancreatite del cane sono stati suggeriti numerosi fattori di rischio, ma molti di questi sono in effetti fattori scatenanti nei soggetti già geneticamente sensibili.

Nel cane i fattori scatenanti possono essere un pasto grasso o un'indigestione o l'assunzione di alcuni farmaci, malattie endocrine quali l'ipotiroidismo, l'iperadrenocorticismo o il diabete mellito.

La presentazione clinica della pancreatite negli animali varia notevolmente in base al grado della malattia pancreatica: esistono forme acute fulminanti, spesso mortali, e forme lievi, caratterizzate da segni subclinici e autolimitanti.

Dog With Food Choice

Gli animali con pancreatite grave, presentano principalmente anoressia (91% dei casi), vomito (90%), debolezza (79%), dolore addominale (58%), disidratazione (46%) e diarrea (33%). I casi più gravi presentano solitamente anche febbre, sofferenza respiratoria, ittero e shock cardiovascolare. In alcuni casi, contemporaneamente alla pancreatite, si sviluppano segni cutanei di pannicolite. Alcuni cani possono manifestare la classica posizione “a preghiera”con le zampe anteriori allungate sul pavimento e le posteriori estese, ma non si tratta comunque di un segno patognomonico di pancreatite, dato che può essere osservato in associazione a qualsiasi patologia epatica, gastrica o duodenale che causi dolore addominale.

Nelle forme lievi la pancreatite può provocare solo abbattimento e lievi sintomi gastroenterici come anoressia, vomito lieve, feci pseudoformate.

La pancreatite viene spesso suddivisa in due categorie: la forma acuta, che colpisce circa due terzi dei soggetti, e la forma cronica. In realtà le due forme sono spesso piuttosto difficili da differenziare, anche perché le forme croniche possono avere riacutizzazioni. Decidere se il caso sia realmente ‘acuto’ o ‘cronico’, non è importante per il trattamento immediato del cane perché la terapia è sintomatica. Tuttavia, la decisione influenza il trattamento a lungo termine ed è anche importante riconoscere la differenza perché le eziologie della malattia acuta e di quella cronica possono essere differenti. La pancreatite cronica è definita come una malattia infiammatoria persistente del pancreas caratterizzata dalla distruzione progressiva del parenchima pancreatico e dalla perdita graduale della funzione. Talvolta, i cani con pancreatite cronica possono sviluppare un'insufficienza pancreatica esocrina dovuta alla perdita di tessuto esocrino e/o un diabete mellito (DM). Al contrario, la pancreatite acuta può essere del tutto reversibile, purché l'animale guarisca e non sviluppi mai un'insufficienza pancreatica esocrina.

Le diagnosi differenziali della pancreatite acuta sono gastroenteriti parassitarie, batteriche, virali, l'ingestione di corpi estranei, ostruzioni intestinali, perforazioni intestinali, ipoadrenocorticismo, insufficienza renale, intossicazioni, mentre le forme croniche devono essere differenziate da malattie infiammatorie intestinali, intolleranze alimentari, neoplasie addominali, gastriti croniche.

La diagnosi di pancreatite non dipende solo dai risultati dei test di laboratorio ma anche dall'accurata interpretazione dei sintomi dell'animale, dai risultati della visita fisica, dalla presenza di fattori predisponenti, dall'interpretazione corretta delle alterazioni nei test di laboratorio e dai risultati dell'imaging diagnostico, soprattutto l'ecografia.

Al giorno d'oggi, la cPLI e l'ecografia sono i test più utili per rilevare la pancreatite, ma non tutti gli animali che ne sono affetti presentano le anomalie rilevate da questi studi.

La biopsia resta lo standard di riferimento per la diagnosi di pancreatite, ma d'altra parte non tutti gli animali sono candidati idonei per le biopsie.

cane-pancreatite

Per il trattamento della pancreatite acuta del cane è fondamentale una terapia medica intensiva appropriata che comprenda fluidi endovenosi, analgesia, controllo del vomito e supporto nutrizionale. Nelle forme più lievi è necessario valutare caso per caso la terapia più idonea al singolo soggetto.

Vista la possibilità di cronicizzazione della pancreatite è necessario mettere in atto alcune misure preventive volte a ridurre la possibilità di recidive. Si consiglia di ridurre al minimo necessario l’utilizzo di farmaci che possono predisporre a pancreatite e di seguire un’alimentazione adeguata. Il cambiamento dietetico è di fondamentale importanza se il cane è predisposto ad attacchi ripetuti di pancreatite, magari anche clinicamente lievi e manifestati come attacchi occasionali di anoressia e diarrea.

