martedì 18 giugno 2019

Ipercalciuria del coniglio



L’ipercalciuria è una patologia piuttosto comune nel coniglio da compagnia.
In inglese è anche chiamata “sludge” ossia fanghiglia vescicale. Consiste nell’accumulo in vescica di una quantità anomala di microscopici cristalli di calcio, che si depositano e si compattano, formando un ammasso semisolido, pastoso, che il coniglio non riesce più ad espellere quando urina.
L’urina del coniglio è normalmente ricca di cristalli di calcio, che in un animale in salute vengono espulsi con l’urina. In caso di ipercalciuria, invece, questi cristalli sedimentano e si addensano causando una serie di disturbi, come dermatite perineale più o meno grave.



Le cause di questa patologia sono in genere multifattoriali, e comprendono una serie di condizioni che impediscono al coniglio di svuotare completamente la vescica, favorendo l’accumulo progressivo di cristalli di calcio.
- Cause comportamentali: se un coniglio vive esclusivamente o quasi sempre confinato in gabbia è favorita la ritenzione di urina; in natura i conigli urinerebbero spesso per marcare il territorio.
- Cause neurologiche: lesioni al sistema nervoso (cervello, midollo spinale o nervi) possono impedire lo svuotamento completo della vescica o l’assunzione di una posizione adeguata per urinare.
- Cause ortopediche: lesioni o infiammazioni alle articolazioni (artrite) od infezioni ai piedi (pododermatite) impediscono di assumere la corretta postura per urinare o la rendono dolorosa.
- Cause urinarie: l’infiammazione della vescica o dell’uretra possono impedire lo svuotamento completa della vescica, rendere dolorosa la minzione o causare dermatite perineale.
- Obesità: un coniglio sovrappeso più facilmente si imbratterà la regione perineale con l’urina causando una dermatite ed avrà difficoltà a pulirsi adeguatamente.
- Dieta: il ruolo della dieta non è ancora del tutto chiaro.

Il meccanismo alla base dell’ipercalciuria è spesso complesso e difficile da eliminare.
Il coniglio che presenta la vescica piena di cristalli di calcio non riesce a urinare correttamente, urina poco e spesso, ha dolore e si sgocciola addosso l’urina. Può avere la pelle infiammata e spesso ha dolore e di conseguenza può presentare perdita di appetito.
Spesso l’urina ha un aspetto normale perché viene emessa solo la parte liquida mentre quella semisolida, piena di calcio, rimane nella vescica.
Nei coniglietti con ipercalciuria la vescica è di solito di consistenza e volume aumentati.



La terapia consiste per prima cosa dallo svuotare la vescica dal deposito di calcio per dare immediato sollievo al coniglio. Ciò si può effettuare nel coniglio sveglio oppure in sedazione o anestesia. In molti soggetti si può svuotare la vescica senza sedazione, comprimendo delicatamente la vescica fino a svuotarla del tutto. Se ciò non è possibile si deve eseguire la procedura in anestesia; la vescica può essere delicatamente compressa per effettuarne lo svuotamento, dopo di che si introduce un catetere e si effettuano ripetuti lavaggi con soluzione sterile tiepida, fino ad ottenere la fuoriuscita di liquido limpido. Al termine si esegue una radiografia di controllo per verificare di aver completamente eliminato il deposito di materiale.

Nei giorni successivi si effettua una terapia reidratante (per bocca o per via sottocutanea) per stimolare lo svuotamento frequente della vescica e si somministrano analgesici ed eventualmente antibiotici. Si deve correggere la gestione del coniglio, favorendo l’attività fisica ed evitando di confinarlo in uno spazio ristretto.
Utili possono essere anche alcuni accorgimenti dietetici come: fornire acqua naturale iposodica sia in abbeveratoio a goccia sia in ciotola; stimolare l’assunzione di acqua utilizzando eventualmente del succo di frutta non zuccherato (es. succo di ananas 100%); fornire fieno ad libitum (NO di erba medica) ed alimenti freschi come erba oppure cicoria, sedano, finocchio, vari tipi di insalata; somministrare vegetali diuretici come il tarassaco; evitare carboidrati, frutta e carote.


Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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martedì 4 giugno 2019

Erlichiosi nel cane e nel gatto



Erlichia Canis è un batterio intra-cellulare trasmesso attraverso le zecche del genere Riphycephalus ai nostri animali.

L’ospite d’elezione è il cane ma può anche venire trasmessa al gatto. La zecca in questione la si può facilmente trovare anche in città e nei canili.

La malattia si manifesta con febbre, pallore delle mucose, abbattimento, calo del peso e soprattutto emorragie orali e oculari.
Può colpire animali di qualsiasi età ed entrambi i sessi con maggiore predisposizione di razza nel Pastore Tedesco.


                            



Solitamente nelle aree endemiche la malattia si manifesta negli animali giovani anche 10-15 giorni dopo il morso di una zecca.

Esistono altre malattie che possono dare sintomi simili all’infezione da Erlichia Canis, come Bartonella e Babesia, per differenziarle si esegue un prelievo di sangue su cui poi viene effettuato un test diagnostico che ricerca il DNA del batterio.

Come prevenirla? Possibilmente non facendo frequentare al cane o al gatto zone ad alto rischio e soprattutto utilizzando tutto l’anno repellenti efficaci contro questi parassiti esterni.

Se il vostro animale è entrato in contatto con una zecca è sempre bene farlo visitare dal veterinario che valuterà se è necessario eseguire esami più approfonditi.

                           





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martedì 14 maggio 2019

Orticaria e Angioedema

L'orticaria e l'angioedema sono manifestazioni di reazioni allergiche cutanee del cane e del gatto (molto rare in quest'ultima specie). Clinicamente sono lesioni caratterizzate da pomfi, nel caso dell'orticaria, fino ad edema diffuso del derma e sottocute (angioedema). Si formano in seguito al rilascio da parte di cellule chiamate mastociti di amine vasoattive, come istamina, eparina, a seguito del legame con anticorpi di tipo IgE, classici delle reazioni di ipersensibilità di tipo I. Gli stimoli di tipo immunologico sono ad esempio la somministrazione di vaccini, antibiotici, barbiturici.


Tuttavia anche stimoli non immunologici possono causare degranulazione dei mastociti e provocare queste lesioni, tra questi alcune sostanze chimiche, stress, agenti fisici (calore, freddo, radiazioni solari).
Tra i cani la razza Boxer è particolarmente predisposta.
I pomfi da orticaria sono aree edematose localizzate con prurito variabile. Può esserci arrossamento. L'angioedema è più esteso e profondo, con edema diffuso e può trasudare siero. Le aree in cui si riscontrano più frequentemente queste lesioni sono testa, collo, parti declivi.


La reazione orticarioide insorge rapidamente e generalmente scompare entro poche ore, massimo 24 ore. Vi è una buona risposta alla terapia cortisonica, endovena, intramuscolo o per via orale, in base alla gravità. Nei casi di grave angioedema acuto è necessaria l'epinefrina. Gli antistaminici solitamente non sono indicati per le forme acute.
Spesso è difficile trovare la causa scatenante. La diagnosi si basa sulla anamnesi, sulle lesioni caratteristiche e sull'esclusione delle possibili diagnosi differenziali, che sono principalmente: follicoliti batteriche, eritema multiforme, mastocitomi nel caso di orticaria; cellulite giovanile, mastocitomi e celluliti infettive nel caso di angioedema.

