giovedì 23 marzo 2017

I tumori negli animali domestici: la diagnosi

La diagnosi di tumore negli animali domestici è un punto spesso sottovalutato perchè molti proprietari e alcuni veterinari pensano che tanto non ci siano trattamenti possibili diversi dall’eutanasia.

In realtà la diagnosi è un passo fondamentale per la gestione del paziente oncologico perchè solo sapendo di che tumore si tratta sarà possibile pianificare la migliore terapia per quel singolo animale.
La diagnosi può essere fatta attreverso:
-SEGNI CLINICI, questi in caso di neoplasia sono spesso vari e aspecifici come dimagrimento, anoressia, emorragie, difficoltà respiratorie e intolleranza all’esercizio
-ANAMNESI è importante fare domande specifiche e mirate al proprietario. Informazioni molto importanti sono razza ed età dell’animale che possono indicare una predisposizione nei confronti di alcuni tumori.
Dovranno essere fate domande specifiche sulla funzionalità dei vari apparati.

-VISITA GENERALE deve essere svolta dalla testa alla coda senza tralasciare nessun apparato e prestando particolare attenzione ai linfonodi referenti (dimensioni, consistenza, mobilità)


-RADIOGRAFIE sono importantissime  per vedere alcuni tumori e escludere metastasi. Rivestono un ruolo fondamentale nella diagnosi dei tumori ossei. Le radiografie toraciche per la ricerca di metastasi devono sempre essere fatte in 3 proiezioni (latero-laterale destra, sinistra e dorso-ventrale o ventro-dorsale) perchè spesso alcune lesioni sono evidenti solo in una di queste
-ECOGRAFIA è la tecnica diagnostica migliore per quanto riguarda masse addominali
-TAC e RISONANAZA sono tecniche utilissime nei casi più complessi ma hanno costi più elevati e richiedono la sedazione del paziente
-ESAMI DI LABORATORIO possono essere d’aiuto ma spesso i tumori non danno alterazioni degli esami del sangue. Sono indispensabili per valutare lo stato generale del paziente e per pianificare una terapia


-ESAME CITOLOGICO può essere utile per valutare la maggior parte degli organi e dei tessuti ed è una metodica veloce ed economica. LE tecniche di campionamento possono essere diverse a seconda del tessuto da esaminare e a volte l’esame citologico potrebbe risultare non diagnostico in caso di prelievo non adeguato. Questo esame risulta anche fondamentale nella valutazione dei linfonodi.

-BIOPSIA fornisce un campione di tessuto per l’esame istopatologico e da una diagnosi definitiva.
Risulta di importanza fondamentale soprattutto in quei tumori che non dovranno essere asportati perchè necessitano di trattamenti diversi come radioterapia o chemioterapia e su cui quindi non verrà fatto un esame istologico


E' importante ricordare che senza una diagnosi non è possibile la corretta terapia e che l'oncologia sta facendo anche in campo veterinario passi da gigante per cui molti tumori possono essere curati o comunque si può garantire al proprio animale una buona qualità di vita per lungo tempo.

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martedì 14 marzo 2017

Il Comportamento della Cavia

La cavia è un animaletto noto per la sua docilità e dolcezza, ma scopriamo qualcosa in più sul comportamento di questo amato pet!!!

Innanzitutto la cavia è un animale sociale, ossia ama stare in gruppo, in compagnia. In natura verrebbero formati dei gruppi costituiti da un maschio dominante e da un harem di femmine con i loro piccoli. I soggetti svolgono insieme ogni attività stando sempre vicini. Essendo animali preda, infatti, trovano beneficio nello stare in gruppo per poter individuare più facilmente la presenza di un eventuale predatore. Essendo molto socievoli hanno bisogno sempre di compagnia, soprattutto dei loro simili: sarebbe meglio tenere le cavie in cattività in piccoli gruppi, di 2 o 3 animaletti.

Comportamento cavia - 1

La cavia è un animale molto abitudinario. Cambiamenti nella vita di questo roditore possono determinare stress più o meno forti.

La cavia è un animale particolarmente pulito. Dedica molto tempo, infatti, alla propria “igiene personale” leccandosi il mantello e pulendosi il muso. Queste attività spesso sono anche indice di buona salute.

La cavia in natura sarebbe un animale preda, motivo per cui ha un carattere molto timido ed attento ed è sempre pronta alla fuga in caso di sospetto pericolo. Un altro comportamento possibile in caso di paura è il cosiddetto “freezing”, ossia “congelamento”, l’immobilizzazione completa anche per alcuni minuti. In ambiente domestico le cavie necessitano di un ambiente tranquillo e di modi delicati e gentili. Sono molto docili se trattate con amore.

