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martedì 28 febbraio 2017

Dolore persistente nel gatto

Nell’ultimo decennio la diagnosi di patologie accompagnate da dolore persistente nel gatto è aumentata, contestualmente ad un allungamento dell’aspettativa di vita dei nostri animali domestici. La gestione del dolore è oggi uno degli obbiettivi più importanti della professione veterinaria e, più in generale, di quella medica.


Il dolore non è soltanto un’esperienza sensoriale (spiacevole!) ma anche emozionale, associata ad un danno reale o potenziale. Ciascun individuo e animale ha una propria percezione e reazione ad un evento doloroso e nel caso dei nostri pets la gestione diviene ancora più complessa poiché questi non sono in grado di “descrivere” ciò che provano.  Diviene pertanto fondamentale imparare a “riconoscere” i segni di dolore soprattutto quello persistente.

A seconda della causa e dei meccanismi scatenanti, il dolore a lungo termine può essere classificato in tissutale (infiammatorio) e neuropatico (con interessamento nervoso): in realtà le due situazioni spesso si sovrappongono sebbene i processi biochimici cellulari alla base siano differenti. Tra le principali cause conosciute di dolore infiammatorio persistente si possono annoverare: lesioni ulcerative, gengivo-stomatiti, otiti e cheratiti croniche, osteoartrosi, patologie oncologiche somatiche, infiammazioni croniche dell’apparato urinario e gastro -enterico, pancreatite cronica e patologie oncologiche (sia primarie che metastatiche) a carico dei distretti viscerali. Per quanto riguarda il dolore neuropatico, invece,  patologie potenzialmente responsabili della sua insorgenza sono: traumi accidentali o chirurgici (determinanti lesioni nervose, intrappolamento di nervi in suture o tessuto cicatriziale, neuromi da amputazione), patologie del sistema nervoso periferico e centrale e patologie viscerali croniche (IBD, cistite interstiziale felina).


Il primo passo per una corretta gestione del dolore persistente è il riuscire a riconoscerlo,  il che diviene una vera sfida quando si ha a che fare con il gatto. La sua natura di predatore solitario, ossessivamente territoriale e intransigente verso le ingerenze esterne, lo predispongono a mascherare in maniera a dir poco “magistrale” e impareggiabile la sensazione di dolore. E’ oggi unanimemente riconosciuto che la diagnosi di dolore si basi fondamentalmente sull’osservazione del comportamento del paziente felino piuttosto che su dati medici oggettivi: da ciò si evince l’importanza capitale di una stretta collaborazione veterinario-proprietario per rivelare la presenza di dolore. Un gatto che cambia le proprie abitudini motorie, l’atteggiamento con cui interagisce con i conspecifici e/o con l’uomo, che manifesti vocalizzazioni diverse dalla norma o qualsiasi atteggiamento indesiderato o inatteso, ad esempio eliminazioni inappropriate, ci sta sottilmente avvertendo che con elevata probabilità prova dolore.



Il secondo e altrettanto importante passo per una corretta gestione del dolore a lungo termine è quello di determinarne la causa e i meccanismi molecolari responsabili per poter scegliere la terapia farmacologica più adatta al singolo caso (approccio orientato al meccanismo).  Esistono infatti numerose classi di farmaci potenzialmente utili nel trattamento del dolore persistente ed è importante conoscerne la farmacocinetica, l’efficacia, la tollerabilità, partendo dal presupposto che dovranno essere somministrati a lungo termine. I principali sono: farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS)(elettivi nella gestione del dolore infiammatorio cronico) , gli oppioidi  (maggiormente usati nel dolore acuto o nelle terapie palliative avendo breve durata d’azione), il gabapentin e pregabalin (anticonvulsivanti ad azione anche analgesica, indicati per il dolore neuropatico), l’amantidina (antagonista dei recettori NMDA, utilizzabile in associazione ad altri farmaci), antidepressivi triciclici (TCA) e inibitori della ricaptazione della serotonina (farmaci largamente utilizzati nelle terapie comportamentali , ma utili anche in corso di gestione di dolore neuropatico). La palmitoiletanolamide (PEA) non è un farmaco in senso stretto, ma un lipide naturale che grazie alla sua attività stabilizzante nei confronti di mastociti e microglia sembra essere efficace nel controllo dei processi neuro-infiammatori condivisi sia dal dolore infiammatorio che neuropatico.