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giovedì 2 maggio 2019

Edema Polmonare nel Cane

Tra le emergenze cliniche respiratorie, nella specie canina, è di frequente riscontro, l'edema polmonare acuto.
Questa sindrome clinica è caratterizzata da un accumulo di liquido trasudatizio nei setti alveolari, negli spazi extracellulari ed anche negli spazi aerei del parenchima polmonare, originato da una congestione e dilatazione dei capillari del circolo polmonare.
Il liquido, interposto tra glia alveoli e sangue capillare, causa un'alterazione nella meccanica della funzionalità polmonare e della diffusione dei gas respiratori, ne conseguono difficoltà allo scambio di ossigeno e anidride carbonica e all'espansione della gabbia toracica.
L'edema polmonare può arrivare a determinare insufficienza respiratoria acuta, anche letale. Nella specie canina, la causa più frequente di edema polmonare acuto è rappresentato da un'insufficienza del settore sinistro del cuore.
L'edema non cardiogeno è causato da tutti quei fattori d'origine non cardiaca che determinano un aumento della pressione idrostatica a livello capillare, come le sostanze ( endogene/esogene ) che aumentano la permeabilità dell'endotelio vasale causando gravi lesioni alla membrana respiratoria, l'edema polmonare neurogeno, le reazioni anafilattiche ed eccessi nella fluidoterapia.
I sintomi clinici presentano una gravità variabile e sono rappresentati da : tachipnea ( aumento della frequenza respiratoria ) , dispnea ( respirazione prevalentemente addominale ), cianosi delle mucose, atteggiamento di “ fame d'aria ( ansietà, respirazione a bocca aperta, testa estesa sul collo, gomiti degli arti anteriori divaricati) e talvolta stato stuporoso e decubito laterale.
La diagnosi si basa principalmente sul riconoscimento dei segni clinici, e quando le condizioni del paziente lo permettono, sulla radiografia del torace.

L'edema polmonare cardiogeno è un evento patologico che si manifesta come conseguenza dell'insufficienza cardiaca sinistra, tale condizione si instaura secondariamente a diverse patologie che coinvolgono il cuore sinistro come miocardio, valvole e grossi vasi.
Nel cane le più frequenti patologie cardiache che determinano uno scompenso cardiaco sinistro, sono rappresentate dalla degenerazione mixomatosa della valvola mitralica e dalla cardiomiopatia dilatativa.



Non sempre è possibile risolvere un quadro di edema polmonare, soprattutto a causa di alterazioni cardiache sottostanti irreversibili ( come l'ipertensione polmonare ) o per lo sviluppo di insufficienza renale acuta che rappresenta un limite all'ulteriore somministrazione di farmaci diuretici.
Prevenire l'insorgenza dell'edema polmonare rappresenta certamente la strada più valida e meno rischiosa per la salute dei nostri pazienti. Per questo i soggetti con soffi cardiaci, devono essere sottoposti a visite cardiologiche periodiche, duranti le quali, grazie all'ausilio della diagnostica per immagini ( radiografie al torace ed ecocardiografia ) si possa identificare il tipo di cardiopatia, definirne lo stadio di evoluzione ed intraprendere una terapia idonea per ritardarne l'evoluzione verso l'insufficienza cardiaca.

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mercoledì 17 aprile 2019

Epatopatia da Accumulo di Rame nel Cane

L’epatopatia da accumulo di rame nel cane è una patologia piuttosto diffusa e spesso sottodiagnosticata a causa dell’assenza di sintomi clinici specifici e precoci.
I cani affetti da epatopatia possono presentare accumulo primario o secondario di rame.  Il rame si accumula nel fegato a causa di un difetto metabolico ereditario della sua escrezione biliare; l’aumento del contenuto del metallo nell’organo causa quindi un danno epatocellulare, epatite cronica e cirrosi.
Una predisposizione familiare è stata descritta in Bedlington Terrier, West Highland White Terrier, Sky Terrier, Dobermann, Cocker Spaniel e Labrador Retriever. L’aumento dell’incidenza dell’epatite cronica in certe razze suggerisce una possibile base genetica, ma sino ad ora l’esistenza di un difetto genetico è stata dimostrata soltanto nell’epatopatia da accumulo di rame del Bedlington. Il test genetico per il Bedlington Terrier non è accurato al 100%, ma offre una procedura semplice che può essere utilizzata dagli allevatori per ridurre l’incidenza di questa malattia.