Comportamento cavia - 2

Le cavia è un animale molto comunicativo sia tramite atteggiamenti del corpo che tramite suoni. Ciò si osserva maggiormente quando convivono più cavie.

Le giovani cavie possono avere un atteggiamento particolare ossia quando sono contente, eccitate o spaventate eseguono rapidi salti verticali in aria sgroppando (“popcorning”).

Quando due cavie si toccano la punta del muso lo fanno per riconoscersi e salutarsi.

Può capitare che la cavia dia spinte decise con la testa: se lo fa con noi può significare necessità di attenzioni oppure di essere lasciata in pace a seconda della situazione; se lo fa con i suoi simili può essere un segno di dominanza od un invito al gioco.

Un segno di allerta delle cavie è rappresentato dal tendersi in avanti con la testa, immobile e pronta a fuggire.

Si possono osservare anche comportamenti meno carini, come i segnali di dominanza o di minaccia che possono avvenire tra maschi interi soprattutto: irrigidirsi sulle zampe, sbattere i denti, emettere sibili, rizzare il pelo del dorso, mostrare i testicoli, montarsi a vicenda.

Le cavie comunicano molto anche con i suoni, emettendo dei vocalizzi simili a squittii con significati precisi. Degli esempi sono: squittio acuto ripetuto più volte per contentezza o per salutare o come richiesta di cibo; grido acuto di allarme quando sono spaventate o vogliono segnalare un pericolo; suono basso emesso dalla madre per confortare i piccoli; “purring”, suono simile a fusa per contentezza od interesse verso qualcosa; “chirping”, suono simile ad un cinguettio forse in occasione di cambiamenti.

 

 

 

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martedì 7 marzo 2017

Embolo Fibrocartilagineo nel Cane: una Causa di Paralisi Acuta

La principale causa di infarto del midollo spinale nel cane è l’embolia fibrocartilaginea (FCE), patologia ad insorgenza acuta caratterizzata da ischemia di un settore della vascolarizzazione del midollo spinale.

L’infarto acuto e la necrosi ischemica possono insorgere come conseguenza della localizzazione di un embolo, che può avere origini diverse (trombo, metastasi tumorale, embolo settico ed embolo fibrocartilagineo), nelle piccolissime arterie e vene che si distribuiscono al parenchima del midollo spinale. Questo fenomeno, sempre acutissimo e non progressivo, può colpire qualsiasi distretto del midollo spinale ed esitare in paresi o paralisi acuta.

Nella maggior parte dei casi il materiale fibrocartilagineo che costituisce l’embolo sembra avere origine dal nucleo polposo del disco intervertebrale.

embolia-fibrocartilaginea-cane

La causa di questa patologia è ancora sconosciuta, e vi è disaccordo fra vari Autori su come questo materiale possa raggiungere i vasi sanguigni del midollo spinale.

L’embolia fibrocartilaginea è maggiormente frequente nei cani appartenenti a razze di media o grossa taglia, ma è stata descritta anche in cani di piccole dimensioni, soprattutto Schnauzer nano, ed in qualche gatto. La maggior parte dei cani colpiti è di media età, generalmente fra i 3 ed i 7 anni; non esiste predisposizione di sesso.

L’insorgenza dei segni neurologici è estremamente improvvisa, spesso si ha un notevole aggravamento nelle prime 2-6 ore dalla comparsa dei segni clinici. Nella metà dei casi l’embolo insorge immediatamente dopo un trauma di lieve entità oppure durante l’esercizio fisico.

L’esame neurologico consente di localizzare una lesione focale al midollo spinale.

I deficit osservati dipendono dalla regione midollare colpita e dalla gravità del coinvolgimento delle strutture nervose: la disfunzione neurologica può essere quindi lieve o grave.

E’ comune la presenza di lesioni asimmetriche, con il lato destro o sinistro colpiti in misura differente. Al momento dell’insorgenza dei segni clinici gli animali si lamentano come se provassero dolore, che tende però a scomparire nell’arco di 2-6 ore. Per questo motivo nella maggior parte dei casi il paziente non manifesta dolore nel corso della visita neurologica, neppure in seguito alla manipolazione della colonna vertebrale.