Nella gestione del dolore persistente non va infine dimenticato che esistono terapie coadiuvanti la farmacologica quali: laser terapia, omeopatia, riabilitazione motoria e agopuntura.


Se vuoi maggiori informazioni chiama la Clinica Veterinaria Borgarello al numero 0116471100 o inviaci una mail all'indirizzo: info@clinicaborgarello.it



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martedì 27 ottobre 2015

L’anestesia negli animali anziani

Il paziente geriatrico è considerato una categoria anestesiologica particolare a cui dedicare una speciale attenzione a causa delle modificazioni fisiologiche che subisce l’organismo animale durante il normale invecchiamento. Il rischio anestesiologico in questi soggetti può essere maggiore, ma ciò non significa che un cane o un gatto di 16 anni non possa essere anestetizzato o non possa subire un intervento.

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Bisogna tenere conto delle principali modificazioni e complicazioni legate all’avanzamento dell’età. L’età avanzata di per sé non costituisce una malattia, ma anche il paziente anziano che non manifesta clinicamente nessuna patologia, senza alterazioni agli esami ematobiochimici, ha una ridotta funzionalità degli organi che può essere esacerbata da fattori stressanti o condizioni, come l’anestesia, che alterino il normale equilibrio dei diversi apparati. Gli organi più sensibili sono il rene, il fegato e il cuore.

Nel paziente anziano la probabilità che il paziente presenti patologie concomitanti, che magari non danno ancora sintomi, è maggiore. Il problema è che la patologia può essere presente ma compensata e quindi non evidente, ma durante e dopo l’anestesia può manifestarsi clinicamente perché l’organismo non è in grado di ristabilire l’equilibrio che si è rotto.

I pazienti geriatrici presentano un decadimento della funzionalità del sistema nervoso centrale, che può essere peggiorata transitoriamente o permanentemente dall’anestesia (se vi sono delle complicazioni). Al risveglio l’animale anziano può mostrarsi disorientato e agitato, ma spesso migliora se viene rassicurato e tranquillizzato e gestito con maggiori attenzioni.

Quelli elencati non devono essere considerati dei limiti all’anestesia, ma possibili complicazioni da prevenire. Fondamentale è il monitoraggio accurato delle funzioni vitali anche nei piccoli interventi di routine. Un’attenzione particolare va rivolta all’apparato cardiocircolatorio, alla respirazione e ai reni, cercando di evitare situazioni che scompensino il paziente. La dose dell’anestetico in questi pazienti deve essere ridotta e somministrata lentamente.

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Prima dell’anestesia è indicato una visita anestesiologica meticolosa, in cui indagare anche sul grado di attività fisica e la tolleranza all’esercizio del paziente. In caso di dubbi, oltre ad esami ematobiochimici del sangue, sono consigliati ulteriori approfondimenti come radiografia del torace, ECG, ecocardiografia. Un problema spesso presente negli animali in età avanzata sono le neoplasie. Questo è un esempio di come non considerare solo la patologia manifesta, ma di andare a indagare anche gli altri organi che possono presentare altre patologie.

La scelta dei farmaci da somministrare per l’anestesia deve essere attenta e decisa in base al paziente, alle patologie presenti, alla durata dell’effetto (che può essere maggiore nell’anziano per un alterato metabolismo), all’azione sugli apparati cardiocircolatorio e respiratorio e all’azione sul sistema nervoso centrale. Le possibili alterazioni comportamentali dopo l’anestesia possono essere controllate farmacologicamente, anche valutando e tenendo a bada il dolore, che potrebbe accentuare l’agitazione post-operatoria.

La Clinica Veterinaria Borgarello, attenta al benessere animale e sostenitrice   della medicina preventiva, ha messo a punto il “Programma Terza Età”, per aiutarvi a garantire al nostro amico buone condizioni di salute fino in tarda età. Clicca e scopri il: Programma Terza Età, e.. condividilo con in tuoi amici.

