martedì 15 maggio 2018

La Malattia Valvolare Mitralica Cronica

La malattia valvolare mitralica cronica, conseguente a degenerazione mixomatosa, è una delle patologie cardiovascolari più frequenti nella pratica clinica, il cui esito, se non adeguatamente controllata, è l’insufficienza cardiaca congestizia.

Questa patologia si presenta con maggiore frequenza in alcune razze di piccola taglia e in età avanzata, come ad esempio il Cavalier King Charles , per il quale è riportata una prevalenza del 100% negli animali di età superiore a 10 anni, o il Bassotto , ma può interessare soggetti di taglia diversa.

malattia valvolare mitralica cronica

L’importanza del monitoraggio del paziente con insufficienza mitralica prima che avvenga lo scompenso e compaia la sintomatologia, attraverso diversi marker che attualmente vengono impiegati per comprendere la progressione della malattia: tra questi il VHS , la frequenza cardiaca valutata nei 5 minuti, il rapporto tra vena e arteria polmonare destra, l’ampiezza dell’onda E e il suo rapporto con l’ampiezza dell’onda A, nonché il BNP.

Fondamentale è la comprensione da parte del proprietario nel mettere sotto terapia un cane con cardiomegalia anche se apparentemente asintomatico, e dall’osservazione a casa di alcuni segnali ( ad esempio sforzo fisico, la respirazione durante il sonno e l’appetito) che possono essere indicativi della progressione della malattia, ma che spesso il proprietario stesso tende a sottovalutare .

Importante anche l’utilizzo di una dieta alimentare adeguata povera di sodio e l’utilizzo di integratori per il muscolo cardiaco ( omega 3 ).

Il trattamento dietetico è una parte fondamentale della terapia. Lo scopo principale di una dieta per cani con insufficienza cardiaca è quello di ridurre il lavoro del cuore, andando però a coprire le esigenze nutritive dell’animale.

Per fare ciò dobbiamo:

  • ridurre il carico di lavoro dei reni, diminuendo i cataboliti delle proteine

  • assicurare un apporto calorico adeguato per prevenire fenomeni di obesità

  • fare in modo di apportare poco sodio nella dieta, per evitare fenomeni di accumulo; al tempo stesso però è necessario fornire una dieta con pH acido per favorire l’escrezione di sodio

  • integrare con vitamine del gruppo B, che vanno perse durante diuresi

  • prevenire il deficit di potassio, che può essere causato dalla somministrazione di diuretici

  • ridurre lo stress metabolico del fegato, riducendo la gluconeogenesi

Il principale obbiettivo da perseguire è la limitazione del sodio. Infatti studi sperimentali hanno evidenziato una stretta correlazione tra una ridotta escrezione di sodio a livello renale e l’instaurarsi di patologie cardiache.

Il passaggio tra una dieta con un apporto di sodio normale o eccessivo ad una dieta con apporto di sodio limitato deve essere fatta per gradi, dando così la possibilità all’animale di abituarsi. Con la limitazione del sodio nei soggetti che hanno già manifestato sintomatologia edematosa ed ascitica, si ha un miglioramento pronto, perché viene a cessare la ritenzione di sodio e di acqua, che vengono così escreti dai reni. Infatti l’acqua segue il percorso del sodio sia dentro che fuori dall’organismo. La limitazione del sodio è però controindicata negli animali disidratati, debilitati, cachettici, con diarrea cronica e femmine in gravidanza.

Mentre si pratica una dieta iposodica si deve fare molta attenzione che altri elettroliti come calcio e soprattutto il potassio siano presenti nella dieta in quantità adeguate, per poter garantire una omeostasi corretta.

Le proteine somministrate ad animali con problemi cardiaci devono essere di elevata qualità e di estrema digeribilità, in poche parole di elevato valore biologico, in maniera che il fegato possa produrre poche scorie azotate e i reni possano lavorare in maniera “leggera”.  E’ quindi necessaria la somministrazione di alimenti altamente digeribili suddivisi in piccole quote

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martedì 8 maggio 2018

La prevenzione da filaria e leishmania nel cane

La stagione calda e propensa alla trasmissione di malattie tramite vettore è ufficialmente iniziata, bisogna fare molta attenzione alla prevenzione: oggi parliamo di come prevenire il contagio dalla Leishmaniosi e Filariosi.