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mercoledì 11 ottobre 2017

Lo striscio ematico

L’esame dello striscio ematico come parte del profilo ematologico (esame del sangue completo) costituisce un passo cardine per la valutazione della salute generale dei nostri amici a quattro zampe, perché fornisce un’ampia gamma di informazioni diagnostiche che le comuni macchine contaglobuli non sono in grado di darci. La sua valutazione, in sostanza, va o meno a confermare l’accuratezza dei valori ottenuti dalla macchina e completa il profilo grazie a considerazioni che solo l’occhio umano di un esperto operatore è in grado di dare.

Entriamo un po’ più nel dettaglio e vediamo quali sono gli obbiettivi che il medico veterinario deve raggiungere in seguito alla valutazione dello striscio ematico:

  • determinare la formula leucocitaria, confrontandola con quella fornita dalla macchina per controllarne l’accuratezza. Con il termine “formula leucocitaria” si intende la distribuzione percentuale delle diverse popolazioni dei globuli bianchi che ricordiamo essere granulociti neutrofili, granulociti eosinofili, granulociti basofili, linfociti e monociti.
  • evidenziare eventuali alterazioni morfologiche sia dei globuli bianchi che dei globuli rossi.
  • ricercare elementi estranei al sangue, come emoparassiti.
  • stimare il numero di piastrine.

Per la preparazione dello striscio di sangue servono essenzialmente vetrini portaoggetto sui quali viene stesa la goccia di sangue e coloranti rapidi che permetteranno all’operatore di distinguere le varie popolazioni di cellule ematiche.

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Lo strumento che permette di esaminare lo striscio ematico è il microscopio binoculare, con obbiettivi a diverso ingrandimento 10, 20, 40 e 100X.

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Lo striscio ottenuto con una buona manualità dovrebbe essere sufficientemente sottile da permettere di vedere attraverso il vetrino. In particolare, nello striscio dovrebbero essere riconoscibili una TESTA (dove è stata appoggiata la goccia), non utilizzabile per la lettura, un CORPO che dovrebbe contenere il monostrato di cellule utile per la lettura, e una CODA frastagliata e convessa dove sono concentrate le piastrine e i globuli bianchi (che però presentano alterazioni morfologiche dato che questa è la zona dove si esercita maggior pressione meccanica durante l’esecuzione dello striscio).

La valutazione dello striscio ematico comincia già a occhio nudo, l’operatore deve infatti capire se il vetrino che ha davanti è idoneo alla valutazione microscopica.

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Facciamo ora una rapida carrellata dei vari ingrandimenti per capire ognuno di essi cosa ci permette di valutare:

  • basso ingrandimento (4X) serve per giudicare la qualità dello striscio, la distribuzione delle cellule, la presenza di grossi parassiti (microfilarie) e per scegliere la zona del monostrato cellulare.
  • basso ingrandimento (10x) serve per valutare la densità, distribuzione e morfologia delle tre popolazioni (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine).
  • medio ingrandimento (20x- 40x) serve per effettuare la conta differenziale dei globuli bianchi.
  • massimo ingrandimento (100x) serve per valutare la morfologia dei globuli rossi (fondamentale in corso di anemie) e dei globuli bianchi (fortemente diagnostica in corso di infiammazioni o neoplasie) ed effettuare la conta delle piastrine.

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martedì 3 ottobre 2017

L’endoscopia nel cane e nel gatto

L’endoscopia nel cane e nel gatto è una pratica specialistica che permette la visualizzazione diretta di alcuni comparti anatomici esplorabili.
Vi sono molteplici campi di applicazione di questa pratica e ve ne mostreremo alcuni.

APPARATO RESPIRATORIO E UDITIVO

Rinoscopia anteroposteriore
La rinoscopia anteroposteriore è una pratica ambulatoriale mininvasiva che permette la visualizzazione diretta delle cavità nasali e del rinofaringe. L'iter diagnostico prevede raccolta anamnestica, visita clinica (che deve includere
l'ispezione del cavo orale), utilizzo di RX ed indagini ematobiochimiche.
INDICAZIONI: starnuti, scolo nasale, impedito transito della colonna d'aria, respiro russante, sbruffo, stertore, stridore, deformità del profilo fronto-nasale, dispnea inspiratoria, sospetto corpo estraneo, instillazione locale di farmaci, campionamento, sospetto di polipo o neoplasia e respirazione a bocca aperta.