La possibile ereditarietà della condizione è stata approfonditamente studiata nel Doberman Pinscher, ma, come in molte alter razze, non è ancora chiaro se l’accumulo di rame derivi da un problema primario o secondario.
Nel West Highland White Terrier, Skye Terrier, Dalmata e Labrador Retriever l’epatopatia da accumulo di rame può essere una condizione familiare.
L’aumento della prevalenza della tossicosi da rame sia in cani di razza sia nei meticci mette in luce la possibilità di un coinvolgimento di fattori ambientali per l’insorgenza della patologia.
I ricercatori stanno lavorando per identificare il difetto genetico ed un marker adatto alle differenti razze, il metabolismo preciso, il ruolo del rame contenuto nella dieta ed i possibili trattamenti.
Il rame è un oligoelemento essenziale che svolge un ruolo vitale in un‘ampia varietà di processi biologici; tuttavia, se presente in quantità eccessive, il rame è estremamente tossico a causa dei danni che può determinare a proteine, lipidi e DNA.
Il rame contenuto negli alimenti o nell’acqua potabile viene assorbito attraverso il tratto gastrointestinale, viene accumulato nel fegato e, se in eccesso, viene escreto nella bile.
L’epatopatia da rame del Bedlington Terrier è il risultato di un difetto primario nel metabolismo epatico del rame, a cui consegue l’insufficiente escrezione di rame dagli epatociti nella bile. In questa razza l’accumulo, i segni clinici, la riduzione della funzionalità epatica ed il danno morfologico sono progressivi. La condizione può presentarsi come epatopatia acuta o, più frequentemente, in forma cronica.
Nei cani con stadi precoci di accumulo di rame epatico senza evidenti danni epatici i segni clinici sono generalmente assenti. Quando l‘epatopatia diventa grave o in presenza della cirrosi epatica, compaiono i segni clinici. L‘età alla prima presentazione clinica è variabile e può andare da 2 a 11 anni, sebbene la maggior parte dei cani abbia una presentazione di mezza età (6-7 anni).
Inizialmente i segni clinici possono essere leggeri e aspecifici: diminuzione dell’attività, dell’appetito e vomito. In stadi più avanzati della malattia il quadro clinico si sviluppa in quello tipico dell’epatopatia terminale, con segni che includono perdita di peso, ittero, ascite ed encefalopatia epatica. I segni clinici possono essere accompagnati da incrementi degli enzimi epatici, della bilirubina e degli acidi biliari, diminuzione dei livelli di albumina e dei fattori della coagulazione (specialmente fibrinogeno), accompagnati dallo sviluppo di ipertensione portale e formazione del circolo collaterale, aumento dei livelli di ammoniaca nel sangue.
Le anomalie cliniche e di laboratorio non premettono di distinguere l‘epatopatia da sovraccarico di rame epatico da qualsiasi altra causa di epatite cronica, e purtroppo per la diagnosi sono ancora essenziali la biopsia e la determinazione dei livelli di questo elemento nel fegato. Nei Labrador retriever, è possibile prevedere il rischio in base al genotipo, se il cane ha un genotipo che rientra nelle categorie estreme. Tuttavia, lo stato reale del rame dipende dalla sua assunzione alimentare durante tutta la vita del cane, che è spesso difficile da stimare e complica l‘affidabilità della previsione del rischio in ogni singolo cane basata esclusivamente sul genotipo.

L‘approccio terapeutico per l‘epatopatia da accumulo di rame consiste nel creare un bilancio di rame negativo: ciò può essere ottenuto limitando la captazione di rame o impedendo l‘assorbimento di rame con l‘integrazione supplementare di zinco e promuovendo l‘escrezione di rame con i chelanti del rame.
La restrizione della captazione del rame può essere ottenuta fornendo una dieta a bassa concentrazione di rame ed evitando integratori minerali contenenti rame. Le diete bilanciate a basso contenuto di rame per cani sono disponibili in commercio come “diete di sostegno epatico“. Nei cani, l‘adattamento alimentare può prevenire l‘ulteriore accumulo di rame nelle prime fasi della malattia; tuttavia, la risposta alla dieta varia tra un soggetto e l‘altro e resta la necessità di monitorare in modo permanente la concentrazione epatica di rame. Nei Bedlington terrier con accumulo estremo di rame epatico, l‘intervento dietetico non è efficace come monoterapia.
La terapia chelante prevede l’utilizzo di D-penicillamina, che lega il rame e ne promuove l‘escrezione urinaria, oppure di zinco.