La Leishmaniosi e la Filariosi sono due gravi malattie parassitarie che possono colpire sia l’uomo che gli animali, infatti sono considerate zoonosi. Sebbene differiscano molto nel ciclo di trasmissione e nelle sintomatologia clinica, sono spesso confuse tra loro perché entrambe vengono trasmesse dalle zanzare.

LEISHMANIOSI

Per quanto riguarda la Leishmaniosi, il vettore è il Flebotomo o pappatacio (Phlebotomus papatasi, un tipo di zanzara) che attraverso la puntura e quindi un pasto di sangue, trasmette il microrganismo (protozoo) nei mesi caldi primaverili-estivi. Queste zanzare hanno bisogno di un ambiente idoneo per sopravvivere e riprodursi: temperature superiori ai 14-15°C e gradiente di umidità elevato.

ciclo leishmania

Possiamo distinguere uno stadio flebotomico e uno stadio canino.

Il Cane costituisce l’ospite principale e il serbatoio d’infezione per l’Uomo.

Il flebotomo o pappatacio, deve consumare un pasto di sangue quindi pungere un cane (sano) per iniettare i promastigoti nella cute; questi vengono ingeriti dai macrofagi (cellule normalmente presenti nell’organismo del cane e dell’ uomo), all’ interno dei quali si trasformano in amastigoti che si moltiplicano poi nei vari tessuti.

A questo punto il pappatacio consuma un altro pasto di sangue ingerendo i macrofagi infetti (contenenti gli amastigoti).

All’interno dell’ intestino del flebotomo gli amastigoti si trasformano in promastigoti, i quali migrano verso la proboscide della zanzara per poi essere iniettati nella cute di un altro cane durante il pasto di sangue.

Questa malattia è molto rara nel Gatto. Non è possibile il contagio diretto da cane a uomo, da cane a cane e da uomo a uomo ma sempre solo attraverso la puntura del flebotomo.

La Leishmaniosi nel cane è ampiamente distribuita in tutto il centro-Sud Italia, nel bacino del mediterraneo e nelle isole, negli ultimi anni anche nel centro-Nord Italia.

E’ una malattia cronica nel cane con un periodo di incubazione di mesi o anni.

La sintomatologia è molto varia, subdola e con interessamento di molti organi (soprattutto reni) e apparati (tegumentario, articolare, oculari..).

Se non viene diagnosticata e trattata precocemente può essere fatale.

E’ fondamentale la diagnosi precoce della Leishmaniosi.

Nelle zone in cui è presente la malattia, anche qui ormai è ampiamente diffusa, si consiglia di effettuare con regolarità annuale un test su sangue al Cane per sapere se è entrato in contatto con il parassita oppure no.

Esistono in commercio molti prodotti repellenti contro le zanzare, da applicare sul vostro Cane, in forma di spot-on o collare. Lo scopo della prevenzione è di evitare che i flebotomi pungano il vostro Cane.

FILARIOSI

La Filariosi Cardiopolmonare è una malattia parassitaria sostenuta da un “verme” nematode (Dirofilaria Immitis) trasmesso al Cane e al Gatto tramite la puntura di alcune zanzare diurne (Aedes o Zanzara tigre) e notturne (Culex).

ciclo filaria

La zanzara durante un pasto di sangue su un animale infetto, assume le microfilarie (stadio L1).

Dopo circa 15 giorni la zanzara infetta trasmette le larve (stadio L2 ed L3) nel sangue del cane o del gatto Le microfilarie inoculate (stadio L3) dalle zanzare nel cane e nel gatto, evolvono in pochi mesi in parassiti adulti (stadio L4 ed L5) che si localizzano nel circolo sanguigno a livello del cuore destro e delle arterie polmonari. Qui i parassiti adulti si riproducono e liberano le microfilarie (stadio L1) nel sangue.