Laringoscopia
La laringoscopia è l'esame che permette l'ispezione della laringe.
INDICAZIONI: stridore inspiratorio, disfagia, modifiche della fonazione, intolleranza all’esercizio fisico, respiro rumoroso, retching o tosse, campionamento.

Tracheobroncoscopia
La tracheobroncoscopia è una procedura diagnostica e terapeutica mininvasiva ambulatoriale fondamentale in corso di patologie respiratorie acute e croniche del cane e del gatto.
INDICAZIONI: tosse cronica, emottisi improvvisa, diagnosi e sospetto del collasso tracheale, sospetto di neoplasia o trauma, corpi estranei, campionamento, estrazione di tappi mucoidi e screzioni abbondanti.

Sindrome Brachicefalica (BAOS):
La sindrome brachicefalica o sindrome ostruttiva delle vie aeree superiori (BAOS) è una condizione patologica che interessa prevalentemente i cani brachicefali e i gatti a muso corto. Le razze canine più colpite sono: Carlino, Bull Dog Inglese, Boule Dogue Francese, Boston Terrier, Pechinese, Cavalier King Charles, Shar-pei e Shi Tzu, Boxer e Bull Mastiff. Tutti i cani appartenenti alle razze sopraelencate sono da considerare “presumibilmente malati”, ed è un atteggiamento pericoloso e superficiale considerare il respiro rumoroso, l’affaticabilità, il russamento e la sincope come condizioni “normali” o addirittura “ ironicamente folcloristiche” nei cani appartenenti a queste razze. L’obiettivo finale del veterinario è emettere una
corretta diagnosi (endoscopica), intraprendere un’adeguata terapia ed, in ultimo, definire una realistica prognosi.

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Otoscopia
L’otoendoscopia è la procedura che permette la visualizzazione completa dell’orecchio fino al timpano.
INDICAZIONI: sempre in corso di patologia otologica, testa ruotata, sospetto corpo estraneo, scuotimento della testa, scolo auricolare, polipi e neoplasie, trattamenti topici, lavaggio auricolare.

DEIDDA orecchio sinistro

APPARATO DIGERENTE

Esofagoscopia
L’esofagoscopia è una procedura che consente la visualizzazione diretta della parete e del lume dell’organo.
INDICAZIONI: rigurgito ricorrente, scialorrea, sospetto corpo estraneo, sospetto masse, sospetto esofagite, campionamento.

Gastroduodenoscopia
E' l'esame del lume gastrico e duodenale.
INDICAZIONI: segni persistenti o ricorrenti quali vomito, variazioni dell’appetito (anoressia, disoressia, polifagia), nausea, conati, rigurgito, ematemesi, diarrea, melena e deficit di incremento ponderale, estrazione di corpi estranei, polipectomia.

OLIVE STOMACO Corpo Estraneo metallico

Endoscopia del grosso intestino
La visualizzazione diretta della superficie mucosale della regione della valvola ileociecocolica e del tratto colonretto è indicata ogni qualvolta siano presenti segni clinici ricorrenti o persistenti riferibili a questo compartimento.
Dopo aver escluso tutte le altre diagnosi (infettive,parassitarie e metaboliche) si procede con l’esplorazione e lo studio di quest’organo.
INDICAZIONI: diarrea cronica, la dischezia (dolorabilità alla defecazione), il tenesmo (tentativi improduttivi di defecare), la presenza di feci mucoidi, l’ematochezia (sangue rosso vivo nelle feci) e/o il cono fecale striato di sangue, dimagramento, campionamento, polipectomia.

APPARATO GENITO-URINARIO
Uretrocistoscopia
L'uretrocistoscopia è la procedura endoscopica che permette l'ispezione delle vie genito-urinarie.
INDICAZIONI: differenziazione neoplasia/polipo, rimozione di calcoli, diagnosi di ectopia degli ureteri, sanguinamento anomalo, biopsie.

Esame endoscopico della vagina e del vestibolo
La vaginoscopia è la procedura che permette la visualizzazione della vagina.
INDICAZIONI: verifica presenza di stenosi, bande tessutali, corpi estranei, vaginiti, neoplasie.

Ad oggi vantiamo un’ottima formazione pratica e siamo muniti delle strumentazioni più moderne per eseguire queste particolari indagini.
Il risultato è sempre soddisfacente, poichè spesso anche un solo esame ispettivo è in grado di mettere in luce situazioni che non si sarebbero mai potute indagare in altro modo.