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giovedì 14 marzo 2019

Il Kakariki

Il kakariki fronte rossa (Cyanoramphus novaezelandiae) è un pappagallo di taglia medio-piccola veramente bello e simpatico.
Come dice il suo nome scientifico, è originario della Nuova Zelanda, dove vive soprattutto nelle fitte foreste conducendo una vita in particolare terricola.

FISIOLOGIA
Il kakariki raggiunge i 28 cm di lunghezza.
Il peso è variabile tra i 50 ed i 100 grammi.
Il colore ancestrale del piumaggio è verde scuro con, però, una fascia rossa su fronte e corona; le penne remiganti sono di colore blu ed il becco grigio scuro.
Esistono ormai moltissime varietà di colorazioni, come il giallo ed il pezzato.
Tra i pappagalli il kakariki non è particolarmente rumoroso. I maschi possono imparare ad imitare la voce umana.
Sono animali che amano la compagnia e giocare, ma non adorano le coccole.
La vita media si aggira intorno ai 15 anni.
RICONOSCIMENTO DEL SESSO
I maschi sono di dimensioni leggermente maggiori delle femmine e hanno il becco più grosso. A parte queste caratteristiche difficilmente valutabili è praticamente impossibile distinguere il sesso solo dall’apparenza.
La determinazione del sesso può essere effettuata mediante tecnica endoscopica oppure genetica con esami di laboratorio effettuati su sangue o penne.


ALLOGGIO
L’ideale sarebbe far alloggiare il kakariki in una voliera più ampia possibile (almeno 150x60x70) a sviluppo orizzontale.
Il fondo dovrebbe essere naturale in modo da permettere a questo animale di espletare il suo comportamento fisiologico di razzolare nel terreno alla ricerca di cibo. Inoltre questo dovrebbe essere pulito spesso per garantire una corretta igiene.
Il kakariki ha la caratteristica di amare molto l’acqua quindi quotidianamente dovrà essere messo a disposizione un bagno. Questa pratica è molto importante sia dal punto di vista della pulizia del piumaggio sia per il suo benessere psicofisico.
FUORI DALLA GABBIA
Ovviamente i kakariki possono essere anche liberati in casa al di fuori della propria voliera, facendo però molta attenzione a tutta una serie di pericoli. Questi possono essere rappresentati da fughe, traumi, annegamento, ustioni, folgorazione, avvelenamento, aggressioni da parte di altri animali.
ALIMENTAZIONE
Il kakariki deve avere una dieta basata in gran parte su alimenti freschi di origine vegetale (frutta, verdura e fiori) e poi un misto semi specifico ed estrusi (“croccantini” completi e bilanciati per pappagalli).
Un kakariki alimentato solamente con i semi rischia di sviluppare in breve tempi gravi patologie epatiche oltre a carenze nutrizionali.
Questi pappagalli adorano le infiorescenze, frutta (mele, pere, banane, frutti rossi, kiwi, …) e verdura (zucchine, cavoli, broccoli, carote, vari tipi di insalate).
Possono anche essere dati pane o pasta integrali, patate cotte o crude, cereali cotti.
Non vanno assolutamente somministrati alimenti salati o troppo ricchi di grassi, miscele di semi sbilanciate, avocado, parti verdi di pomodoro e patate e cachi.
Ogni tanto si può anche somministrare del pastoncino per insettivori come integrazione proteica, in particolare in fase di muta e riproduzione.
Per integrare calcio e sali minerali bisognerebbe mettere sempre a disposizione un blocchetto di sali e l’osso di seppia.
RIPRODUZIONE
I kakariki in cattività non presentano particolari difficoltà nella riproduzione.
Il maschio esegue una sorta di danza accompagnata da ripetuti vocalizzi per corteggiare la femmina.
Depongono da 4 a 8 uova che la femmina cova nel nido per circa 23-25 giorni.
I pulli vengono alimentati dai genitori per circa 8 settimane, al termine delle quali entrano nella fase di svezzamento.
CURE
Sarebbe consigliabile effettuare una visita presso un veterinario specializzato in animali non convenzionali dopo l’acquisto per accertarsi dello stato di salute degli animali, eseguire un esame coprologico ed avere consigli su alimentazione e gestione.
Poi è sufficiente sottoporre il proprio kakariki ad una visita all’anno per un controllo generale ed eventuali analisi.
LEGISLAZIONE
Questa specie è soggetta a tutela da parte della Convenzione di Washington. La sua detenzione è autorizzata solo per soggetti che presentano anello inamovibile e documento CITES di accompagnamento.
Lo staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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martedì 5 marzo 2019