La presenza di queste filarie causa diversi problemi dovuti sia all’azione traumatica ed ostruttiva nei vasi, sia a risposte di tipo immunitario da parte dell’organismo. Il sintomo principale è l’insufficienza cardiaca con gravi conseguenze, anche fatali.

Questa malattia era presente quasi esclusivamente in tutte le regioni che affacciano nella Pianura Padana (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e anche Liguria).

Negli ultimi anni si sta osservando un numero crescente di casi anche nel centro-sud Italia (Umbria, Marche, Lazio, Sardegna e Puglia).

E’ importante e consigliabile eseguire un test su sangue al vostro Cane per escludere la presenza del parassita.

E’ altresi molto importante effettuare poi una specifica profilassi per prevenire il contagio della parassitosi tramite somministrazione di compresse masticabili una volta al mese a partire da aprile-maggio fino a novembre, oppure far eseguire dal vostro Veterinario di fiducia una iniezione all’anno.

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mercoledì 2 maggio 2018

Sindrome di Chiari e Siringomielia nel Cane

La malformazione di Chiari e la Siringomielia nel cane sono patologie piuttosto diffuse in alcune razze, anche se ancora decisamente sottodiagnosticate.

La Malformazione di Arnold-Chiari è stata ampiamente studiata e classificata in Medicina umana ed i dati sono stati estrapolati ed adattati alla Medicina Veterinaria per descrivere questa patologia, che è stata denominata “Chiari-like”. Nel cane, la Malformazione di Chiari è simile a quella tipo 1 dell’uomo, ed è caratterizzata da un’inadeguatezza della fossa cranica posteriore a contenere il cervelletto.

La malformazione di Chiari, nota anche come Sindrome da Malformazione Occipitale Caudale (COMS), e la Siringomielia spesso sono presenti contemporaneamente sullo stesso animale, anche se entrambe le malattie possono manifestarsi separatamente.

La malformazione di Chiari è una condizione nella quale una parte del cervelletto migra caudalmente, passando dalla scatola cranica in cui è normalmente contenuto verso il canale vertebrale attraverso l’apertura alla sua base, chiamata forame magno.

Chiari-cane

Per rendere più semplice il concetto: questa patologia si verifica quando lo spazio disponibile all’interno della scatola cranica è insufficiente rispetto al volume dell’encefalo.

Per Siringomielia si intende invece la presenza nel midollo spinale di una o più cavità neoformate ripiene di liquido cefalorachidiano di forma fusata, da cui il nome di siringo-mielia o “siringa”.

La siringomielia è provocata da alterazioni nel flusso del liquido cefalorachidiano, o liquor, un fluido normalmente presente in piccole quantità nel sistema dei ventricoli cerebrali e nel centro del midollo spinale, all’interno di uno spazio denominato canale centrale o canale ependimale.

Il liquor assolve importanti funzioni trofiche (di nutrimento), meccaniche e di omeostasi nel sistema nervoso centrale, e la sua produzione ed il suo riassorbimento sono continui e non possono essere interrotti. Qualora si verifichi un’ostruzione lungo il percorso che il liquor deve compiere, ne risulta un aumento della pressione ed un flusso turbolento con conseguente sofferenza dei neuroni nel tratto colpito, che si traduce in un accumulo di liquido cefalo-rachidiano all’interno del midollo spinale.

Nel cane la più comune causa predisponente alla formazione di una siringa è la Sindrome di Chiari, ma può essere associata anche a traumi, infiammazioni e neoplasie.

I cani di razza Cavalier King Charles Spaniel sono in assoluto i più colpiti dalla Malformazione di Chiari. Altre razze segnalate sono lo Yorkshire terrier, il Barbone nano/toy, il Maltese, il Volpino, il Pomerania, il Carlino, il Chiuhuahua, il Bichon Frisé, il Pinscher nano, il West Highland White Terrier, lo Shih Tzu, il Pechinese e il Bulldog francese.

La comparsa dei segni clinici può essere acuta o cronica e può verificarsi fra i 6 mesi ed i 10 anni di età, anche se l’insorgenza della sintomatologia avviene solitamente a 3-4 anni e può avere decorso lentamente progressivo negli anni successivi. Difficilmente si riscontrano segni clinici in individui sotto l’anno di età. Non è stata individuata una predisposizione di sesso.