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mercoledì 18 febbraio 2015

La valutazione del dolore nel gatto

Negli ultimi anni si è sempre più sviluppato in medicina veterinaria l’interesse nel trattamento del dolore dei nostri animali domestici con particolare attenzione alla sua individuazione e valutazione, aspetti molto più complessi rispetto alla medicina umana. E’ ormai riconosciuto che il controllo del dolore nel cane e nel gatto sia una componente fondamentale delle cure prestate dal veterinario, anzi deve rappresentare uno dei principali obiettivi nella pratica medica per garantire il benessere animale e migliorare così la qualità di vita, la risposta alle terapie e anche il tempo di sopravvivenza.dolore gatto
La terapia del dolore si basa sul fatto che esso non è semplicemente un sintomo o un effetto collaterale spiacevole, quasi trascurabile, ma è considerato ormai una vera e propria complessa sindrome algica, con vari aspetti da analizzare e da trattare farmacologicamente. La sensibilità crescente dei proprietari riguardo la sofferenza dei propri amici animali ha sicuramente aiutato i progressi scientifici in questo campo.
La diagnosi certa di dolore nei nostri animali comporta tuttavia oggettive difficoltà. Infatti i nostri animali non possono esprimere verbalmente le loro sensazioni: può diventare una sfida riconoscere la reale presenza e l’effettiva intensità del dolore, e questo ancor di più nel gatto.
Spesso tendiamo ad umanizzare i nostri gatti, ritenendo che le loro manifestazioni di dolore siano paragonabili a quelle dell’uomo, ma nella maggior parte dei casi non è così. Il comportamento dei nostri amici a quattro zampe in caso di presenza di dolore può essere spiegato in parte da atteggiamenti comportamentali (etologici) caratteristici della specie. I felini infatti sono predatori, spesso solitari, che tendono a nascondere la presenza di dolore in quanto segno di vulnerabilità che darebbe ad altri gatti la possibilità di invadere il loro territorio e le risorse a svantaggio della sopravvivenza.
clip_image002La diagnosi di dolore parte dunque da un’attenta osservazione della postura assunta dal gatto e dai suoi comportamenti e inizia a casa davanti agli occhi del proprietario che conosce abitudini e stile di vita del proprio animale e può individuare le variazioni rispetto al passato.
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In caso di dolore acuto le risposte possono essere molto variabili, impreviste e contraddittorie, diverse da gatto a gatto. L’animale sofferente può mostrare posture insolite con gli arti raccolti sotto di sé oppure testa, collo e schiena incurvati o rimanere sdraiato con corpo incurvato e testa bassa. Spesso è riluttante a muoversi o particolarmente inattivo o può manifestare zoppia evidente (più raro). Il gatto inoltre può aggredire, morsicare, graffiare o scappare; questi cambiamenti di comportamento possono essere associati a vocalizzazioni o al soffiare. Altre cose che si possono notare sono il non pulirsi più, oppure l’avere pupille dilatate. Non sempre il toccare l’area dolente può causare una reazione palese, come l’attaccare per difesa.
Quando è presente dolore cronico o persistente il gatto molto spesso manifesta variazioni del proprio stile di vita, con riduzione o assenza di attività, ridotto interesse per l’ambiente che lo circonda, verso il gioco e il proprietario, cambio di abitudini, perdita di peso per inappetenza. Le modificazioni dello stile di vita del gatto vanno sempre comunque messe in relazione con l’ambiente circostante e a possibili cambiamenti avvenuti nello stesso che potrebbero aver condizionato il comportamento dell’animale. Un esempio di dolore cronico è quello causato da osteoartrosi che coinvolge molti gatti anziani e non ed è spesso sottovalutato e sottodiagnosticato. Difficilmente il gatto mostra zoppia marcata di un arto. Importante è non cadere nell’errore di pensare che il nostro micio “è solo vecchio”: ci sono alcuni comportamenti da considerare nel cercare di identificare i gatti che soffrono di dolore cronico per artrosi (vedi elenco sottostante sulle modificazioni comportamentali del gatto con dolore – tratta da Journal of Feline Medicine and Surgery, vol.14, Jan 2012).
Mobilità:
· Saltare su o giù: Si rifiuta o esita nel saltare su o giù; meno agile sulle scale; non tenta di raggiungere punti alti della casa; esegue salti più corti o salta con meno frequenza.
· Agilità: Movimenti meno leggiadri; rigidità nei movimenti e “scricchiolii” articolari.
· Cambiamenti nello sporcare (feci, urina): Cambia luogo dove sporcare: sporca fuori dalla cassetta igienica; rifiuta/è riluttante a uscire fuori; rifiuta/è riluttante ad usare la lettiera (es. fa fatica ad entrare).
Livello di attività:
· Dormire: Dorme o riposa di più; rimane nello stesso luogo per lungo tempo, non cambia spesso posto; cambia posto dove riposare.
· Giocare: Gioca meno spontaneamente o se provocato; ridotta resistenza al gioco.
· Cacciare: Caccia meno; minor interesse ad ispezionare l'ambiente.
Toelettatura:
· Condizioni del mantello: Pelo arruffato o con forfora; si pulisce e si lecca meno; toelettatura eccessiva in alcune aree.
· Farsi le unghie: Artigli più lunghi: si fa le unghie di rado o in luoghi diversi o ad altezze diverse (es. non riesce ad allungarsi).
Temperamento:
· Tolleranza verso il padrone o altri animali: Interagisce di meno; irritabile verso altri gatti o altri animali; irritabile verso il padrone.
· Attitudine generale: Più tranquillo; trascorre più tempo da solo; rifiuta/ non cerca il contatto con altri animali o con il proprietario.
Si stanno sviluppando in medicina veterinaria delle scale del dolore che vengono utilizzate come guida per potere individuare e quantificare l’intensità del dolore dell’animale al fine di poterlo trattare nel modo più corretto possibile. Queste sono state studiate anche appositamente per il gatto (ad esempio la Feline Acute Pain Scale della Colorado State University), ma per ora molto più importante sembra essere la collaborazione del veterinario con il proprietario dell’animale che è in grado di riconoscere e riferire le eventuali variazioni del comportamento abituale del proprio gatto. La risposta alla terapia antalgica rappresenta inoltre un indice accurato per confermare la presenza del dolore, se il trattamento analgesico riesce a far riprendere, anche solo parzialmente, lo stile di vita precedente.
Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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lunedì 7 novembre 2011