L’embolo fibrocartilagineo viene sospettato sulla base della visita clinica; per poter effettuare una diagnosi corretta è però necessario escludere la presenza di altre patologie che coinvolgono il midollo spinale come le ernie discali, i traumi, le discospondiliti.

cane-embolo-fibrocartilagineo

La diagnosi può essere formulata soltanto per esclusione delle patologie midollari acute di tipo compressivo ed infiammatorio. Per poter emettere il sospetto diagnostico di embolia fibrocartilaginea occorre quindi eseguire un iter diagnostico che comprenda radiografie della colonna vertebrale seguite da Risonanza Magnetica, a volte associata a prelievo di liquido cefalorachidiano.

La prognosi relativa alla guarigione è migliore in caso di presenza di dolore profondo, aumento del tono muscolare degli arti colpiti e riflessi spinali aumentati rispetto ai casi in cui l’animale presenta riduzione del tono muscolare e dei riflessi spinali.

Il trattamento consiste nell’adozione di misure di sostegno aspecifiche e alle cure infermieristiche volte ad evitare le complicazioni legate alla mole dei soggetti colpiti (piaghe da decubito,infezioni vescicali, atrofia muscolare). La maggior parte dei miglioramenti clinici avviene spontaneamente entro 7-10 giorni dall’insorgenza della malattia, anche se possono essere necessarie 6-8 settimane per un completo recupero funzionale. Se non si osserva nessun progresso entro 21 giorni è improbabile che possa seguire un miglioramento.

L’ottenimento di una diagnosi corretta è fondamentale per poter gestire al meglio il caso: se per l’embolia fibrocartilaginea bisogna solo attendere la risoluzione della patologia, per altre malattie che provocano paralisi la tempestività d’azione è invece determinante.

Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello.


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martedì 28 febbraio 2017

Dolore persistente nel gatto

Nell’ultimo decennio la diagnosi di patologie accompagnate da dolore persistente nel gatto è aumentata, contestualmente ad un allungamento dell’aspettativa di vita dei nostri animali domestici. La gestione del dolore è oggi uno degli obbiettivi più importanti della professione veterinaria e, più in generale, di quella medica.


Il dolore non è soltanto un’esperienza sensoriale (spiacevole!) ma anche emozionale, associata ad un danno reale o potenziale. Ciascun individuo e animale ha una propria percezione e reazione ad un evento doloroso e nel caso dei nostri pets la gestione diviene ancora più complessa poiché questi non sono in grado di “descrivere” ciò che provano.  Diviene pertanto fondamentale imparare a “riconoscere” i segni di dolore soprattutto quello persistente.

A seconda della causa e dei meccanismi scatenanti, il dolore a lungo termine può essere classificato in tissutale (infiammatorio) e neuropatico (con interessamento nervoso): in realtà le due situazioni spesso si sovrappongono sebbene i processi biochimici cellulari alla base siano differenti. Tra le principali cause conosciute di dolore infiammatorio persistente si possono annoverare: lesioni ulcerative, gengivo-stomatiti, otiti e cheratiti croniche, osteoartrosi, patologie oncologiche somatiche, infiammazioni croniche dell’apparato urinario e gastro -enterico, pancreatite cronica e patologie oncologiche (sia primarie che metastatiche) a carico dei distretti viscerali. Per quanto riguarda il dolore neuropatico, invece,  patologie potenzialmente responsabili della sua insorgenza sono: traumi accidentali o chirurgici (determinanti lesioni nervose, intrappolamento di nervi in suture o tessuto cicatriziale, neuromi da amputazione), patologie del sistema nervoso periferico e centrale e patologie viscerali croniche (IBD, cistite interstiziale felina).


Il primo passo per una corretta gestione del dolore persistente è il riuscire a riconoscerlo,  il che diviene una vera sfida quando si ha a che fare con il gatto. La sua natura di predatore solitario, ossessivamente territoriale e intransigente verso le ingerenze esterne, lo predispongono a mascherare in maniera a dir poco “magistrale” e impareggiabile la sensazione di dolore. E’ oggi unanimemente riconosciuto che la diagnosi di dolore si basi fondamentalmente sull’osservazione del comportamento del paziente felino piuttosto che su dati medici oggettivi: da ciò si evince l’importanza capitale di una stretta collaborazione veterinario-proprietario per rivelare la presenza di dolore. Un gatto che cambia le proprie abitudini motorie, l’atteggiamento con cui interagisce con i conspecifici e/o con l’uomo, che manifesti vocalizzazioni diverse dalla norma o qualsiasi atteggiamento indesiderato o inatteso, ad esempio eliminazioni inappropriate, ci sta sottilmente avvertendo che con elevata probabilità prova dolore.