Nei Cavalier King Charles Spaniel la Malformazione di Chiari e la siringomielia sono ereditarie, si ipotizza con trasmissione autosomica recessiva a penetranza incompleta.

Il sintomo principale della Malformazione di Chiari e della siringomelia è il dolore, generalmente localizzato alla regione cervicale. Il dolore è stato riportato come segno clinico nel 35% dei cani e nell’80% delle persone colpite; questo dato deve necessariamente farci riflettere sul fatto che probabilmente i cani affetti presentano dolore cronico, l’equivalente del nostro “mal di testa” o del formicolio agli arti, ma non lo comunicano come potrebbe fare una persona.

Il dolore cervicale, ma talvolta anche lombare, e il “grattamento” insistente, parossistico e “ad accessi”, a carico prevalentemente delle regioni di collo e spalla sono segni caratteristici della malattia, presenti nel 90% circa dei pazienti. Spesso il grattamento viene definito “fantasma”, poiché l’arto gratta l’aria senza contatto con la pelle. Questi sono i primi sintomi a comparire e, di fatto, rivelano una forma di parestesia, ovvero un’alterazione patologica della sensibilità che affligge le aree cutanee corrispondenti al tratto di midollo spinale colpito.

I segni del dolore neuropatico possono però essere molti altri: vocalizzazioni senza apparente motivo, o quando si toccano il collo o le spalle, lo sfregamento della faccia, il lambimento frequente delle zampe e l’intolleranza all’uso di collari o pettorine. Possono verificarsi anche sintomi più gravi come scoliosi, tetraparesi, deficit propriocettivi, alterazioni vestibolari e crisi convulsive.

L’unico esame che permette di riconoscere e diagnosticare la presenza di questa malformazione è la risonanza magnetica, che mostra con sensibilità e precisione la presenza delle alterazioni. Un esame collaterale particolarmente utile in alcuni pazienti è l’esame BAER (Brainstem Auditory Evoked Response). Questo esame permette di testare le capacità uditive del paziente e quindi di tutti i centri nervosi coinvolti in questo senso così importante e complesso. La sua utilità risiede nel fatto che i pazienti affetti da Chiari like e Siringomielia presentano di frequente patologie dell’orecchio medio ed interno, come otiti medie secretorie, che possono determinare anche alterazioni uditive.

siringomielia-cane

Nella maggior parte dei casi la terapia della Malformazione di Chiari e della Siringomielia è medica. La terapia da adottare deve tenere in considerazione l’età del paziente al momento in cui insorgono i sintomi clinici, la gravità di questi ultimi e il grado delle lesioni presenti; bisogna inoltre considerare lo stato clinico generale del paziente e l’eventuale presenza di altre malattie neurologiche o non neurologiche, per esempio patologie cardiache o respiratorie.

Generalmente la terapia comprende l’uso di numerosi principi attivi, prevalentemente analgesici e farmaci volti a ridurre la produzione di liquido cefalorachidiano.

Negli esseri umani il trattamento elettivo è chirurgico e prevede una procedura di decompressione del forame magno.

Il trattamento chirurgico è indicato per cani con dolore refrattario o nei casi peggioramento dei segni neurologici.

Si considera l’opzione chirurgica solo dopo un’adeguata valutazione delle condizioni cliniche, della risposta alla terapia medica e della possibilità di gestire correttamente il periodo di convalescenza post-operatoria.

Pazienti rapidamente progressivi e non responsivi al trattamento medico sono potenziali candidati alla terapia chirurgica.

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giovedì 26 aprile 2018

Il mastocitoma nel cane

Il mastocitoma nel cane è una neoplasia molto frequente (7-21% dei tumori cutanei). Le cellule che lo caratterizzano (mastociti) sono di grandi dimensioni, mononucleate e di forma tondeggiante, ovoidale o fusata. Essi sono normalmente presenti nel derma, nell’apparato respiratorio e digerente ed intervengono durante il processo infiammatorio dei tessuti rilasciando sostanze vasoattive.