A cura della dott.ssa Katiuscia Camboni

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martedì 19 settembre 2017

L’Ancistrus

L’Ancistrus è un pesce osseo di acqua dolce appartenente alla famiglia Loricaridae ed alla sottofamiglia Ancistrinae. E’ originario dei fiumi del Sud America, dove vive in gruppi su fondali principalmente ghiaiosi sopravvivendo anche in acque povere di ossigeno.

Presenta un corpo allungato ed una grande testa dotata di una bocca a ventosa rivolta verso il basso. Comunemente ha una colorazione scura con macchie o striature più chiare. Esistono numerosissime specie e varietà che si distinguono per le dimensioni, da 10 fino a 19,5 cm, e per i colori differenti, tra cui l’albino. L’Ancistrus può anche cambiare colore, presentando macchie marmorizzate più chiare o più scure. Questo non è un segnale di malattia, ma è solo conseguenza di normali variazioni a causa di stress, dominazione o semplicemente di mimetismo.

Acistrus 2             Ancistrus 1

I maschi si distinguono facilmente dalle femmine per la presenza di escrescenze carnose sulla testa che possono diventare molto lunghe nei soggetti più anziani.

Ancistrus 6

Gli Ancistrus sono pesci molto comuni negli acquari d’acqua dolce tropicali. Hanno un carattere tranquillo e convivono serenamente con altri pesci anche di piccole dimensioni. Vivono bene in acqua con pH compreso tra 6 e 8, durezza di 6-15 GH e temperatura compresa tra i 23 ed i 27 gradi. L’acquario dovrebbe avere una capacità di almeno 100 litri per ospitare una coppia e dovrebbe essere dotato di grotte, legni o pietre accatastate che possano fungere da nascondigli durante la giornata. Questi pesci infatti vengono fuori solo la sera o la notte, momento in cui cercano il cibo. Oltre alle alghe ed ai comuni alimenti specifici presenti in commercio possono essere alimentati talvolta con insalata, spinaci, fette di patate, cetrioli, zucchine e piselli. Le verdure vanno lessate e messe sul fondo impedendo loro di galleggiare.

Per quanto riguarda la riproduzione gli Ancistrus formano coppie fedeli nel tempo. La femmina depone le uova in fessure o cavità e le “incolla” alle pareti. Il maschio sorveglia le uova (fino a 200, di colore leggermente arancione e con un diametro di pochi millimetri) e poi si prende cura degli avannotti nei loro primi giorni di vita.

Ancistrus 5              Ancistrus 7

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martedì 12 settembre 2017

Esame Urine Nel Cane e Nel Gatto

Il metodo con cui si ottiene un campione di urine e la sua conservazione sono aspetti importanti e fondamentali per ottenere un risultato attendibile. L’esame delle urine (EU) è un procedimento analitico che fornisce importanti informazioni per una corretta interpretazione dei problemi nefrologici/urologici ed inoltre può essere d’ausilio in corso di altre patologie quali malattie endocrine, metaboliche, epatopatiche, disordini dell’emostasi, malattie infettive e/o immuno-mediate, intossicazioni ecc..

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E’ un esame di semplice esecuzione, relativamente economico e che può essere effettuato direttamente in sede ambulatoriale. E’ per questo motivo che nell’iter diagnostico di molti problemi di medicina clinica, l’esame urine dovrebbe sempre essere eseguito contemporaneamente agli esami del sangue.

Di seguito analizzeremo insieme vari aspetti che influenzano l’ottenimento di un campione di urine idoneo a fornire risultati attendibili.

Metodo di prelievo

I risultati dell’EU sono fortemente influenzati dal tipo di prelievo e dal tempo intercorso tra prelievo e analisi. I campioni possono essere raccolti attenendosi a uno dei seguenti procedimenti operativi:

  • Minzione spontanea: le urine raccolte per minzione spontanea si adattano bene per l’esecuzione della maggior parte delle determinazioni urinarie. E’ consigliato utilizzare contenitori sterili forniti dal medico veterinario o acquistati in farmacia, poiché barattoli casalinghi (anche se precedentemente lavati) possono alterare rilievi quali pH, determinazione delle proteine e qualità del sedimento urinario. L’ideale sarebbe, inoltre, scartare la prima e l’ultima parte del getto di urina, ma nonostante questo accorgimento vi sono degli svantaggi. E’ un metodo di campionamento non adatto a esami batteriologici poiché sono presenti contaminanti ambientali, di origine prepuziale, vulvare e cutanea.