Il secondo e altrettanto importante passo per una corretta gestione del dolore a lungo termine è quello di determinarne la causa e i meccanismi molecolari responsabili per poter scegliere la terapia farmacologica più adatta al singolo caso (approccio orientato al meccanismo).  Esistono infatti numerose classi di farmaci potenzialmente utili nel trattamento del dolore persistente ed è importante conoscerne la farmacocinetica, l’efficacia, la tollerabilità, partendo dal presupposto che dovranno essere somministrati a lungo termine. I principali sono: farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS)(elettivi nella gestione del dolore infiammatorio cronico) , gli oppioidi  (maggiormente usati nel dolore acuto o nelle terapie palliative avendo breve durata d’azione), il gabapentin e pregabalin (anticonvulsivanti ad azione anche analgesica, indicati per il dolore neuropatico), l’amantidina (antagonista dei recettori NMDA, utilizzabile in associazione ad altri farmaci), antidepressivi triciclici (TCA) e inibitori della ricaptazione della serotonina (farmaci largamente utilizzati nelle terapie comportamentali , ma utili anche in corso di gestione di dolore neuropatico). La palmitoiletanolamide (PEA) non è un farmaco in senso stretto, ma un lipide naturale che grazie alla sua attività stabilizzante nei confronti di mastociti e microglia sembra essere efficace nel controllo dei processi neuro-infiammatori condivisi sia dal dolore infiammatorio che neuropatico.


Nella gestione del dolore persistente non va infine dimenticato che esistono terapie coadiuvanti la farmacologica quali: laser terapia, omeopatia, riabilitazione motoria e agopuntura.


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martedì 21 febbraio 2017

Displasia dell’anca: cura omeopatica

La displasia dell’anca nel cane è una patologia molto diffusa e si manifesta con aspetti clinici variabili.

Questa patologia non è solo determinata da malformazioni congenite della testa del femore o della cavità dell’acetabolo dell’anca, ma anche, e soprattutto, dalla lassità articolare delle strutture legamentose preposte alla contenzione dell’articolazione: la capsula articolare ed il legamento della testa del femore. Spesso la deformazione dei capi articolari dell’articolazione dell’anca è secondaria a ripetute lussazioni e sub-lussazioni della testa femorale che possono determinare un completo rimodellamento di quest’ultima e del collo del femore.

La displasia dell’anca con il tempo porta ad artrosi dell’articolazione, cioè a lesioni strutturali degenerative non infiammatorie della cartilagine articolare, dell’osso adiacente e della capsula articolare.

Il moderno approccio all'artrosi causata dalla displasia dell'anca è multimodale: spesso si ricorre a terapia farmacologica antinfiammatoria associata, a seconda dei casi, a laserterapia, fisioterapia o, in caso di mancato miglioramento, alla chirurgia. Alcuni soggetti non possono però essere sottoposti ad anestesia e ad interventi chirurgici perché pazienti critici o anziani.

La Clinica Borgarello, attenta alle nuove necessità dei propri pazienti, ha incoraggiato la Dott.ssa Ferrari ad intraprendere un percorso di Medicina Omeopatica Veterinaria, focalizzando l'attenzione sul trattamento dell’artrosi.

La terapia omeopatica è particolarmente utile nei pazienti per i quali sia controindicato l’utilizzo di antinfiammatori convenzionali, con disordini della coagulazione o che non possono assumere farmaci antinfiammatori di sintesi.

I farmaci antinfiammatori non steroidei ( FANS ) possono infatti essere molto efficaci per il loro effetto analgesico e consentono di anticipare l’inizio della riabilitazione delle lesioni muscolo-scheletriche, ma sono frequentemente accompagnati da numerosi effetti collaterali che non devono essere trascurati nella gestione sanitaria del paziente.

Nonostante i FANS siano comunemente utilizzati nel trattamento delle lesioni acute dei tessuti molli, ad oggi la loro efficacia è controversa: secondo alcuni Autori i benefici a breve termine dei FANS sono controbilanciati da una compromissione a lungo termine della struttura e delle funzioni dei tessuti lesi.

Questi studi hanno mostrato che la somministrazione di FANS non selettivi o selettivi per COX-2 possono danneggiare o ritardare la guarigione delle lesioni ossee e ridurre l’integrità meccanica dell’osso guarito.

Anche per i farmaci corticosteroidei (cortisone) sono riportati in letteratura numerosi esempi di effetti collaterali secondari soprattutto al loro uso protratto.

homeopathy

L’obiettivo dell’Omeopatia non è solo quello di trattare il sintomo o la patologia, ma di curare l’animale nella sua complessità, composta dalle interazioni tra la malattia, il rapporto con il proprietario e l’ambiente in cui vive.