Presentazione clinica.

mastocitoma nel cane

Nella maggior parte dei casi il proprietario nota, nel proprio animale, la comparsa di una massa cutanea o sottocutanea singola o multipla dalle dimensioni variabili. Le localizzazioni più comuni sono rappresentate dalla cute del tronco (50-60%), estremità degli arti (25-40%) e ragione testa-collo (10%). Lo scroto, perineo e coda sono localizzazioni meno frequenti. Esiste una predisposizione di razza: Boxer, Carlino, Boston terrier e Bulldog. La neoformazione può andare incontro a ulcerazione, eritema, prurito, perdita di pelo ed infiammazione. Nel cane sono considerati tumori maligni con alto potenziale di disseminazione a largo raggio. Il primo passo che il medico veterinario va a svolgere per iniziare un percorso diagnostico è il campionamento di alcune cellule della massa e il conseguente esame citologico.

Esame citologico.

Nella maggior parte dei casi (>90%) nel cane la diagnosi di mastocitoma è relativamente immediata. In genere i campioni citologici presentano elevata cellularità con frequente contaminazione di sangue periferico. L’aspetto è tipico: cellule tonde con numerosi granuli di color porpora, da piccoli a grossolani all’interno del citoplasma. Grazie a questa caratteristica il veterinario patologo è in grado di poter far diagnosi precoce e poter cosi procedere alla stadiazione della neoplasia. Il solo esame citologico fornisce dei primi indizi circa il grado del mastocitoma. Le caratteristiche da valutare attentamente sono la presenza o meno di mitosi (riproduzione cellulare), il numero di granuli presenti e la loro forma, la forma del nucleo e il rapporto tra nucleo e citoplasma. Più il tumore presenta caratteristiche peculiari del mastocitoma, più viene definito differenziato e meno infiltrante. Al contrario se manifesta caratteristiche aspecifiche è considerato più aggressivo. Tuttavia sarà sempre l’esame istologico a confermare o smentire la valutazione del veterinario citologo.

Percorso diagnostico e stadiazione.

L’iter che il medico veterinario segue è in primis una valutazione clinica complessiva del cane per verificare se la massa è singola o multipla, secondariamente andrà a campionare la neoformazione per l’esame citologico e qualora lo ritenesse opportuno i linfonodi tributari della zona. Successivamente seguirà un esame ecografico addominale con particolar attenzione alla milza e al fegato (sedi più frequenti di metastasi) e infine asportazione della lesione con conseguente esame istologico.

Istologicamente il mastocitoma cutaneo del cane viene così classificato:

Grado 1: ben differenziati, generalmente ben definiti, superficiali e con un basso indice di mitosi.

Grado 2: moderatamente differenziati, non molto circoscritti, lieve o moderata infiltrazione del tessuto dermico più profondo.

Grado 3: poco differenziati, poco circoscritti, profonda infiltrazione del sottocute e indice mitotico alto.

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martedì 17 aprile 2018

Forasacco Bronchiale nel Cane

Attenzione ai forasacchi!!!
E’ arrivata la primavera, pertanto è arrivato il momento di fare attenzione ai cosiddetti forasacchi.
Per forasacco si intende piccola spiga e nello specifico equivale all’arista di graminacea. Queste piccole spighe si trovano principalmente nei prati di aperta campagna, ma anche nelle aiuole cittadine e nelle aree cani specialmente quando la loro manutenzione non viene curata. Il periodo dell’anno nel quale bisogna prestare maggior attenzione va da aprile a ottobre. Durante la bella stagione le ariste si seccano e si trasformano, di fatto, in piccoli aghi molto appuntiti, lunghi da uno a tre cm circa. La forma caratteristica acuminata e la superficie ispida e zigrinata rende il forasacco capace di procedere solo in avanti, così una volta penetrato nell’animale risulta davvero difficile che esso ne esca in maniera naturale. I forasacchi possono infilarsi nella cute e procedere verso zone anatomiche differenti, dando così origine a svariate sintomatologie, talvolta anche molto gravi. Essi possono, altrimenti, penetrare attraverso orifizi naturali come occhi, orecchie, bocca, genitali, naso e da qui giungere fino ai bronchi. Altra sede particolarmente soggetta alla localizzazione del forasacco sono le zampe,(spazi interdigitali e zona limitrofa al cuscinetto plantare).