Le conseguenze a lungo termine del dolore

Nell’ultimo articolo sulla terapia del dolore sono state analizzate quelle che sono le conseguenze del dolore acuto qualora non venga correttamente trattato. Analizziamo ora le conseguenze di uno stimolo algido cronico.
Oltre alle conseguenze più o meno immediate che fanno seguito a dolore acuto, non bisogna dimenticare che un dolore severo non trattato rappresenta l’anticamera per lo sviluppo di dolore neuropatico. Tale dolore non ha più una correlazione spaziotemporale con l’insulto che lo ha provocato, essendo l’espressione di un processo sensoriale anomalo e risultando in un dolore cronico. Esso è dovuto all’instaurarsi di cambiamenti biochimici e morfologici nell’ambito del sistema nervoso centrale, che implicano che il sistema si attivi anche in assenza di un danno reale. Vengono perse quelle caratteristiche di transitorietà e autolimitazione che normalmente caratterizzano il dolore acuto.

gatto con dolore 
In altre parole, un insulto algico di una certa entità e/o persistenza comporta l’instaurarsi di variazioni a lungo termine a carico del sistema nervoso centrale e periferico, che si rendono responsabili di una risposta esagerata dell’organismo nei confronti di ulteriori stimoli o anche in assenza di stimolazione.
Queste modificazioni sanciscono il passaggio del dolore da adattativo (cioè con finalità protettive nei confronti dell’organismo) a maladattativo (cioè privo di qualsiasi funzione biologica, debilitante e responsabile di un peggioramento nella qualità della vita dei pazienti).
Il dolore cronico può essere difficile da diagnosticare, solitamente non risponde alle terapie con i più comuni farmaci antalgici e necessita pertanto di approcci terapeutici più complessi e mirati.