La terapia omeopatica agisce per ricostituire la situazione fisiologica normale dell’articolazione malata mediante la stimolazione dei processi anabolici e la contemporanea inibizione dei processi catabolici, in grado di promuovere e accelerare i processi riparativi e di guarigione.

La terapia omeopatica prevede l’uso di medicinali antinfiammatori che agiscono con meccanismi d’azione differente e rivoluzionari rispetto agli antinfiammatori convenzionali.

Il medicinale omeopatico antinfiammatorio agisce modulando il processo infiammatorio per mezzo della down-regulation delle citochine pro infiammatorie e della up-regulation delle citochine antinfiammatorie, riducendo i segni dell’infiammazione e accelerando la guarigione delle lesioni.

Non si osservano effetti secondari di natura sistemica, come ad esempio a livello dell’apparato gastrointestinale, cosa che nel trattamento prolungato con farmaci antinfiammatori si possono riscontrare.

La terapia omeopatica, quando corretta, è efficace a qualunque età, ma non è assolutamente possibile ricorrere al "fai da te"; la terapia deve infatti essere studiata appositamente per il paziente in questione.

Una cura omeopatica corretta in un paziente con buona capacità reattiva ed in assenza di concomitanti patologie generali gravissime, può ottenere in poco tempo un buon recupero funzionale del soggetto, indipendentemente dal grado di displasia, taglia ed età, rispettandone l’integrità ed evitandogli sofferenze.

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martedì 14 febbraio 2017

Arriva un cucciolo in casa, come comportarsi?



L’arrivo di un cucciolo in famiglia è sempre un grande evento, ma quali sono le regole per una corretta gestione e gli errori da non commettere?
Scopriamoli insieme !
  • Come comportarsi il giorno dell’adozione del cucciolo?
Per prima cosa è possibile applicare in casa diffusori di feromoni di sintesi collegati alla presa elettrica qualche ora prima dell’arrivo del cane . I feromoni sono sostanze chimiche rilasciate a scopo comunicativo nel cane e che questo caso avranno il fine di calmare e rassicurare il cucciolo.
cane-cuccia
Per la prima notte è necessario preparare una cuccia accogliente e posizionarla nella camera del proprietario in modo che il cucciolo riesca a riposare tranquillamente e che il proprietario possa rincuorarlo se dovesse piangere o trovarsi in difficoltà.

  • Come gestire il comportamento eliminatorio nel modo corretto?
Nelle prime settimane il cucciolo dovrà imparare ad urinare e defecare nel luogo designato dal proprietario. La metodologia di insegnamento non dovrà avvalersi di punizioni ma sarà basata sul rinforzo positivo. Per prima cosa bisogna designare un luogo per le deiezione che potrà essere il giardino,un giornale o una traversina. Dopodiche bisognerà accompagnare il cucciolo frequentemente in questo luogo e soprattutto in alcuni momenti della giornata come ad esempio dopo il pasto,dopo il sonnellino,dopo il gioco. Infatti questi sono i momenti in cui il cucciolo avrà più necessità di sporcare e quindi potremo utilizzarli per insegnargli il comportamento corretto da seguire. Ogni volta che il cucciolo sporcherà nel luogo designato dovrà essere premiato e gratificato.

  • Come gestire i comportamenti desiderati e quelli indesiderati?
Ogni volta che il cucciolo mette in atto un comportamento desiderato (ad esempio sporca sulla traversina,in giardino o per strada) dovrà essere premiato e gratificato.
Spesso i cuccioli “ rubano “ o mordicchiano oggetti in casa,in questi casi non bisognerebbe sottrarre l’oggetto in questione o sgridare il cane ma proporre uno scambio con un suo giocattolo o un bocconcino a lui gradito. L’atteggiamento corretto da adottare è quello di proporre un’alternativa gradevole in modo da favorire questo agli altri oggetti di casa o dei nostri calzini.
cane-calzino
  • Come favorire la socializzazione e la costruzione di un buon bagaglio di esperienze?
Nei primi mesi di vita è essenziale che il cane abbia la possibilità di socializzare correttamente con diverse specie animali( cani,gatti,uomini,) e di costruirsi un bagaglio di esperienza adeguato al fine di diventare un adulto equilibrato e in grado di risolvere i problemi che incontrerà nel corso della sua vita.
Per favorire la conoscenza del mondo che lo circonda è importante portare il cucciolo in città per imparare a riconoscere i rumori e favorire il contatto controllato con uomini donne e bambini. Inoltre bisogna permettere al cucciolo di giocare in libertà con i suoi conspecifici (cuccioli e adulti sia maschi che femmine) selezionando soggetti disponibili,non aggressivi e molto pazienti. Il gioco libero tra cuccioli dovrebbe sempre essere supervisionato da un cane adulto moderatore o dal proprietario per evitare che i cuccioli “esagerino”. Anche il contatto con altre specie animali dovrebbe essere favorito in questo periodo della vita del cane ( ad esempio con gatti molto tranquilli).
Appena possibile bisognerebbe portare il cucciolo a fare passeggiate per scoprire luoghi e situazioni diverse tra loro.