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Quando il forasacco si localizza nei bronchi: il sintomo caratteristico di questa localizzazione è la comparsa di una tosse improvvisa. Se il forasacco non viene rimosso tempestivamente le conseguenze possono essere davvero gravi come la comparsa di ascessi polmonari, polmoniti, pleuriti e nei casi più infausti la morte dell’animale. Vediamone un esempio in questo video dove è possibile assistere alla rimozione di un forasacco bronchiale per via endoscopica 
 

       

A cura della dott.ssa Katiuscia Camboni

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martedì 3 aprile 2018

Il coniglio si vaccina?

“Il coniglio si vaccina?” Questa è una domanda che spesso noi veterinari ci sentiamo chiedere quasi con stupore. La risposta è assolutamente sì!!!
Per quali malattie bisogna vaccinare il coniglio?
Le due malattie virali per cui bisogna vaccinare il coniglio sono la mixomatosi e la MEV.
Queste patologie possono essere trasmesse sia per via diretta da conigli malati o portatori a conigli sani, sia per via indiretta tramite vettori come zanzare, pulci e zecche.
Entrambe, inoltre, sono malattie denunciabili secondo il Regolamento di Polizia Veterinaria, che prevede l’eutanasia degli animali infetti.
La mixomatosi è causata da un Orthopoxvirus. Ha un’incubazione variabile tra i 5 ed i 15 giorni. Il suo andamento può essere acuto, subacuto o cronico; alcuni conigli possono essere portatori asintomatici. I sintomi sono rappresentati da abbattimento, congiuntivite, scolo oculare e da caratteristiche tumefazioni a livello di testa, arti ed organi genitali. L’animale può anche andare incontro a morte a causa di infezioni batteriche secondarie.

La MEV è la malattia virale emorragica, causata da un Calicivirus. Questa patologia interessa conigli di età superiore ai 50 giorni di vita e ha un’incubazione molto breve, di sole 36-72 ore. Si manifesta nella maggior parte dei casi in maniera improvvisa con emorragie diffuse, fino alla morte nell’arco di poche ore. A volte il coniglio muore improvvisamente senza manifestare sintomi clinici. In casi più rari si presentano ittero, letargia, anoressia, dimagramento e morte in un paio di settimane.
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Da che età si può vaccinare il coniglio?
In generale a partire dai 2 mesi, 2 mesi e mezzo di età. In base alla situazione ed alla tipologia di vaccino, però, sarà il veterinario a valutare il momento migliore per la vaccinazione.

Anche un coniglio che vive solo in casa dovrebbe essere vaccinato?
Assolutamente sì perché entrambe le malattie possono essere trasmesse anche da insetti, non solo attraverso il contatto diretto.

Esistono delle terapie per queste malattie?
No, non esistono terapie efficaci per nessuna delle due malattie, motivo in più per vaccinare assolutamente.

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martedì 27 marzo 2018

Come si ottiene il PRP nel cane e nel gatto?

Il PRP si ottiene con un semplice prelievo di sangue venoso simile a quello che si ottiene con una normale analisi del sangue. Il sangue viene poi, con apposita strumentazione ed in totale sterilità, centrifugato e filtrato fino ad ottenere un’ elevata selezione e separazione delle varie componenti corpuscolate e del plasma.

Si distinguono due grosse categorie di PRP: quello puro o a basso contenuto di leucociti (P-PRP) e il leucocyte and platelet rich plasma (L-PRP), contenente invece tutto il buffy coat e residui di eritrociti.

Il PRP, anche nella medicina veterinaria, può essere preparato sottoforma di gel, quindi più maneggevole, e risulta efficace nel ridurre il sanguinamento postoperatorio e nel favorire la guarigione dei tessuti molli, stabilizzare gli innesti ossei (ai quali infatti viene spesso accoppiato) e indurne la vascolarizzazione.

Qual è la differenza tra il prp e le cellule staminali?