  • Cateterismo transuretrale: è un metodo che permette di raccogliere il campione di urine attraverso un catetere che passando dall’uretra, giunge nella vescica dell’animale. E’ una modalità sconsigliata per l’ottenimento di risultati attendibili, in quanto si ha una sovrastima del sangue, delle proteine e soprattutto delle cellule uroteliali che esfoliano in gran numero per effetto del raschiamento che il tubicino di plastica provoca. Può inoltre essere causa di infezioni iatrogene delle basse vie urinarie e (soprattutto nei gatti) può essere difficile da eseguire se non con il paziente sedato. Tuttavia può essere l’unica soluzione di campionamento in determinate situazioni cliniche come per soggetti affetti da pollachiuria (emissione di piccole quantità di urina con elevata frequenza).

  • Cistocentesi: è la modalità più indicata per l’esecuzione di esami batteriologici ed è eccellente per la determinazione di tutti i valori urinari. Consiste nel prelievo di urina direttamente dalla vescica utilizzando una siringa sterile e una sonda ecografica che guida il medico veterinario nell’operazione.

esame-urine-cane

Conservazione del campione e tempo di esecuzione

L’intervallo di tempo tra la raccolta e il momento dell’esame è essenziale per l’accuratezza dei risultati. Per l’esame di routine le urine dovrebbero essere processate entro 2 ore. In caso contrario dovrebbero essere refrigerate e analizzate comunque entro 12 ore. Nel caso in cui sia indicata, l’urocoltura (esame batteriologico) dovrebbe essere eseguita subito dopo il prelievo; se ciò non fosse possibile, le urine andrebbero refrigerate immediatamente. Il congelamento delle urine permette la conservazione di molte delle caratteristiche chimico-fisiche, ma impedisce l’accurata valutazione microscopica del sedimento (detriti molto piccoli e cellule presenti nelle urine) e della coltura batterica.

Un eccessivo intervallo di tempo tra raccolta e analisi può indurre le seguenti alterazioni:

  • Proliferazione di batteri se l’urina è conservata a temperatura ambiente oppure morte di specie batteriche se refrigerata.

  • Variazioni del pH

  • Formazioni di cristalli

  • Lisi delle cellule e dissoluzione dei cilindri (aggregati di varia natura con forma cilindrica)

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    martedì 5 settembre 2017

    Ipertensione sistemica arteriosa nel gatto


    L’ipertensione arteriosa sistemica nel gatto (più semplicemente definita: ipertensione) è una condizione patologica nota in medicina felina ma spesso sotto diagnosticata, che consiste in un aumento della pressione generale del sangue. La diagnosi di ipertensione non è così intuitiva ed immediata poiché il danno non sempre risulta evidente; le conseguenze, purtroppo, possono però risultare gravi, talora irreversibili,  data la natura degli organi a maggior rischio di compromissione (target organ damage- TOD) ossia occhi, cuore, cervello e reni. In linea generale la pressione sanguigna (blood pressure-BP) dipende dalla frequenza cardiaca (heart rate-HR), dal volume di sangue eiettato dal cuore (stroke volume–SV) e dalle resistenze vascolari periferiche (systemic vascular resistance-SVR).  Alla base del corretto mantenimento pressorio c’è un complesso meccanismo endocrino e neurologico coinvolgente il cervello, il cuore, i reni, i vasi e fattori tissutali locali.

    L’ipertensione sistemica arteriosa viene distinta in: idiopatica (o primaria) quando non si riscontrano evidenti patologie causali e secondaria ossia dovuta a malattie sottostanti identificabili quali: insufficienza renale cronica, ipertiroidismo, iperaldosteronismo primario, iperadrenocorticismo e feocromocitoma. La forma secondaria è quella più frequente nella specie felina e richiede un intervento terapeutico che gestisca sia la patologia in atto, che l’ipertensione derivante. Una terza possibilità, da tener ben presente quando si ha a che fare con i gatti, è un fisiologico aumento di pressione dovuto a eccitamento e ansietà in corso di visita veterinaria, con normale attivazione del sistema nervoso simpatico.