  • Cos'è una Puppy Class e perchè è importante parteciparvi?
puppy-class
La “Puppy Class” è paragonabile ad un asilo per cuccioli, un luogo dove questi possono apprendere, in un clima sereno e gioioso, i primi rudimenti della convivenza, del gioco e dell’ubbidienza. Un luogo in cui i proprietari possono acquisire semplici strumenti per educare il proprio amico a quattro zampe, divertendosi e garantendo un sereno equilibrio nella famiglia e, conseguentemente, nella società in cui entrambi vivono, condividendone le dinamiche.
Il principale scopo di questa scuola è guidare il cucciolo nella fase critica della socializzazione dopo il distacco dalla madre.


Per maggiori informazioni o per iscriverti alla puppy Class visita il nostro sito http://www.puppyschool.it/2011/08/la-puppy-class.html , oppure contatta la Clinica Veterinaria Borgarello al numero 0116471100 oppure via mail all’indirizzo info@clinicaborgarello.it .
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martedì 7 febbraio 2017

Epilessia Metabolica nel Cane e nel Gatto

La diagnosi di epilessia nel cane e nel gatto è un argomento piuttosto complesso ed appassionante; ne abbiamo già parlato negli articoli epilessia nel cane, epilessia nel cane, il vademecum, epilessia nel cane FAC, crisi a grappolo, ma torniamo ad occuparcene per approfondire l’iter diagnostico da seguire.

L’epilessia è una sindrome neurologica caratterizzata da crisi epilettiche o convulsive provocate da un’attività elettrica anomala della corteccia cerebrale. Durante tale evento il cane o il gatto perde coscienza e cade a terra in preda a movimenti di tipo tonico-clonico o di pedalamento delle zampe, con perdita di urina, feci e profusa salivazione. Tale tipologia di crisi si diversifica dalle crisi convulsive parziali, in cui solo una parte del corpo (es. parte del volto o una zampa) viene interessata da movimenti autonomi ed irregolari, con o senza alterazione della coscienza.

Di fronte ad un animale che viene riferito per una “crisi” l’iter diagnostico è parecchio articolato: in prima battuta bisogna valutare se l’episodio sia ascrivibile ad una crisi epilettica o ad una sincope (svenimento), e poi se la crisi sia da riferire ad una epilessia idiopatica oppure sia da interpretarsi come un segno di altre malattie intracraniche o extracraniche.

Ogni paziente con crisi epilettiche dovrebbe quindi essere sottoposto ad un’accurata visita clinica, ad una valutazione neurologica e ad esami del sangue e delle urine.

Sulla base dei risultati ottenuti si valuta come procedere: possono essere necessarie radiografie, ecografie o indagini di diagnostica avanzata come la Risonanza Magnetica.

diagnosi-epilessia-metabolica

Solo nel caso in cui tutti gli esami dovessero essere nella norma si può concludere per esclusione che il paziente è affetto da epilessia primaria (o idiopatica).

Partiamo quindi dall’inizio: ci troviamo di fronte ad un animale affetto da epilessia idiopatica oppure ci sono segni di altre malattie intracraniche o extracraniche?

In questo articolo tratteremo le principali cause “metaboliche”, quindi extracraniche (in quanto la loro causa è esterna al cervello), di crisi convulsive.

Molte malattie metaboliche possono provocare crisi epilettiche poiché causano una perturbazione nel funzionamento dei neuroni corticali.

In questa categoria rientrano anche le crisi convulsive legate all’ingestione di sostanze tossiche quali metaldeide (lumachina), organofosfati (insetticidi, erbicidi e gas nervini), stricnina (oggi vietata). Le sostanze tossiche provocano però generalmente uno stato epilettico, cioè crisi convulsive lunghe e ripetute che possono mettere a rischio la vita dell’animale.

Le alterazioni del metabolismo più frequentemente associate alle crisi epilettiche sono l’ipoglicemia, l’ipocalcemia e l’encefalopatia epatica.