Convivere Con Un Drago Barbuto (Pogona Vitticeps) Parte I: La Corretta Gestione Del Terrario

Il pogona, o drago barbuto, origina dalle regioni aride e semidesertiche dell’Australia centrale. E’ un animale diurno, abile arrampicatore e dal carattere docile.
La vita media è di 10-20 anni, può arrivare a 50 cm di lunghezza (i maschi hanno dimensioni maggiori delle femmine).
In quest’ articolo sottolineeremo quali sono le pratiche più importanti da attuare nella corretta gestione del terrario di questi simpatici rettili.


Il drago barbuto necessita di un terrario spazioso e con pareti facili da pulire (di vetro, plexiglas, plastica o fibra di vetro). Periodicamente è necessario pulire il fondo e disinfettare il terrario con la varechina diluita, da risciacquare con cura. Anche gli elementi di arredo devono essere lavati o sostituiti.
I maschi sono molto territoriali e non vanno mai alloggiati insieme. All’interno di un unico terrario è possibile far convivere un maschio con al massimo tre femmine, mentre sarebbe meglio tenere separati i piccoli dagli adulti.
All’interno del terrario vanno collocati dei nascondigli (come vasi di coccio, scatole o cortecce d’albero) che forniscano maggior sicurezza e riducono lo stress dell’animale.
Il substrato usato sul fondo del terrario va scelto con attenzione e sostituito periodicamente: la carta (giornali vecchi, carta da pacchi…) è comunemente adoperata durante la quarantena e per i soggetti ammalati e permette di controllare facilmente l’aspetto delle deiezioni. Materiali con proprietà analoghe sono rappresentati da pezzi di moquette o di erba finta, molto facili da sostituire e da lavare e disinfettare. La sabbia e la ghiaia fine permettono di allestire un terrario dall’aspetto più naturale, se ingeriti possono causare un blocco intestinale. Corteccia, fibra di noce di cocco e materiali simili sono scarsamente assorbenti e se ingeriti accidentalmente sono pericolosi. La segatura e i trucioli devono essere rimpiazzati soventemente e sono controindicati nei soggetti molto giovani (possono infatti causare disidratazione). I substrati a base di calcio carbonato, anche se commercializzati come specifici per rettili, possono causare ostruzioni intestinali fatali.

La temperatura del terrario non deve essere uniforme ma presentare una variazione, detta gradiente, da un estremo all’altro cosicché, spostandosi, il pogona possa regolare la propria temperatura corporea.
Il range di temperatura ideale deve andare da 40-43°C nel “punto caldo” (in corrispondenza della fonte di calore) a 25°C nella zona più fresca. Durante la notte la temperatura può scendere a 22-25°C. La temperatura deve essere monitorata con termometri e termostati.
Il metodo migliore per riscaldare il terrario consiste nell’utilizzo di lampade a infrarossi: per ottenere la temperatura più adeguata, è necessario variare il wattaggio della lampada, la sua distanza dal terrario ed eventualmente impiegare più lampade.
Il tasso di umidità del terrario è un fattore essenziale per la salute del rettile. I pogona sono deserticoli e quindi richiedono bassi livelli di umidità: 30-40% di giorno e 50-65% di notte. Per misurare il livello di umidità nel terrario è necessario utilizzare un igrometro.
Nel terrario ci deve essere un buon ricambio d’aria, assicurato da griglie di ventilazione su due pareti opposte (generalmente una in alto e una in basso).