    L’ipertensione è una condizione dannosa soprattutto per i tessuti con ricca rete arteriolare di supporto e, in generale, per il sistema cardiocircolatorio: occhi, cervello, reni e miocardio, pertanto, sono più a rischio di compromissione rispetto ad altri distretti (TOD). A livello clinico, però, non sempre è presente un danno evidente a tali organi e prevalgono piuttosto i sintomi della malattia in atto, da cui deriva anche una condizione di ipertensione sistemica. A livello oculare una BP costantemente uguale o al di sopra di 160mmHg  può portare a retinopatie e corioidopatie con rischio di emorragie, edema e distacco retinico nonchè ifema, emorragie del vitreo e glaucoma.  A livello cerebrale,un elevato e protratto aumento di pressione del sangue è in grado di causare  encefalopatia e segni neurologici quali letargia, atassia, depressione grave del sensorio, segni vestibolari, oltre a possibile edema cerebrale e arteriosclerosi. A livello cardiaco ipertensione ed elevata SVR danno un aumento di carico a livello di ventricolo sinistro, favorendo l’insorgenza di un’ipertrofia cardiaca ventricolare sinistra concentrica. Per quanto concerne i reni, infine, frequentemente l’ipertensione rientra in un quadro più ampio di malattia renale cronica di cui tende ad aggravare la perdita urinaria di proteine (proteinuria).

    Vista l’importanza degli organi bersaglio a rischio di danneggiamentoto, si evince come una diagnosi precoce di ipertensione sistemica arteriosa sia più che mai necessaria. Questa condizione tende ad insorgere con maggior frequenza nei soggetti anziani, 13-15 anni di media, e il principale strumento per evidenziarla è la misurazione della pressione sanguigna, pratica che dovrebbe essere attuata routinariamente nella clinica, indipendentemente dall’età dei pazienti. Nella pratica ambulatoriale, per misurare la pressione sanguigna sistemica in gatti svegli, si usano tecniche indirette quali apparecchi doppler con sfingomanometri o oscillometri. Bisogna tener presente che il paziente felino è particolarmente predisposto allo “stress da camici bianchi” pertanto diventa fondamentale standardizzare la procedura seguendo linee guida che aiutino  a raggiungere l’obbiettivo riducendo al minimo il rischio di rilievi falsati dall’agitazione del gatto (ambiente “dedicato” tranquillo, a bassa rumorosità o stimoli stressanti; tempo tecnico per fare acclimatare il paziente; pochi operatori nella sala; minime manovre di contenimento; corretto posizionamento della cuffia). Un altra difficoltà deriva dalla scelta degli intervalli di riferimento di BP, differenti a seconda dello strumento e, di fatto, non ancora standardizzati in maniera definitiva. Secondo le linee guida seguite dalla nefrologia (IRIS) si afferma che un gatto risulta: normoteso se la BP minore di 150mmHg; al limite dell’ipertensione tra 150 -159 mmHg; iperteso160-179 mmHg; gravemente iperteso 180mmHg.



    La terapia dell’ipertensione ha come obbiettivo il ridurre il rischio di TOD che, secondo le linee guida IRIS, può manifestarsi con valori al di uguali o maggiori di 160mmHg. Ogni qual volta si rileva una BP sopra la norma bisognerebbe innanzitutto indagare per malattie sottostanti che possono creare questa condizione e intervenire su di esse. Il farmaco di scelta specifico per la gestione dell’ipertensione è l’amlopidina, un potente vasodilatatore arterioso che determina una riduzione della SVR e della BP con effetti collaterali minimi; è stato inoltre visto che può diminuire la proteinuria in soggetti con insufficienza renale cronica. Esistono anche altri farmaci che indirettamente possono agire sull’ipertensione quali gli ACE inibitori e i beta bloccanti, ma sembrano essere meno efficaci dell’amlopidina e avere maggior variabilità di risposta in base al paziente. La dose di amlopidina è 0,625mg/gatto ogni 24 ore che può esser portata a 1,25mg/gatto in soggetti con BP oltre 200mmHg, monitorando le variazioni di pressione nelle prime 24-72h. In soggetti che non evidenziano TOD, si dovrebbe rivalutare la terapia ogni 7-10 giorni anche in base ai segni clinici: se la risposta risulta inadeguata, si può associare altri farmaci. L’obbiettivo della terapia è quello di riportare nel minor tempo possibile (1-2 settimane) la pressione sistemica al di sotto di 160mmHg e mantenerla tale motivo per cui il paziente andrebbe monitorato ogni 3 mesi circa, finché non si stabilizza.


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    martedì 29 agosto 2017

    Ecografia del Torace

    La diagnostica per immagini in medicina d’urgenza, ha tradizionalmente un ruolo marginale perché oltre alla radiologia convenzionale, non esistono altri strumenti utilizzabili che non comportino ulteriori stress al paziente o che siano causa di perdite di tempo. In realtà l’ecografia in urgenza è una metodica di imaging di notevole ausilio nell’estensione dell’esame obiettivo. É una tecnica di facile esecuzione, che non prevede radiazioni ionizzanti e quindi eseguibile in qualsiasi luogo si trovi il paziente.