Si definisce ipoglicemia una concentrazione di glucosio nel sangue inferiore a 60mg/dl. Le cause dell’ipoglicemia sono numerose, fra cui le principali: tumori pancreatici (insulinoma in primis), errori nella terapia insulinica in pazienti diabetici, infezioni sistemiche con sepsi, digiuno prolungato.

I segni clinici dell’ipoglicemia si manifestano solitamente quando la glicemia è inferiore a 45mg/dl. Le cellule nervose non hanno riserve di glucosio, quindi sono le prime ad andare in sofferenza in caso di carenza, con conseguenti convulsioni, debolezza, collasso, atassia (andatura ondeggiante).

epilessia-diagnosi

L’ipocalcemia è provocata da numerose situazioni patologiche come l’ipoparatiroidismo, l’eclampsia puerperale (un’aumentata perdita di calcio legata all’allattamento), l’insufficienza renale e la pancreatite. La sintomatologia è caratterizzata da crampi e rigidità muscolare, irrequietezza, aggressività e nervosismo. In caso di ipocalcemia grave possono insorgere vere e proprie crisi epilettiche.

L’encefalopatia epatica è una sindrome neurologica legata all’incapacità del fegato di detossificare il sangue proveniente dall’apparato gastroenterico a causa della presenza di un’alterazione vascolare chiamata shunt portosistemico. La conseguenza di questa anomalia vascolare è una sorta di “auto-intossicazione” che provoca sintomi neurologici di gravità variabile.

E’ proprio dalla necessità di escludere le malattie metaboliche sopraelencate (ma anche molte altre), che richiedono un piano terapeutico specifico e completamente differente rispetto a quello utilizzato per l’epilessia idiopatica, che nasce la necessità di effettuare un iter diagnostico completo e corretto prima di iniziare la terapia per l’epilessia.

La terapia per l’epilessia idiopatica accompagnerà il nostro amico a quattro zampe ed il suo proprietario per tutta la vita; la sua impostazione deve quindi essere meticolosa per evitare di incappare in complicazioni evitabili in modo banale.

Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello.


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martedì 31 gennaio 2017

Le estrazioni dentali nel cane e nel gatto

Le estrazioni dentali sono un atto chirurgico vero e proprio, al quale spesso bisogna ricorrere per risolvere alcune patologie della bocca. Con il termine estrazione si intende la perdita irreversibile del dente. Esistono anche altre tecniche conservative per salvare il dente, ovviamente da valutare in ogni singolo caso, che però comportano una serie di cure pre e post-operatorie e domiciliari che solitamente i nostri animali domestici accettano con difficoltà e che non tutti i proprietari sono disposti a praticare.

Il paziente va preparato alla procedura come per un normale intervento chirurgico, eseguendo una visita anestesiologica pre-operatoria e degli esami del sangue per stabilire lo stato di salute, oltre a tutti gli esami diagnostici che si riterranno necessari per sottoporlo all'anestesia generale in sicurezza.

 denti cane

Per ciascun paziente sarà stabilito l’iter anestesiologico più idoneo al caso. L’anestesia generale prevede comunque l‘incannulamento di una vena periferica e l’intubazione dell’animale per garantire la pervietà delle vie aeree e un buon monitoraggio. Verrà anche somministrato per via endovenosa un antibiotico.

Prima di procedere alle estrazioni dentali, può essere necessario eseguire alcune radiografie, inoltre si disinfetterà la bocca con clorexidina in soluzione acquosa e si provvederà a detartrasi accurata di tutti gli elementi dentali per poter poi lavorare su un campo il più possibile pulito.

Le tecniche estrattive possono essere suddivise in non chirurgiche e chirurgiche; le prime per i denti da latte e quelli permanenti con una sola radice) prevedono la lussazione del legamento parodontale e l’estrazione del dente, senza ricorrere a tecniche più complesse di alveolotomia, di divisione della corona in più parti, ecc., mentre le estrazioni chirurgiche richiedono un iter più particolare.

Le estrazioni chirurgiche partono infatti dalla formazione di un lembo mucogengivale per rendere visibile la porzione di osso da asportare (alveolotomia), necessaria per visualizzare, mobilizzare ed estrarre completamente le radici, senza provocarne la frattura. Le radici del dente (nei denti pluriradicati) vanno separate tra di loro con frese. A questo punto si può estrarre interamente il dente. Seguirà poi l’alveoloplastica, con cui si modellano i contorni dell’osso alveolare che conteneva il dente eliminando le zone appuntite e si rimuovono infine i detriti.