Il drago barbuto deve essere soggetto a un ciclo d’illuminazione di 12-14 ore di luce d’estate, 9 d’inverno e 10 in primavera e autunno. Condizioni di fotoperiodo innaturale (come l’illuminazione continua anche di notte) causano uno stress eccessivo, con effetti negativi sullo stato di salute.
Oltre alle lampade usate per riscaldare il terrario (che possono anche non emettere luce, come le lampade di ceramica), è necessario collocare nel terrario lampade a spettro completo, che emettono radiazioni ultraviolette sia di tipo A che di tipo B.
Le radiazioni UVA, invisibili all’occhio umano ma non a quello dei rettili, apportano notevoli benefici alla salute (stimolando normali comportamenti alimentari e di accoppiamento). Le radiazioni UVB stimolano a livello cutaneo la sintesi di vitamina D, indispensabile per assimilare il calcio presente nell’alimento.





















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martedì 26 febbraio 2019

Ernia iatale nel cane



L’ernia iatale nel cane è una patologia che riguarda l’apparato digerente, nello specifico la congiunzione tra esofago e stomaco a livello dello iato esofageo del muscolo diaframma. Si evidenzia come una protrusione attraverso il diaframma del tratto addominale dell’esofago, della giunzione gastroesofagea o del fondo dello stomaco. La risoluzione dell'ernia iatale nel cane è spesso chirurgica.

Solitamente la causa dell'ernia iatale è rappresentata da un’anomalia congenita dello iato esofageo che causa movimenti anomali di esofago e stomaco.
In altri casi può essere causata da un trauma, associato a dispnea, con danneggiamento della componente muscolare e/o nervosa del diaframma che determina l'ernia.

L'ernia iatale può verificarsi in diverse razze di cani e gatti, sembra però che siano predisposti in modo particolare i maschi e gli sharpei.





L'ernia iatale nel cane, se presente fin dalla nascita, si manifesta clinicamente entro l'anno di età mentre i pazienti con ernia iatale acquisita possono manifestare segni clinici a qualsiasi età.

I segni clinici sono principalmente rappresentati da:

- rigurgito
- reflusso gastroesofageo
- esofagite
- megaesofago

Altri segni clinici associati all'ernia iatale nel cane possono essere: vomito, disfagia, salivazione eccessiva, difficoltà respiratorie, ematemesi, anoressia e perdita di peso.
I casi più gravi sono caratterizzati dalla presenza di erosioni ed ulcere. Le prime possono essere disseminate sulla maggior parte della mucosa esofagea.

Diagnosi:
In genere nell’ernia iatale lo stomaco scivola all’interno e all’esterno del torace ma se l’ernia è abbastanza voluminosa possono scivolare in torace anche altri visceri.
L’ernia iatale nel cane può venire diagnosticata con l’esame radiografico del torace che rivela la presenza in questa cavità di tratti dell’apparato digerente che normalmente non si trovano in questa sede.
Per la diagnosi possono anche essere utilizzate tecniche avanzate come la fluoroscopia. L’esame radiografico del torace può anche rivelare la presenza di segni di polmonite ab ingestis.
Solitamente la diagnosi definitiva di ernia iatale nel cane si ottiene mediante esofago/gastrografia e fluoroscopia.
L’endoscopia è fondamentale per valutare l’esofagite da reflusso secondaria.

Trattamento:
I pazienti affetti dall'ernia iatale possono migliorare con la terapia medica del reflusso gastroesofageo e dell’esofagite che si basa sull’utilizzo di anti-acidi, anti-nausea e diete commerciali a basso tenore di grassi.
Nei casi che non rispondono alla terapia medica o in presenza di ampie ernie iatali è necessaria la chirurgia.

Tra le opzioni chirurgiche:
- riduzione e plicatura dello iato diaframmatico
- esofagopessi
- gastropessi fundica sinistra









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