    La filosofia del protocollo è valutare il paziente critico nella sua interezza con un approccio multidisciplinare non solo durante l’urgenza ma anche in terapia intensiva. Generalmente per l’esecuzione della metodica è preferibile che il paziente sia in decubito sternale. Anche il decubito laterale permette una corretta valutazione ma presenta l’inconveniente di dover ruotare il paziente sull’altro decubito per poter completare l’esame.

    La corretta valutazione delle vie aeree superiori rappresenta un aspetto molto importante della gestione del paziente critico che si presenta in pronto soccorso con dispnea inspiratoria e/o espiratoria. Le patologie che più comuni possono essere identificate tramite l’ecografia in emergenza sono la paralisi laringea, il collasso tracheale, traumi o neoformazioni che posso dislocare le vie respiratorie. Per quanto riguarda la laringe, in condizioni di normalità, il movimento delle cartilagini aritenoidee è simmetrico e sincrono con gli atti respiratori. La paralisi laringea si evidenzia ecograficamente con l’assenza del movimento delle cartilagini o di un emilato (in caso sia una paralisi parziale) o di entrami i lati (in caso sia completa). Non appena è terminato lo studio della laringe si passa alla trachea, continuando la scansione trasversale fino all’entrata in torace. L’organo viene visualizzato solo nella sua metà ventrale, poiché l’aria non permettendo la propagazione degli ultrasuoni, impedisce la visualizzazione degli anelli dorsali. L’ecografia della trachea in urgenza trova indicazione nella valutazione primaria dei pazienti in situazioni critiche o in condizioni di emergenza , oltre alla visualizzazione di rotture tracheali, di ematomi o neoformazioni che possono dislocarla lateralmente e della tracheomalacia. L’ultima applicazione dell’ecografia alle vie aeree superiori in situazioni di urgenza riguarda la conferma della corretta intubazione tracheale. L’esofago infatti decorre normalmente in posizione paramediana sinistra con tipico aspetto a bersaglio privo di lume proprio. Quando viene intubato erroneamente, vengono visualizzate due aree simili, ossia la trachea sulla sinistra e l’esofago intubato sulla destra.

    Lo studio ecografico del torace può essere effettuato con una sonda microconvex a frequenza variabile 5-8 MHz, ma la sonda lineare ad alta frequenza (7,5 -12 MHz) è sicuramente la scelta migliore. Si scansiona completamente tutto l’emitorace in modo da non escludere nessun campo polmonare dall’indagine diagnostica ed avere una localizzazione precisa di eventuali lesioni riscontrate. La sonda viene posta perpendicolare al piano sagittale mediano, in longitudinale con il marker rivolto verso la testa del paziente. Le patologie toraciche in emergenza/urgenza diagnosticabili ecograficamente sono: pneumotorace, versamento pleurico, sindrome alveolo interstiziale, consolidamenti polmonari e le ernie diaframmatiche. Il pneumotorace viene sospettato ecograficamente quando lo sliding sign è assente e la linea pleurica iperecogena appare fissa, immobile, in funzione della presenza di aria nello spazio pleurico. Il pneumotorace è confermato se si evidenzia il lung point, ossia il punto di contatto del polmone sano a parete, producendo un aspetto caratteristico della linea pleurica, per metà fissa e per metà con il normale sliding sign. La ricerca del lung point è fondamentale per avere la certezza diagnostica, poiché in medicina umana il suo riscontro presenta la stessa sensibilità e specificità della TC, gold standard nella diagnosi di pneumotorace. Il versamento pleurico viene diagnosticato quando all’interno dello spazio pleurico è visualizzata un’area anecogena che risulterà più o meno estesa a seconda della gravità. La sindrome alveolo interstiziale (SAI) si ha quando sono presenti molte linee B, ossia si verifica in tutte quelle patologie in cui la riduzione dell’areazione polmonare per espansione interstiziale è provocata dalla presenza di quantità maggiori di liquido nei setti interlobari. Nell’edema polmonare si verifica una fusione di numerose linee B, creando il caratteristico aspetto di white lung, mentre in corso di contusioni polmonari, nelle malattie interstiziali diffuse, nei processi fibrotici e nelle fasi conclamate dell’ARDS, le linee B hanno un aspetto focalizzato nell’area interessata dalla patologia. I consolidamenti polmonari possono mostrarsi con diversi gradi di estensione e sono visualizzati come aree subpleuriche polmonari non areate, in cui lo sliding sign può essere assente. Possono essere espressione di gravi contusioni polmonari, tumori polmonari e infarti polmonari. Le ernie diaframmatiche sono generalmente facili da diagnosticare quando in sede toracica si evidenzieranno porzioni epatiche, spleniche, gastriche o anse intestinali.