Alla fine si procede a sutura della gengiva con filo non riassorbibile, che può essere completa oppure parziale nei casi in cui si riscontra infezione parodontale o dell’apice dentale.

Verrà disinfettata ulteriormente l’area trattata e se necessario si eseguiranno delle radiografie postoperatorie di controllo.

Alcuni denti o patologie richiedono tecniche di estrazione peculiari e particolare accortezza. Per esempio l'estrazione dei denti decidui, dei canini, dei denti con anchilosi e l'estrazione delle radici, dei denti pluriradicati.

pinza estrazione

L'estrazione dei denti con più radici (ad esempio l'estrazione del I° molare inferiore e del I° molare superiore) è impossibile senza che la corona sia stata suddivisa in tante parti quante sono le radici. Tale suddivisione deve essere praticata con delle frese montate su turbina. Una volta praticate le divisioni necessarie, si procede alla lussazione della varie porzioni con elevatori dentali fino ad ottenere una buona mobilizzazione di tutti i frammenti dentali per poterli estrarre agevolmente.

Le patologie più frequenti che portano ad eseguire le estrazioni dentali sono:

- Malocclusioni: quelle che provocano danni ai tessuti molli (palato, gengiva e labbra) possono essere risolte estraendo i denti che creano il problema, qualora non possano essere intraprese correzioni ortodontiche efficaci.

- Denti in soprannumero e denti da latte persistenti che causano sovraffollamento, favorendo l’apposizione di placca e tartaro, difetti di chiusura (malocclusioni).

- Malattia parodontale: si tratta, probabilmente, della malattia più frequente nel cane e anche ben rappresentata nel gatto. Questa condizione patologica porta a mobilità dentale e l’estrazione dei denti colpiti si rende necessaria negli stadi avanzati della malattia, oppure quando il proprietario non riesce a praticare l’igiene orale quotidiana al proprio animale.

- Stomatite cronica felina: questa patologia, quando la terapia medica e le misure d’igiene orale rigorose non hanno successo, può essere controllata con l’estrazione di tutti i denti, risparmiando se possibile i canini.

- FORL nel gatto: quando la FORL è oltre il I° stadio bisogna prendere in considerazione l’estrazione dei denti coinvolti.

- Stomatiti croniche nel cane: tutti i cani possono presentare gravi fenomeni di infiammazione dei tessuti molli della bocca legati alla presenza della placca dentale. Anche in questo caso, se la patologia non è controllabile con misure mediche associate a igiene orale rigorosa, è consigliabile l’estrazione dentale dei denti coinvolti.

- Fratture della corona del dente che coinvolgono la radice creando tasche parodontali con infezione: è necessario valutare se la tasca che si verrà a creare sarà gestibile con la sola igiene orale domiciliare altrimenti è meglio optare per l’estrazione del dente.

- Fratture della radice: bisogna valutare a che altezza è colpita la radice; le fratture del terzo mediale e del terzo coronale della radice generalmente impongono l’estrazione o, in alternativa, la terapia canalare della radice che viene lasciata in sede. Quando invece la frattura interessa il terzo apicale della radice l’estrazione non è sempre necessaria.

- Carie: si tratta di una patologia poco frequente nel cane e inesistente nel gatto; quando non è possibile un trattamento conservativo, bisogna considerare l'estrazione dei denti cariati.

Alcune estrazioni possono essere complicate dalla disposizione dei denti; le radici possono essere anomale (curve, soprannumerarie o anchilotiche, cioè fuse all'osso), ecc. . Queste situazioni particolari devono essere preventivamente valutate con uno studio radiografico della bocca prima di procedere alla chirurgia. Altre complicanze sono la frattura della corona e della radice del dente da estrarre ed emorragie di difficile gestione. La procedura di estrazione deve essere comunque effettuata da un veterinario esperto in dentistica per ridurre le complicanze.

La gestione postoperatoria degli animali che hanno subito estrazioni dentali è da comparare a quella prevista per tutti i pazienti chirurgici: è necessario mantenerli in un ambiente caldo e confortevole, somministrare antidolorifici adeguati alle manovre chirurgiche eseguite e favorire al più presto la ripresa dell'alimentazione spontanea. Se necessario saranno somministrati antibiotici e antinfiammatori.

A casa poi i proprietari dovranno eseguire le cure di igiene dentale quotidiane prescritte dal veterinario dentista alle dimissioni. Verranno inoltre stabiliti dei controlli post-operatori, in cui verranno eventualmente rimossi i punti di sutura.

 

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