Per capire la reale utilità di queste sostanze (fattori di crescita del prp) è importante ricordare che esse agiscono solo modulando e stimolando un processo naturale di guarigione a differenza delle cellule staminali che sono direttamente responsabili della guarigione stessa. Di qui l’importanza della sede dove vengono iniettate i fattori di crescita. Per agire infatti, i fattori di crescita, devono essere iniettati in un tessuto ricco di vascolarizzazione dove hanno modo di diffondersi e di esercitare il loro ruolo di richiamo e modulazione delle cellule proposte alla guarigione. Le cellule stimolate dal PRP rilasciano fattori di crescita che richiamano le cellule staminali. Queste ultime a loro volta avviano la rigenerazione dei tessuti. Si tratta di un biostimolatore naturale perché deriva da sangue autologo, cioè prelevato e reimmesso nello stesso paziente, in questo modo si evita ogni forma di allergia.

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Cosa si può curare con il PRP?

-Lesioni cutanee: La storia del trattamento con gel piastrinico autologo rivela che i primi utilizzatori sono stati i chirurghi plastici per stimolare la rigenerazione tissutale e la guarigione di ulcere cutanee.

-Procedure cosmetiche: recentemente è stato introdotto l’utilizzo del prp per i trattamenti estetici antirughe.

-Implantolgia odontoiatrica: è stato impiegato dagli odontoiatri nella chirurgia implantologica e nel riempimento di deficit ossei.

-Ricrescita dei capelli: utilizzato dai dermatologi, in quanto gli studi evidenziano una capacità del PRP di stimolare la vascolarizzazione e la formazione di nuovi vasi a livello del follicolo con una concomitante stimolazione del capello a passare in fase anagen (la fase di crescita) e a rimanervi più a lungo, il tutto grazie all’attivazione di particolari vie di stimolo alla proliferazione e alla differenziazione cellulare (Wnt beta catenine, protein kinasi) esercitata dai fattori di crescita piastrinici.

-Ortopedia: Relativamente più recente è l’impiego nel trattamento di patologie ortopediche anche se oramai si impiegano anche in questo campo da oltre un decennio.

Attualmente il PRP trova la sua indicazione ortopedica ambulatoriale in due principali gruppi di patologie:le tendinopatie e le artrosi iniziali.

Le tendinopatie

Con questo termine si intendono le patologie del tessuto tendineo sia a livello dell’inserzione sull’osso sia nel corpo del tendine. Si utilizza il termine tendinite quando, nelle fasi inziali della sintomatologia, il problema è di tipo infiammatorio. Si parla invece di tendinosi quando il processo si cronicizza e si riscontra un vero e proprio danno strutturale del tendine che appare in alcune zone ingrossato e necrotico.

Artrosi iniziale

L’artrosi è una malattia degenerativa della cartilagine articolare che riconosce una origine multifattoriale. Colpisce prevalentemente le articolazioni esposte al carico da parte dell’organismo e con particolare frequenza l’anca e il ginocchio. E’ caratterizzata dalla degradazione progressiva della superficie articolare con alterazione dell’osso sottostante. Ha sempre un’ evoluzione peggiorativa nel tempo anche se la velocità di progressione ha una grande variabilità e può essere influenzata e rallentata da un opportuno approccio terapeutico. Il trattamento delle fasi iniziali dell’artrosi è conservativo e consiste nella fisioterapia, nell’esercizio terapeutico, il calo ponderale, l’uso di condroprotettori e/o di farmaci anti infiammatori e la terapia infiltrativa. Quest’ultima può essere eseguita con cortisonici che, tuttavia, pur avendo una potente azione antinfiammatoria ed analgesica, possono avere un effetto negativo sulla struttura della cartilagine residua e quindi condrolesivo.

In questo ambito, sono stati sviluppati e proposti prodotti “biologici” come il prp con il proposito e l’ambizione di indurre ed accelerare la rigenerazione tissutale anche in ambiente articolare e quindi per la “guarigione” dell’artrosi iniziale.

Presso la Clinica Veterinaria Borgarello troverete due Dottoresse formate specificatamente sulla preparazione del Concentrato Piastrinico (PRP) per il cane e per il gatto.