Ecco perché trattare il dolore sul nascere diventa così importante: oltre ad evitare il coinvolgimento di organi e apparati con esiti deleteri per l’animale, si evita anche l’innescarsi di tutte quelle modificazioni che, qualora arrivino a provocare cambiamenti strutturali del sistema nervoso, si rendono causa del dolore neuropatico, un dolore con tendenza a cronicizzare e pertanto più difficile da gestire.

A cura della dott.ssa Valentina Declame della Clinica Borgarello

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lunedì 10 ottobre 2011

Le conseguenze del dolore

Dopo aver analizzato nello specifico i meccanismi con cui si instaura il dolore, vedremo ora quali possono essere le conseguenze del dolore non adeguatamente trattato.
Il dolore infatti non deve essere considerato un semplice fenomeno sensoriale e non si deve ignorare il fatto che spesso a uno stimolo dolorifico conseguono alterazioni nervose, ormonali, comportamentali che, pur avendo lo scopo di proteggere il normale equilibrio dell'organismo, finiscono in realtà con l'essere deleterie.

Ferocious cat

Conseguenze del dolore ACUTO
In seguito ad un danno tissutale grave con dolore particolarmente severo, l'organismo mette in atto una serie di risposte complesse che hanno lo scopo di ristabilire la normale omeostasi.
Per compiere ciò inizia una complessa sequela di eventi , che si riassume in risposte spinali riflesse, endocrine, metaboliche, nervose e corticali con conseguenti ripercussioni a carico dell'apparato cardiocircolatorio, respiratorio, gastroenterico, endocrino, immunitario, nervoso e muscolo scheletrico: tutto ciò costituisce la classica risposta da stress, la cui durata è proporzionale al danno tissutale.
Vediamo in sintesi ciò che accade, apparato per apparato:
-sistema cardiocircolatorio: lo stimolo algico attiva il sistema nervoso simpatico che determina un aumento della frequenza e della gittata cardiaca, vasocostrizione periferica, con conseguente aumento della pressione arteriosa e dello sforzo cardiaco.
-apparato respiratorio: il dolore può indurre iperventilazione, oppure, se la sindrome dolorifica interessa il torace e l'animale riduce al minimo i movimenti della cassa toracica, ipoventilazione (ovvero una diminuzione dell'ampiezza dell'atto respiratorio con una riduzione del volume di aria inspirata e conseguenti alterazioni a livello ematico). L'ipoventilazione fornisce una minore quantità di ossigeno ai tessuti e questo contrasta con la richiesta di ossigeno da parte del sistema cardiocircolatorio che, in questo frangente, risulta aumentata.
-apparato gastroenterico: la motilità del tratto gastroenterico risulta rallentata: lo stomaco si svuota più lentamente, aumenta il rischio di vomito o di polmonite per inspirazione di cibo. Le alterazioni a livello gastroenterico possono manifestarsi anche con eccessiva salivazione, diarrea, sangue nelle feci. Spesso si può riscontrare inappetenza e questo evento, soprattutto nel gatto soprappeso, predispone alla lipidosi epatica. Inoltre, la mancata assunzione di cibo , si ripercuote negativamente sulla cicatrizzazione dei tessuti con aumento del rischio di deiscenza delle suture.
-apparato endocrino: il dolore attiva il sistema nervoso simpatico e lo sviluppo di ipossiemia concorre ad innescare l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con liberazione di cortisolo da parte del surrene. Se lo stimolo dolorifico si protrae nel tempo aumentano anche le concentrazioni di ormone antidiuretico, ormone della crescita, renina, angiotensina, aldosterone, glucagone, diminuisce la secrezione di insulina e testosterone. Ciò comporta aumento della glicemia, alterazioni del metabolismo proteico e lipidico con conseguente alterazione del processo di guarigione dei tessuti.
-sistema immunitario: la stimolazione del sistema nervoso simpatico, la liberazione di cortisolo e catecolamine portano ad uno stato di immunosoppressione generalizzata. Le difese dell'organismo diminuiscono predisponendo l'animale a contrarre infezioni.
-sistema nervoso: uno stimolo dolorifico persistente può portare ad uno stato d'ansia e di paura, alterazioni comportamentali quali agitazione, depressione, aggressività, isolamento e, nei casi più drammatici, anche fenomeni di automutilazione a livello della parte dolente.

