mercoledì 28 settembre 2016

La Visita Preanestesiologica

La visita preanestesiologica è una fase molto importante della pianificazione dell’anestesia vera e propria e della chirurgia/indagine per la quale è necessaria. Deve essere eseguita con scrupolo e concentrazione. Ogni animale per cui è prevista una sedazione o un’anestesia deve essere sottoposto ad un esame clinico preanestesiologico da parte di un anestesista veterinario.  Durante questa visita l`anestesista ha il compito di valutare il paziente raccogliendo tutti i dati che permettano di stabilire se l`animale è nelle condizioni ottimali di salute per poter affrontare la procedura; scegliere il protocollo anestesiologico più adeguato; considerare i rischi/benefici nel ritardare tale procedura, per eseguire ulteriori indagini e/o somministrare terapie per migliorare alcune condizioni riscontrate.

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La visita preanestesiologica sottintende una conoscenza approfondita del caso e la collaborazione con il veterinario che lo riferisce e deve essere accompagnata da opportuni esami collaterali, il tutto connesso alla conoscenza dettagliata del tipo di chirurgia/procedura a cui verrà sottoposto il paziente. La data dell’intervento verrà quindi decisa solo dopo il via libera dell’anestesista: questa è infatti una figura importante che vigila sull’animale e assicura la massima sicurezza di tutte le fasi della procedura anestesiologica.

La visita preanestesiologica è molto simile ad una normale visita clinica, ma è incentrata ad individuare patologie, sintomi e segni rilevanti per l’anestesia e la sua gestione. Quanto raccolto sarà eventualmente approfondito con altri esami. Prima parte importante nell’esecuzione della visita è una raccolta dati precisa: indispensabile è il segnalamento (specie, razza, sesso ed età) poiché il rischio anestesiologico varia in base alle diverse specie e anche nella stessa, il cane ad esempio, esiste una incredibile varietà razziale, con soggetti di dimensioni, caratteri, morfologie e soprattutto incidenza di patologie molto diverse. Anche l’età riveste un ruolo importante, perché ad esempio i soggetti anziani sono sovente colpiti da processi patologici multipli, tutti da considerare per una corretta anestesia. Al di là del protocollo farmacologico più ottimale da scegliere per ciascun paziente, le caratteristiche del soggetto vanno tenute conto anche per le procedure pratiche legate all’anestesia, come la possibilità di ottenere un accesso venoso o eseguire un’iniezione epidurale oppure la modalità di intubazione di un soggetto.

La raccolta dell’anamnesi di un animale deve analizzare con accuratezza tutti gli aspetti della vita del paziente, in particolare deve valutare i potenziali segni di patologia e indagare la capacità del soggetto di reagire a fenomeni stressanti come può essere l’anestesia.

Importante è anche capire il livello di attività fisica a cui è abituato l’animale: una diminuzione nell’attività fisica, che non sia dovuta a problemi articolari o muscolari, può essere una spia delle ridotte riserve cardio-respiratorie.

Anche lo stato del sensorio e il temperamento hanno influenza rilevante sul risultato dell’anestesia. Un animale che per qualsiasi motivo è più depresso sarà più sensibile all’azione degli anestetici. L’indole d’altra parte condiziona spesso il tipo di risposta ai farmaci sedativi e tranquillanti. Queste differenze devono essere considerate, perché per esempio, possono influire nell’avere induzioni e/o risvegli problematici o meno.

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L’obesità aumenta il rischio anestesiologico negli animali perché causa sovente problemi a mantenere ventilazione adeguata, inoltre si presentano delle difficoltà aggiuntive per l’esecuzione di eventuali tecniche di anestesia loco-regionale e sicuramente rende il lavoro del chirurgo più difficoltoso e più lungo.

Il sistema cardiovascolare e respiratorio va indagato valutando le mucose, il tempo di riempimento capillare, il polso e auscultando attentamente il cuore e tutto il torace. La presenza di un soffio cardiaco non è di per sé sufficiente a definire un paziente cardiopatico. Purtroppo poi in animali molto agitati, aggressivi o in gatti che fanno le fusa l’auscultazione può essere molto difficoltosa. Se persiste il sospetto di patologie cardiache o respiratorie si devono eseguire accertamenti.

Al termine della visita e degli esami preanestesiologici consigliati, al paziente viene attribuito un grado di rischio anestesiologico. La classificazione ASA nasce nel 1963, quando la “American Society of Anestesiologist” avvertì la necessità di classificare i pazienti sottoposti ad anestesia in base alle loro condizioni cliniche. Erroneamente questa classificazione viene spesso considerata come un indice di valutazione del rischio anestesiologico. Tuttavia studi epidemiologici in medicina umana come in veterinaria hanno dimostrato una stretta correlazione tra rischio anestesiologico e condizione clinica. La preparazione e la disponibilità di un anestesista, il livello del monitoraggio, oltre al livello di esperienza del chirurgo o del veterinario referente che ha seguito il caso, la durata e la complessità della procedura, sono tutti fattori che influenzano profondamente il rischio anestesiologico e che possono variare ampiamente all’interno del variegato mondo veterinario. L’anestesista è la figura che è nella migliore posizione per valutare tutte le componenti elencate e pronunciarsi sul rischio anestesiologico di quel paziente nella particolare struttura in cui si trova a far anestesia.

Quindi interventi complessi o casi sottoposti a molteplici procedure nella stessa seduta anestesiologica, devono essere pianificati con ampio anticipo e lo scambio di informazioni fra chirurgo e anestesista dovrebbe essere completo.

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