Grazie a loro ed ai nostri specialisti valutiamo ogni singolo caso per fornire la miglior cura personalizzata. Chiama Ora o Invia una mail.

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martedì 20 marzo 2018

Fistole perianali del Pastore Tedesco

Le fistole perianali sono una malattia cronica , dolorosa e progressiva dei tessuti perianali e del retto.

La malattia può colpire cani adulti di qualsiasi razza ed età ma si osserva più frequentemente nel Pastore Tedesco; in questa razza infatti la condizione presenta evoluzione e gravità diverse da quelle della maggior parte delle altre razze canine. La completa patogenesi non è del tutto chiara, ma è probabile che ci sia una predisposizione genetica e anatomica con meccanismi immunomediati. Secondo un’ ipotesi anatomica infatti la causa sarebbe da ricercare nella conformazione del Pastore Tedesco e nelle angolature richieste dallo standard sul treno posteriore con attaccatura della coda particolarmente bassa e trazione dei tessuti sottocutanei e vascolari della sede anale. Esiste poi l’ipotesi istologica che parte dall’osservazione che le lesioni riscontrabili sono molto simili a quelle della piodermite profonda del Pastore Tedesco e che in questa razza la cute presenta un’elevata densità di ghiandole sudoripare apocrine e follicoli piliferi. Si sospetta infine una patogenesi immunomediata per l’infiltrato linfoplasmacellulare presente e per la risposta clinica alla terapia con la ciclosporina.

I sintomi iniziali vengono riferiti dal proprietario che spesso nota come l’animale cerchi insistentemente di leccare la parte posteriore, talvolta provocandosi gravi auto traumatismi. Altri segni clinici osservabili possono essere:

  • Tenesmo

  • Dischezia

  • Cattivo odore

  • Dolore

  • Atteggiamento basso della coda

  • Costipazione ( dovuta al dolore)

  • Scolo ematico/purulento maleodorante

Raramente , e comunque solo nelle fasi iniziali, tali lesioni possono assumere un andamento lineare (ragadi), più tipicamente si presentano come tragitti a sviluppo sinuoso e/o serpiginoso, con vari gradi di estensione e profondità fino alla formazione di ampie ulcere crateriformi, non di rado confluenti ed associate ad essudazione purulenta e maleodorante.

FISTOLE PERIANALI DEL PASTORE TEDESCO

La diagnosi si basa sul segnalamento ( il Pastore Tedesco è senz’altro la razza maggiormente predisposta , tuttavia, le fistole perianali possono manifestarsi anche in altre razze, tra cui i Barboni, Bassotti a pelo duro etc) ed esame fisico: nelle fasi iniziali della malattia sono presenti soltanto delle piccole macule iperpigmentate ai lati dell’ano già associate a dolore. Successivamente le zone iperpigmentate diventano ulcerative e fistolose. Nei casi più gravi e cronicizzati, le lesioni sono di tipo proliferativo-fibroso.

La conferma diagnostica si ha con l’esame istopatologico che descrive un tessuto flogistico caratterizzato da un’infiltrazione di cellule linfoidi, di plasmacellule e di eosinofili.

Le soluzioni terapeutiche sono:

  • Terapia medica: si basa sull’impiego di molecole immunomodulatrici associate ad antibiotici ad ampio spettro sistemici. L’ utilizzo della ciclosporina ha consentito di ottenere la remissione del quadro clinico in molti casi. Localmente è consigliata sempre un’accurata igiene locale e una disinfezione della zona perianale con soluzione fisiologica sterile o antisettici topici (a base di clorexidina,Tris-EDTA...)

  • E’ consigliato anche abbinare un’alimentazione iperdigeribile, ricca di fibra o ipoallergenica.

  • Molto efficace è senza dubbio anche la terapia laser con evidenti effetti antinfiammatori, biostimolati, antiedemigeni e analgesici.

  • Raramente , da riservare ai casi più gravi e non responsivi si possono trattare con la chirurgia di fistolectomia

Molti pazienti possono essere trattati con molto successo, tuttavia la prognosi è riservata e possono essere necessari trattamenti medici ripetuti

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