Nel prossimo articolo verranno trattate le conseguenze del dolore cronico.

Se vuoi leggere gli altri articoli clicca qui: articoli terapia del dolore

A cura della dott.ssa Valentina Declame della Clinica Borgarello

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martedì 16 agosto 2011

Terapia del dolore: come nasce il dolore

Analizzeremo ora i meccanismi con cui si instaura il dolore.
La nocicezione, ovvero l'evento che porta l'organismo a percepire coscientemente uno stimolo dolorifico, è un evento necessario alla sopravvivenza dell'organismo ed è il risultato di quattro distinti processi fisiologici:

  • la trasduzione: uno stimolo,ad esempio termico, meccanico o chimico, viene trasformato in un segnale elettrico da parte dei nocicettori,cioè le terminazioni nervose capaci di rilevare tali stimoli.

  • La trasmissione: il messaggio viene trasmesso lungo le fibre nervose sensitive, dai nocicettori al midollo spinale e poi, lungo il midollo spinale e i neuroni ascendenti di collegamento, fino al talamo, alla sostanza reticolare ascendente, al tronco encefalico e alla corteccia cerebrale.   gatto-milionario

  • La modulazione: il messaggio viene modulato via via che esso viene trasmesso alle componenti centrali del sistema nervoso.

  • L'integrazione: ovvero la processazione, l'interpretazione dei segnali entranti dalla corteccia cerebrale, che dà luogo alla percezione cosciente del dolore e alle conseguenti risposte emozionali. Questa componente è ovviamente fortemente soggettiva in quanto legata alla sfera psichica dell'individuo.

Questa catena di eventi, a differenza di quanto avveniva fino a poco tempo fa, è attualmente concepita come un processo dinamico. Ciò significa che uno stimolo dolorifico persistente o di una certa entità, comporta l'instaurarsi di alcune variazioni a carico del sistema nervoso centrale e periferico, che si rendono responsabili di una risposta esagerata dell'organismo nei confronti di ulteriori stimoli o anche in assenza di stimoli.

Questo evento viene definito “dolore patologico”: esso non ha più una correlazione spazio-temporale con l'insulto che lo ha provocato, essendo l'espressione di un processo sensoriale alterato e risultando in un dolore cronico.

Vedremo più avanti come sia necessario distinguere dolore fisiologico e/o acuto e dolore patologico, per meglio instaurare un protocollo terapeutico adeguato.

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A cura della dott.ssa Valentina Declame della Clinica Borgarello

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mercoledì 27 luglio 2011

Cos’è il dolore

Secondo l'International Association for the Study of Pain (Associazione Internazionale per lo Studio sul Dolore) il dolore è “una sensazione sgradevole e un'esperienza emozionale che si accompagna a lesioni tissutali reali o potenziali e descritta in termini di tale danno”.

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Il termine sofferenza è spesso utilizzato in associazione al dolore, e implica la sopportazione conscia del dolore e dello stress. La sofferenza può riferirsi a una varietà di stati soggettivi intensi e spiacevoli che possono avere origine fisica o psicologica.

Con nocicezione si intende la percezione, la trasduzione e la trasmissione di uno stimolo nocivo. Quando i nocicettori ( terminazioni nervose libere) vengono stimolati da insulti tissutali termici, meccanici e chimici, inviano impulsi al sistema nervoso centrale, che ne effettua l'interpretazione e la modulazione. 

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Il dolore è una risposta sensitiva ed emotiva ad uno stimolo nocivo, e può variare da soggetto a soggetto. Un singolo animale può o meno provare dolore in risposta ad uno stimolo dolorifico.