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    mercoledì 23 agosto 2017

    I versamenti cavitari

    Con il termine di “versamento cavitario” si intende un’anomala raccolta di liquidi in una cavità corporea. Nel cane e nel gatto le sedi più comuni di versamento sono rappresentate dalle cavità pleurica, peritoneale e pericardica. Le cavità normalmente contengono piccole quantità di liquido, in misura variabile a seconda della taglia dell’animale e comunque nell’ordine di pochi millilitri. Questo fluido ha la funzione di lubrificare la cavità, permettendo così i movimenti degli organi contenuti, evitando che si creino attriti tra i visceri stessi o tra i visceri e la parete della cavità, e ha funzione di nutrimento nei confronti delle cellule degli strati superficiali della parete cavitaria. Il meccanismo di formazione del liquido è basato sulla filtrazione di una parte del sangue (plasma) attraverso le pareti dei capillari che si trovano strettamente a contatto con la cavità.

    La filtrazione avviene grazie al mantenimento di un equilibrio tra due forze pressorie:

    • la pressione idrostatica (PI) interna al vaso che viene mantenuta dal liquido presente in esso. Si tratta della forza che tende a far fuoriuscire il fluido.
    • la pressione oncotica (PO) che è esercitata da macromolecole presenti nel plasma (proteine di diverso peso molecolare). Questa forza pressoria tende a richiamare il fluido.

    In condizioni normali queste due forze si oppongono tra di loro e permettono la formazione di soli pochi millilitri di liquido, mentre se una delle due è alterata si crea uno squilibrio che porterà alla formazione di un versamento cavitario. Più di rado, è possibile che si formino anche per rottura di organi interni (vescica, cistifellea, vasi, ecc.).

    Classificazione:

    La classificazione dei versamenti prevede la suddivisione in tre categorie principali:

    • Trasudato: liquido quasi del tutto acellulare, contenente sali ed elettroliti, povero di proteine e dal peso specifico basso. Esso si forma nel momento in cui la pressione oncotica si riduce e di conseguenza diminuisce la capacità dei capillari di trattenere liquido al loro interno, mentre non viene alterata la permeabilità della parete dei vasi.
    • Trasudato modificato: liquido contente più cellule e proteine rispetto al precedente e con un peso specifico maggiore. Esso si forma quando la pressione idrostatica aumenta, perciò sangue e/o linfa non vengono drenati provocando così la fuoriuscita di liquido.
    • Essudato: liquido ad alta concentrazione proteica, contenente cellule in quantità variabile ed alto peso specifico.

    Esso si forma a causa di una lesione diretta sul vaso o per azione di sostanze che vengono liberate quando vi è un processo infiammatorio in atto. In ogni caso il meccanismo che porta alla fuoriuscita di fluido è un’alterazione della permeabilità del vaso.

    i versamenti cavitari

    Drenaggio:

    Drenare un versamento significa aspirarlo dalla cavità nella quale si è formato. Questa procedura, effettuata dal medico veterinario, ha sempre una duplice funzione: terapeutica e diagnostica. Fisiologicamente, infatti, qualunque sia la cavità in questione non dovrebbero essere presenti più di alcuni millilitri. L’animale può, pertanto, manifestare sintomi variabili, da un lieve disagio fino ad una situazione che richiede un intervento d’urgenza. In seguito il liquido verrà analizzato, dando così importanti informazioni per giungere a una diagnosi circa la patologia che affligge il nostro amico a quattro zampe. Per il drenaggio è sempre meglio utilizzare aghi di piccole dimensioni (ad esempio aghi butterfly) per evitare di ledere organi circostanti e per evitare piccole emorragie. Inoltre il prelievo ecoguidato è sempre preferibile a quello “alla cieca”.

    versamenti cavitari

    Analisi del versamento:

    L’analisi del versamento prevede una serie di passaggi che forniscono informazioni importanti sulla natura del liquido raccolto:

    • valutazione macroscopica del campione: volume, colore, trasparenza/torbidità, viscosità e odore
    • valutazione microscopica delle cellule in esso presenti e del loro conteggio
    • misurazione delle proteine e del peso specifico
    • eventuali analisi biochimiche

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