La risposta individuale al dolore varia in base a molti fattori, tra cui età, gli animali giovani mostrano generalmente una minore tolleranza al dolore acuto ma sono meno sensibili allo stress emotivo e all'ansia associati all'anticipazione di una esperienza dolorosa, sesso, condizioni di salute. Gli animali ammalati hanno una minore capacità di tollerare il dolore rispetto ai soggetti sani, quelli gravemente debilitati provano ancora dolore ma possono non essere in grado di reagire. La risposta varia inoltre in base alla specie e alla razza.

Il dolore è un fenomeno complesso che coinvolge componenti fisiopatologiche e psicologiche spesso difficili da riconoscere e interpretare negli animali.

Nei pazienti umani il trattamento del dolore è facilitato dalla possibilità di riferire sia gli aspetti sensoriali che affettivi di tale esperienza. In ogni caso, il fatto ormai accertato che anche pazienti umani non verbalizzanti quali neonati, bambini piccoli, soggetti affetti da demenza, sono in grado di provare dolore, ha portato la IASP a precisare che “l'impossibilità di comunicare non nega in alcun modo la possibilità che un individuo stia provando dolore”. Questa affermazione può essere rivolta ad una altra categoria di pazienti non verbalizzanti: gli animali.

Per questo, anche in Medicina Veterinaria il tema del dolore deve essere affrontato come una vera e propria patologia, deve essere prontamente riconosciuto e trattato adeguatamente.

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A cura della dott.ssa Valentina Declame della Clinica Borgarello

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giovedì 7 luglio 2011

Il dolore: perchè parlarne

Negli ultimi anni anche in Medicina Veterinaria è aumentato l’interesse per ciò che riguarda il dolore e la terapia del dolore. Sempre più numerose sono le pubblicazioni e gli articoli che trattano l’argomento su riviste specializzate, a dimostrazione del fatto che si sta assistendo ad un radicale cambio di mentalità, sia da parte dei medici veterinari che dei proprietari di animali.

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E’ stato dimostrato da tempo che anche gli animali domestici sono in grado di provare dolore e la IASP (International Association for the Study of Pain- Associazione Internazionale sullo Studio del dolore) ha precisato che “l’impossibilità di comunicare non nega in alcun modo la possibilità che l’individuo stia provando dolore”. Questa affermazione, sebbene espressa nell’ambito della medicina umana, ben si adatta anche ai nostri amici a quattro zampe. Il dolore, una volta trascurato in quanto ritenuto “inevitabile” in numerose pratiche cliniche e chirurgiche, viene ora affrontato come una vera e propria sindrome, ovvero un evento patologico che, come tale, necessita di un trattamento adeguato. Fatta eccezione per il dolore acuto, l’unico considerato fisiologico dal momento che esercita un ruolo protettivo nei confronti dell’organismo in risposta ad uno stimolo dolorifico e che cessa nel momento in cui tale stimolo viene meno, altre tipologie di dolore non autolimitanti e non transitori sono da considerare cronici, ovvero patologici. Essi non hanno nessuna funzione biologica, non hanno un ruolo adattativo, sono debilitanti ed hanno un impatto significativo sulla qualità di vita del paziente. Infatti, la continua trasmissione degli impulsi nervosi dolorifici comporta alcune modificazioni fisiopatologiche a carico di numerosi organi e apparati (sistema nervoso centrale, apparato cardiovascolare, endocrino, metabolico) con conseguente alterazione dei processi di guarigione.

Il veterinario dovrebbe essere abile nel riconoscere i sintomi che indicano precocemente l’insorgenza di uno stato algico, in modo tale da riuscire ad intervenire su un dolore ancora lieve o moderato, prevenendone un peggioramento.
Una corretta diagnosi del dolore e della causa che ne è alla base, una attenta valutazione delle condizioni del paziente, una scelta mirata della terapia, promuovono il benessere psico-fisico dell’animale e ne permettono una più rapida guarigione.

Prossimamente pubblicheremo una serie di articoli per spiegare cos'è il dolore, quando si presenta e come riconoscerlo in tutte le sue manifestazioni.

A cura della Dott.ssa Valentina Declame


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